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Tribunale per i minorenni: come cambia? 28-29 gennaio - 11-12 febbraio 2023
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La camera della dopamina. Giovani, smartphone e la fuga dentro lo schermo
La camera della dopamina. Giovani, smartphone e la fuga dentro lo schermo
«Dove si fugge? Forse dentro se stessi, oppure nell’edonismo, nella fantasia, nella perfezione estetica, nell’eterna giovinezza o nel refresh infinito di uno schermo».
La frase è di Conor Deegan, bassista dei Fontaines D.C., e nasce da una riflessione sul nuovo album della band irlandese, Dopamine Chamber. Ma potrebbe essere anche l’incipit di una domanda molto più vicina alla nostra vita quotidiana: che cosa succede quando il luogo in cui un adolescente cerca rifugio coincide con lo strumento che gli chiede continuamente di restare lì?
La cameretta è cambiata.
Un tempo poteva essere il luogo in cui chiudersi con un libro, una chitarra, un diario, una telefonata interminabile. Oggi può diventare una stanza dentro la stanza: cuffie, smartphone, videogiochi, social network, video brevi, chat, notifiche. Il mondo fuori si spegne e quello dentro lo schermo continua a scorrere.
Non è il telefono, naturalmente, il problema in sé. E nemmeno ogni ragazzo che trascorre molte ore online è dipendente. La differenza decisiva non sta semplicemente nel conteggio delle ore, ma in ciò che accade quando l’uso digitale diventa difficile da interrompere e comincia a divorare il resto: il sonno, la scuola, le relazioni, lo sport, la vita familiare, la capacità di stare soli senza sentirsi immediatamente obbligati a riempire il silenzio.
È qui che la parola dipendenza diventa interessante — e va usata con cautela.
Non è soltanto una questione di tempo
Per anni abbiamo cercato una risposta alla domanda: quante ore davanti allo schermo sono troppe? È una domanda comprensibile, ma insufficiente.
Un’ora trascorsa a fare una videochiamata con i nonni non equivale a un’ora di scrolling automatico. Un videogioco giocato con gli amici non produce necessariamente la stessa esperienza di una sequenza infinita di contenuti progettati per non finire mai. Cercare informazioni per una ricerca scolastica, creare un video, imparare una lingua o parlare con qualcuno sono attività digitali molto diverse dal passare da un contenuto all’altro senza quasi accorgersi del tempo che passa.
La domanda, dunque, non è soltanto quanto tempo passiamo davanti a uno schermo, ma che cosa facciamo, perché lo facciamo e che cosa siamo costretti a lasciare fuori per continuare a farlo.
La ricerca scientifica più recente rende il quadro difficile da liquidare come una semplice ansia degli adulti. Una grande meta-analisi pubblicata nel 2026 su JAMA Pediatrics, che ha sintetizzato fino a 153 studi longitudinali, ha trovato associazioni tra uso dei media digitali e peggiori esiti dello sviluppo. Per i social media, in particolare, sono emerse associazioni con maggiori sintomi depressivi e problemi comportamentali, autolesionismo e uso di sostanze, oltre a risultati peggiori sul piano scolastico e della percezione di sé. Gli autori sottolineano però anche che gli effetti sono nel complesso modesti e che servono indicazioni più articolate del semplice “meno schermo”.
È una distinzione fondamentale: correlazione non significa destino.
Non possiamo dire che uno smartphone provochi automaticamente depressione, ansia o dipendenza. Possiamo però dire che esiste un problema quando un determinato modo di utilizzare gli strumenti digitali si intreccia con vulnerabilità personali e finisce per alimentare un circolo difficile da interrompere.
La dopamina non è il colpevole
Qui entra in scena la dopamina. La parola è diventata ormai quasi sinonimo di gratificazione immediata: una notifica, un like, un nuovo messaggio, un video sorprendente, una ricompensa nel gioco. E da qui nasce una narrazione molto seducente: lo smartphone ci darebbe piccole dosi di dopamina fino a renderci dipendenti.
La realtà è più complessa. La dopamina non è semplicemente la “molecola del piacere”. È coinvolta nei meccanismi cerebrali della motivazione, dell’apprendimento e della ricerca della ricompensa. E proprio l’incertezza su quando arriverà qualcosa di interessante può rendere particolarmente potente il comportamento di controllo: forse il prossimo video sarà divertente, forse arriverà un messaggio, forse qualcuno avrà messo un like, forse troveremo finalmente qualcosa che ci interessa. E allora controlliamo ancora. E ancora.
