Temi del Blog
SCOPRI I NOSTRI CORSI
-
-
Consulenza tecnica psicologica per la rettificazione di attribuzione del genere
Rated 5.00 out of 5€175,00
Suicidio e trasmissione transgenerazionale: il peso della storia familiare
Suicidio e trasmissione transgenerazionale: il peso della storia familiare
Stefania Tucci, psicologa , psicoterapeuta, divulgatrice scientifica, co-founder, membro del CTS e responsabile della divulgazione di Psicologia in Tribunale.
Quando la sofferenza non appartiene soltanto a chi la vive
Il 10 settembre si celebra la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio. Nel 2026 si conclude il ciclo triennale dedicato al tema Changing the Narrative on Suicide, «cambiare la narrazione sul suicidio»: un invito a uscire dal silenzio, ridurre lo stigma e creare le condizioni perché della sofferenza psichica si possa parlare prima che diventi insostenibile.
È un invito che considero particolarmente importante anche dal punto di vista psicoterapeutico. Perché cambiare la narrazione significa, a mio avviso, non soltanto trovare parole diverse per parlare del suicidio, ma anche imparare a porci domande più ampie.
Una di queste domande è: quanto di ciò che una persona vive appartiene soltanto alla sua storia individuale e quanto, invece, affonda le proprie radici nella storia della famiglia?
Non esiste una causa unica del suicidio. Il comportamento suicidario nasce dall’intreccio di molteplici fattori: psicologici, biologici, relazionali e sociali. La presenza di una depressione, di un disturbo dell’umore, di un precedente tentativo di suicidio, l’uso di sostanze, l’isolamento, esperienze traumatiche, perdite, conflitti e condizioni di crisi possono concorrere a determinare una condizione di particolare vulnerabilità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea inoltre che alcuni suicidi avvengono in modo impulsivo, durante momenti di crisi, e che la prevenzione deve intervenire su più livelli.
Ma esiste anche un altro livello, più silenzioso, che può essere importante esplorare: quello della storia familiare.
Il rischio suicidario può attraversare le generazioni
La ricerca scientifica ha mostrato con una certa chiarezza che la presenza di comportamenti suicidari nella famiglia è associata a un aumento del rischio nei discendenti.
Non significa, naturalmente, che il figlio di una persona che ha tentato il suicidio sia destinato a diventare a sua volta suicidario. Non esiste una sorta di “gene del suicidio”, né una trasmissione inevitabile del destino.
Significa piuttosto che, all’interno di alcune famiglie, possono concentrarsi una serie di vulnerabilità che aumentano la probabilità di una risposta suicidaria quando la persona si trova esposta a una situazione di grave sofferenza.
Un dato particolarmente significativo proviene da uno studio longitudinale condotto su famiglie ad alto rischio: la storia di un tentativo di suicidio da parte di un genitore era associata a una probabilità quasi cinque volte maggiore di tentativo di suicidio nei figli, anche tenendo conto della presenza di disturbi dell’umore e di precedenti tentativi nei figli stessi.
Questo dato non ci dice perché quella trasmissione avvenga. Ed è proprio qui che diventa necessario evitare spiegazioni semplicistiche.
La vulnerabilità può essere trasmessa attraverso una combinazione di fattori genetici, tratti temperamentali, vulnerabilità ai disturbi dell’umore, difficoltà nella regolazione delle emozioni e modalità relazionali apprese. A questi si aggiungono l’ambiente familiare, l’esposizione alla psicopatologia di un genitore, i traumi, i lutti, la qualità dell’attaccamento e le risorse disponibili per affrontare le crisi.
Ma una famiglia non trasmette soltanto geni, comportamenti e condizioni ambientali.
Trasmette anche significati.
Ed è su questo terreno che ritengo importante soffermarmi.
Ciò che una famiglia non riesce a dire
Ogni famiglia costruisce, nel corso delle generazioni, una propria narrazione.
Ci sono eventi che vengono raccontati molte volte, altri che vengono raccontati soltanto a metà. Ci sono lutti che hanno trovato parole, e lutti sui quali è calato il silenzio. Ci sono persone ricordate con affetto e altre quasi cancellate dalla memoria familiare.
Ci sono anche eventi che sembrano non essere mai accaduti.