È questo il passaggio più interessante: non necessariamente il piacere che riceviamo, ma l’aspettativa di riceverlo.
Il gesto diventa automatico. La mano cerca il telefono prima ancora che ci siamo chiesti perché. Apriamo un’app senza averne veramente bisogno. Chiudiamo e riapriamo. Facciamo scorrere. Refresh. Ancora.
Forse non è un caso che proprio il refresh infinito compaia nella frase scelta da Deegan per descrivere una delle possibili fughe dell’uomo contemporaneo.
Quando la tecnologia comincia a progettare la nostra attenzione
Il punto diventa ancora più interessante quando smettiamo di guardare soltanto all’utilizzatore e osserviamo l’ambiente nel quale si muove.
Nel luglio 2026 la Commissione europea ha contestato preliminarmente a Meta una violazione del Digital Services Act proprio per il design potenzialmente dipendenza delle sue piattaforme Instagram e Facebook. Nel mirino sono finite funzioni come lo scrolling infinito, l’autoplay, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione personalizzati. Secondo la Commissione, Meta non avrebbe valutato adeguatamente i rischi di queste caratteristiche sul benessere fisico e mentale degli utenti, compresi i minori.
È un passaggio importante perché sposta la discussione. Non si tratta più soltanto di dire ai ragazzi: devi avere più autocontrollo.
La domanda diventa anche: quanto autocontrollo possiamo realisticamente chiedere a un adolescente immerso in prodotti digitali progettati per catturare e mantenere la sua attenzione?
Ad agosto 2026, negli Stati Uniti, la questione è arrivata in un’aula federale di Oakland. Meta è sotto processo in una causa promossa da una coalizione di 29 Stati, che accusa l’azienda di avere progettato Facebook e Instagram in modo da favorire un uso eccessivo da parte dei minori, pur conoscendo i rischi. Meta respinge le accuse e contesta l’idea che le proprie piattaforme siano state progettate per danneggiare i ragazzi.
Anche in questo caso, la parola decisiva è design. Perché forse la vera domanda non è soltanto perché un adolescente non riesca a smettere di guardare lo schermo. È anche perché quello schermo sia stato costruito in modo da rendere così difficile smettere.
Il cervello adolescente non è un cervello adulto in miniatura
C’è poi un altro elemento che rende la questione particolarmente delicata: l’età. L’adolescenza è una fase di profondi cambiamenti neurologici e psicologici. Il sistema della ricompensa e della ricerca di novità ha un ruolo particolarmente importante proprio mentre le capacità di autoregolazione sono ancora in maturazione.
Questo non significa che i ragazzi siano “programmati per diventare dipendenti”. Significa che chiedere a un adolescente di esercitare lo stesso controllo che chiediamo a un adulto davanti a un ambiente digitale costruito sulla gratificazione immediata può essere poco realistico.
E significa anche che il problema non comincia necessariamente quando compare un disturbo. Può cominciare molto prima, quando lo smartphone diventa il modo quasi esclusivo di affrontare la noia, l’ansia, la solitudine o il disagio.
In quel momento il telefono non è più soltanto uno strumento. Diventa una strategia di regolazione emotiva. E una strategia che funziona — almeno nell’immediato — tende a essere ripetuta.
La dipendenza che si vede poco
Le vecchie immagini della dipendenza ci hanno abituati a cercarla in luoghi riconoscibili: sostanze, comportamenti estremi, situazioni di evidente degrado.
Le nuove forme di uso problematico possono invece essere molto più silenziose. Possono svolgersi nella cameretta. A porte chiuse. Di notte. Mentre il resto della casa dorme.
Per questo il segnale non è necessariamente “sta troppo al telefono”. Può essere un cambiamento più ampio: dorme sempre meno, rinuncia progressivamente alle attività che prima gli piacevano, si irrita quando deve interrompere, smette di vedere gli amici, usa lo schermo per evitare qualsiasi momento di vuoto, perde interesse per ciò che accade fuori dalla rete.
In questi casi sarebbe un errore pensare che basti togliere il telefono. Perché se lo smartphone era diventato il modo con cui quel ragazzo gestiva solitudine, ansia, tristezza o noia, spegnere lo schermo non elimina automaticamente ciò che c’era dietro.
A volte il dispositivo è il problema. A volte è il sintomo. Spesso può essere entrambe le cose.
Undici adolescenti su cento
Anche i dati europei invitano a evitare sia il panico sia la minimizzazione. Secondo l’OMS Europa, l’uso problematico dei social media tra gli adolescenti è passato dal 7% del 2018 all’11% nel 2022; tra le ragazze arriva al 13%. L’OMS collega questo comportamento a perdita di controllo, minore benessere e problemi di sonno, ma ricorda contemporaneamente che i social possono offrire relazioni, appartenenza e sostegno tra pari.
Anche questa seconda parte è importante. Demonizzare il digitale sarebbe facile. Capirlo è molto più difficile.
Un adolescente può trovare online amici che non riesce a trovare nella classe. Può sentirsi meno solo. Può creare, imparare, informarsi, giocare, sperimentare identità e passioni.
Lo stesso strumento può quindi essere una risorsa oppure diventare una trappola. Dipende dal contesto, dall’età, dalla persona, dal contenuto, dal modo in cui viene utilizzato e, sempre di più, dal modo in cui quel prodotto è stato progettato.
Il paradosso degli adulti
Ed eccoci alla parte più scomoda. Noi adulti chiediamo ai ragazzi di staccarsi dallo smartphone mentre controlliamo il nostro durante la cena. Chiediamo loro di non interrompere una conversazione per una notifica mentre rispondiamo a un messaggio nel mezzo della loro.
Diciamo loro che possono vivere benissimo senza essere sempre connessi, mentre noi prendiamo il telefono appena abbiamo trenta secondi di attesa.
Il problema non è soltanto la coerenza educativa. È che i ragazzi imparano il rapporto con la tecnologia anche osservando il rapporto che abbiamo noi con la tecnologia.
Per questo una buona educazione digitale non può essere soltanto una lista di divieti. Niente telefono a tavola. Niente smartphone durante la notte. Niente social prima di una certa età.
Tutte regole che possono avere senso. Ma devono essere inserite in qualcosa di più grande: una vita nella quale esistano ancora sonno, sport, amici, famiglia, noia, silenzio, lettura, tempo all’aperto, conversazioni senza uno schermo tra le persone.
Altrimenti rischiamo di togliere il dispositivo senza restituire al ragazzo un’alternativa.
Prima il bambino, poi lo smartphone
La Francia ha appena mostrato quanto sia difficile trasformare questa consapevolezza in una regola semplice.
Il Parlamento francese aveva approvato una legge per vietare i social network agli under 15, ma il 14 agosto 2026 il Conseil constitutionnel ha censurato la misura, giudicandola troppo ampia e sproporzionata rispetto a diritti come la libertà di espressione e la privacy.
La questione, quindi, resta aperta. E forse è meglio così, almeno se questo ci costringe a porre una domanda più difficile: non soltanto a quale età dare uno smartphone a un ragazzo, ma come prepararlo ad averlo.
La competenza digitale più importante potrebbe essere proprio questa: imparare a fermarsi. Perché tutte le tecnologie possono essere utilizzate. Ma alcune sono progettate anche per essere continuate a utilizzare.
Non crescere ragazzi senza tecnologia
Pensare di crescere una generazione completamente separata dal digitale sarebbe irrealistico.
Il problema non è tornare indietro. È imparare ad andare avanti senza consegnare interamente la nostra attenzione agli strumenti che abbiamo costruito.
Non dobbiamo crescere bambini che non sappiano usare la tecnologia. Dobbiamo crescere bambini e adolescenti capaci di usarla senza diventare soltanto utenti da trattenere, dati da raccogliere, attenzione da monetizzare.
È una questione educativa, familiare, culturale e ormai anche sanitaria. Ed è precisamente da questa domanda che nasce il nostro ultimo libro, dedicato al rapporto tra giovani, tecnologia, dipendenze e salute mentale.
Perché forse la vera sfida non è togliere lo smartphone dalle mani dei ragazzi. È fare in modo che, quando lo posano, ci sia ancora un mondo nel quale abbiano voglia di tornare.
Un contributo al dibattito
Da vari anni Psicologia in Tribunale si occupa dei fenomeni correlati all’utilizzo dei social e, in generale, del digitale da parte dei minori.