Un suicidio di cui non si parla; un familiare del quale non si conosce bene la storia: una morte definita semplicemente come “un incidente”; un abuso mai nominato; una gravidanza perduta; una migrazione vissuta in condizioni traumatiche; un fallimento economico accompagnato dalla vergogna; un membro della famiglia escluso dalla narrazione.
Questi elementi non costituiscono, di per sé, una spiegazione del suicidio. Ma possono diventare importanti quando cerchiamo di comprendere come una persona abbia imparato, dentro la propria famiglia, a rappresentare il dolore, la perdita, la colpa, la vergogna e la possibilità di chiedere aiuto.
In una prospettiva psicodinamica possiamo allora parlare di trasmissione transgenerazionale.
Il termine “transgenerazionale” viene utilizzato in modi differenti nei diversi orientamenti clinici. In senso ampio, indica il modo in cui esperienze, conflitti, traumi, lutti e modalità relazionali possono continuare a esercitare la loro influenza anche nelle generazioni successive.
Non si tratta di immaginare una forza misteriosa che passa da un nonno a un nipote. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi su ciò che accade quando un’esperienza non viene sufficientemente elaborata e continua, in forme diverse, a organizzare la vita psichica e relazionale di una famiglia.
L’inconscio familiare non è un destino
Quando parlo di “inconscio familiare” non intendo affermare che esista un meccanismo deterministico attraverso il quale un’esperienza viene automaticamente trasmessa da una generazione all’altra.
L’inconscio familiare può essere pensato come l’insieme di ciò che, all’interno di una storia familiare, continua ad agire senza essere necessariamente conosciuto o mentalizzato dai suoi membri. Può essere fatto di identificazioni, fantasie, paure, sensi di colpa, lealtà, aspettative, ruoli e modalità di relazione.
Una famiglia può, per esempio, organizzarsi intorno a un mandato implicito: essere forti, non lamentarsi, non chiedere aiuto, proteggere gli altri, non parlare di ciò che è accaduto. Un bambino può crescere respirando queste regole senza che nessuno gliele abbia mai formulate esplicitamente.
“Qui bisogna farcela da soli” – “Non bisogna pesare sugli altri” – “Di certe cose non si parla” – “Il dolore si tiene dentro” – “Prima vengono gli altri”
Sono frasi che raramente vengono trasmesse come veri e propri insegnamenti. Più spesso passano attraverso il clima emotivo della famiglia, attraverso ciò che viene premiato, ciò che viene evitato e soprattutto attraverso ciò che non può essere pensato insieme.
Il segreto, il lutto e la ripetizione
Uno degli aspetti che può diventare clinicamente rilevante è il rapporto della famiglia con il lutto.
Quando una morte traumatica non può essere elaborata, il lutto può rimanere come una presenza silenziosa all’interno della famiglia. Il problema non è soltanto ciò che viene ricordato, ma anche ciò che non può essere ricordato.
Un bambino può percepire che intorno a una determinata persona esiste un dolore enorme senza avere gli strumenti per comprenderne l’origine.
In queste situazioni, ciò che non viene raccontato non necessariamente scompare. Può trasformarsi in un’atmosfera, diventare un silenzio, una paura, un’identificazione, una domanda senza risposta.
Ed è qui che un’analisi della storia transgenerazionale della famiglia può offrire uno sguardo particolare: non per cercare nel passato una causa semplice del comportamento o del disagio attuali, ma per comprendere come il passato continui a vivere nel presente.
In alcuni casi il soggetto può sviluppare identificazioni profonde con persone perdute o sofferenti della propria famiglia. Può sentirsi inconsciamente chiamato a occupare un determinato posto nella storia familiare, a riparare una perdita, a condividere una sofferenza o, al contrario, a espiare una colpa che non gli appartiene.
Queste dinamiche vengono talvolta descritte, nella psicoterapia familiare e psicodinamica, attraverso concetti come lealtà invisibili, identificazioni, triangolazioni e ripetizioni transgenerazionali.
Non significa che un tentativo di suicidio sia necessariamente un atto di “fedeltà” a un familiare morto. Significa che, in alcuni casi, il gesto può acquistare un significato che va oltre l’individuo, inscrivendosi in una rete di legami, perdite e conflitti che meritano di essere ascoltati.