L’ultimo convegno nazionale, il 7 Novembre 2025 presso il Tribunale per i Minorenni di Roma, Minori sospesi tra reale e virtuale. Benessere, devianza e implicazioni giuridiche nell’era digitale, è stato incentrato su questi temi.
Sempre questo argomento è al centro del nuovo progetto editoriale di Psicologia in Tribunale, “Vulnerabilità e tutela dei minori nell’era digitale. Profili psicologici e implicazioni giuridiche”. Il libro, a cura di Maria Cristina Passanante e Stefania Tucci, edito da Pacini Giuridica di Pisa, 2026, affronta il fenomeno attraverso un dialogo tra diritto e psicologia.
Il volume analizza le nuove forme di vulnerabilità dei minori nell’ambiente digitale, le responsabilità degli attori coinvolti, gli effetti psicologici dell’esposizione precoce alle piattaforme online e gli strumenti giuridici oggi disponibili per garantire una tutela effettiva dei diritti dei bambini e degli adolescenti.
In un momento in cui sempre più Paesi iniziano a interrogarsi su come regolamentare il rapporto tra giovani e tecnologie digitali, comprendere questi fenomeni diventa indispensabile non solo per gli operatori del diritto e della psicologia, ma anche per educatori, insegnanti, genitori e decisori pubblici.
Vulnerabilità e tutela dei minori nell’era digitale. Profili psicologici e implicazioni giuridiche
Maria Cristina Passanante e Stefania Tucci (a cura di)
Crescere oggi significa abitare un mondo in cui reale e digitale si intrecciano continuamente, ridefinendo identità, relazioni e confini della responsabilità. In questo scenario emergono nuove forme di vulnerabilità: dal cyberbullismo all’adescamento online, dal ritiro sociale alle dipendenze digitali.
Questo volume offre una chiave di lettura per comprendere come tali fenomeni trasformino i percorsi di sviluppo e interroghino profondamente il diritto e la psicologia.
Rivolto a professionisti dell’area giuridica, sociale ed educativa, il libro propone strumenti interpretativi per orientarsi nella tutela dei minori nell’era digitale.
Bibliografia/sitografia di riferimento
Articoli
La Francia apre la strada in Europa: social network vietati ai minori di 15 anni.
- Adolescenza e smartphone: un divieto per promuovere il benessere
https://psicologiaintribunale.it/adolescenza-e-smartphone-un-divieto-per-promuovere-il-benessere/
- Adescamento dei minori online: come funziona il grooming e quali sono le implicazioni giuridiche
- Social media e salute mentale dei minori: la sentenza che cambia le regole del gioco
- Hikikomori. Ritiro sociale e conseguenze criminologiche
https://psicologiaintribunale.it/hikikomori-ritiro-sociale-e-conseguenze-criminologiche/
- Quali pericoli per i giovani e le persone vulnerabili nell’utilizzo di Instagram e TikTok?
- Intelligenza artificiale, realtà virtuale e realtà aumentata nel contesto sociale economico. Utilizzo eccessivo ed impatto sull’apprendimento e sullo stato emotivo dei giovani.
- Web, violenza online, danno psichico ed esistenziale
https://psicologiaintribunale.it/web-violenza-online-danno-psichico/
Video tematici
- Hikikomori: il futuro in una stanza
https://psicologiaintribunale.it/hikikomori-il-futuro-in-una-stanza/
- Adolescenti, interrealtà e cyberdevianza. Tra prevenzione e recupero
https://psicologiaintribunale.it/parliamo-di-psicologia-giuridica-con-maria-pia-fontana-2/
Convegno
- La videoregistrazione del convegno nazionale – 7 Novembre 2025 presso il Tribunale per i Minorenni di Roma – Minori sospesi tra reale e virtuale. Benessere, devianza e implicazioni giuridiche nell’era digitale è visibile a questo link: https://psicologiaintribunale.it/iii-convegno-nazionale-di-psicologia-in-tribunale-7-novembre-2025/
La camera della dopamina. Giovani, smartphone e la fuga dentro lo schermo
Capacità di agire e amministrazione di sostegno: la competenza che fa la differenza per lo psicologo giuridico
Lo psicologo giuridico può essere amministratore di sostegno?
Amministrazione di sostegno: cos’è?
Il metodo che fa la differenza in tribunale. La valutazione psico-forense