Dal “perché vuoi morire?” al “che cosa sta cercando di dire la tua sofferenza?”
Di fronte a una persona suicidaria, naturalmente, la prima responsabilità è la protezione della vita. Il rischio deve essere valutato seriamente. Occorre intervenire sulla crisi, garantire sicurezza, coinvolgere i servizi necessari e non lasciare sola la persona.
La prospettiva transgenerazionale non sostituisce in alcun modo la valutazione clinica del rischio, il trattamento dei disturbi psichici quando presenti, né gli interventi di emergenza. Può però aggiungere una domanda.
Non soltanto: “Quanto è alto il rischio in questo momento?” ma anche: “In quale storia familiare si colloca questa sofferenza?”
E ancora:
“Che cosa è successo prima di me?”
“Come venivano affrontate le perdite nella mia famiglia?”
“Ci sono stati suicidi o tentativi di suicidio di cui non si è mai parlato?”
“Chi è stato escluso, dimenticato o idealizzato?”
“Quali emozioni erano ammesse e quali invece dovevano essere taciute?”
“Che cosa significa, nella mia famiglia, chiedere aiuto?”
Sono domande che non servono a trovare un colpevole. Servono a costruire una storia più ampia.
La prevenzione può cominciare dalla possibilità di raccontare
Forse è proprio qui che la prospettiva transgenerazionale incontra il tema di quest’anno: cambiare la narrazione sul suicidio.
Una delle forme più profonde di prevenzione può consistere nel trasformare ciò che è stato vissuto senza parole in qualcosa che possa essere finalmente pensato, raccontato e condiviso.
Raccontare non significa necessariamente ricostruire ogni dettaglio del passato. Significa dare un posto agli eventi. Dire che quella persona è morta improvvisamente o per suicidio. Riconoscere che quel lutto ha avuto conseguenze. Ammettere che una generazione ha sofferto. Permettere a quella successiva di non doverlo fare al posto suo.
In questo senso, la parola può interrompere la ripetizione. Quando un’esperienza può essere rappresentata, infatti, non è più necessario che debba essere agita. Quando un dolore può essere condiviso, non deve più essere necessariamente portato da un solo membro della famiglia. Quando un segreto può diventare una storia, può smettere di essere un peso enigmatico.
Dal destino alla possibilità
Il dato più importante da ricordare è che la familiarità con il suicidio rappresenta un fattore di rischio, non una condanna. La storia familiare può aumentare la vulnerabilità, ma non determina il futuro.
Ed è proprio questa distinzione che rende possibile la prevenzione. Se esiste una trasmissione, infatti, può esistere anche una trasformazione.
La psicoterapia può contribuire a interrompere alcune ripetizioni: rendere pensabili i lutti, riconoscere le identificazioni, distinguere ciò che appartiene alla propria vita da ciò che appartiene alla storia degli antenati, modificare modalità relazionali consolidate e, soprattutto, costruire nuove possibilità di chiedere e ricevere aiuto.
In questa prospettiva, conoscere la storia familiare non significa vivere rivolti all’indietro. Al contrario. Significa diventare più liberi di andare avanti.
La prevenzione del suicidio ha bisogno di servizi accessibili, interventi basati sulle evidenze, formazione, attenzione ai fattori sociali e psicologici, capacità di riconoscere precocemente il rischio e possibilità concrete di cura. Ma ha bisogno anche di una cultura nella quale parlare della sofferenza non sia un segno di debolezza.
E, talvolta, prevenire significa anche aiutare una persona a comprendere che ciò che sente non è necessariamente il suo destino. Può essere una parte della sua storia, una sofferenza ereditata, qualcosa che la famiglia non ha mai potuto dire.
Ma una storia, quando può finalmente essere raccontata, può anche essere trasformata.
Suicidio e trasmissione transgenerazionale: il peso della storia familiare
Compensi CTU: 120 giorni per l’adeguamento, la sentenza n. 14327/2026 del TAR Lazio
La camera della dopamina. Giovani, smartphone e la fuga dentro lo schermo
Capacità di agire e amministrazione di sostegno: la competenza che fa la differenza per lo psicologo giuridico
Lo psicologo giuridico può essere amministratore di sostegno?


