Stefania TucciPsicologa, psicoterapeuta, divulgatrice scientifica, co-founder di Psicologia in Tribunale Ero poco più che una bambina, quando cominciammo a vedere aggirarsi per le strade della città strani figuri. Sembravano aver timore di tutto quello spazio che improvvisamente si era spalancato davanti ai loro occhi, e lo solcavano un po’ curvi, quasi a nascondersi. Ispiravano curiosità, paura? Non saprei dire. A me suggerivano tenerezza. Erano gli anni dell’Austerity, e le strade erano vuote e silenziose. Si andava a piedi, lontano da casa. Anche per me, per noi, preadolescenti, la città era qualcosa da conquistare in libertà, come per loro, per la prima volta. E ti poteva capitare che una domenica pomeriggio, uno di quei pomeriggi tersi e freddi d’inverno, ti fermassero per chiederti qualcosa: una moneta, una sigaretta, una parola. E poi, a scuola, eh sì perché anche la scuola in quegli anni era qualcosa di “diverso”: non un semplice luogo di studio, ma di scambio e confronto, un luogo che si apriva alle istanze di una società in fermento, un luogo di esperienza. E ti poteva capitare che qualche insegnante ti parlasse di quello che succedeva nel mondo, e che lo si mettesse in scena, che ti parlasse del conflitto israelo-palestinese, la guerra dello Yom Kippur. Corsi e ricorsi della storia! Ma anche di quello che stava accadendo proprio sotto i nostri occhi, in città. Che ti parlasse di Basaglia e della sua opera di “liberazione”, per un nuovo modo di trattare la malattia mentale. Che ti parlasse dei “Tetti Rossi”. Con questo nome si indicava il manicomio ad Arezzo. Una città nella città, costruita fuori dalle mura, lontano dagli sguardi, ma che poi aveva finito per essere inglobata dalla città che, dal dopoguerra, aveva iniziato ad espandersi a macchia d’olio. Ed era dall’alto del centro storico che, prima che si erigessero i palazzi della città moderna, si dovevano scorgere quei “tetti rossi”, quei palazzi circondati da un bellissimo parco, ma da mura invalicabili. E scoprivi che dalla polvere degli archivi affioravano storie di vita. Storie dolorose e tragiche, come quelle di donne fatte passare per pazze dai mariti, con la connivenza di medici compiacenti, solo perché si voleva cambiare donna. Oppure, ancora peggio, riesumando le cartelle cliniche degli ospiti del cimitero – sì, perché la città dentro la città aveva anche il suo cimitero, lontano e diverso da quello comunale -, scoprire che si poteva essere entrati lì a sei mesi, per una banale epilessia, e che non se ne fosse usciti più. Credo che fu grazie a quelle esperienze che scelsi, già allora, che la mia strada, la strada della “liberazione”, sarebbe stata quella della liberazione dalla “malattia mentale”, dallo stigma e dalla segregazione. Scelsi, allora, dodici/tredicenne, di occuparmi della psiche e di diventare, essere?, una psicologa. Ed è per questo che ho letto con grande interesse e che voglio presentare qui un testo, fresco di stampa, pubblicato dall’editore Pacini nella collana Le ragioni di Clio, scritto egregiamente e con dovizia di documenti da Caterina Pesce, Pratiche di liberazione. Il manicomio di Arezzo negli anni di Agostino Pirella (1971 – 1978). Libro che mi riporta a quegli anni in cui la vita, sulla scia della rivoluzione culturale del ‘68, era tutto un fermento culturale, gli anni in cui si compivano i primi tentativi di liberazione dagli schemi e di osmosi tra i cittadini e le istituzioni. Gli anni dai quali emerse la legge 180, approvata nel 1978, e l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La cosiddetta legge Basaglia che prevedeva il superamento della logica manicomiale. Anni in cui, anche ad Arezzo, sotto l’impulso di Agostino Pirella, iniziò quel processo di trasformazione anti-istituzionale, messo in moto a Trieste da Franco Basaglia. Quello che colpisce di questo libro, strutturato come un racconto, è che, attraverso testimonianze e documenti, l’Autrice riesce a calare il lettore nell’atmosfera di quegli anni e di quel luogo, il manicomio di Arezzo, dove Pirella realizzò un processo di de-istituzionalizzazione attraverso il contributo delle istituzioni locali, della comunità cittadina, degli operatori sanitari – medici e infermieri, del personale di servizio ma, soprattutto, degli stessi degenti. Tutto questo attivando anche assemblee collettive partecipate, durante le quali, indipendentemente dal proprio ruolo, ognuno poteva prendere la parola per esporre le proprie idee, esprimere i propri bisogni o per suggerire cambiamenti. E questo racconto è fatto anche attraverso le voci dei protagonisti, tratte dai verbali. Voci che testimoniano un passaggio mentale che si andava determinando nelle convinzioni degli operatori sanitari – medici e infermieri, e dei degenti. Dove i malati diventavano il centro di un’istituzione che apriva i propri cancelli e le proprie sbarre per ridare loro quella dignità di esseri umani che l’istituzione manicomiale tradizionale aveva tolto, avendoli fatti diventare, come affermava John Foot, “degli scomparsi” dietro quelle mura. Riporto due esempi, secondo me emblematici, di quanto avveniva in quei luoghi, in quelle menti e in quegli anni, e invito chi fosse interessato alla storia della psichiatria e del disagio psichico a leggere questo notevole testo che ricostruisce una miliare storia di liberazione. La voce di un infermiere, G.: Quando ci hanno dislocato nei territori è stato un lavoro duro, non tanto con i malati, ma con i baristi, con il capo-stazione (l’ex manicomio di Arezzo è molto vicino alla stazione ferroviaria), i vicini di casa. Lo sai quante riunioni abbiamo fatto? Quando abbiamo aperto le prime case famiglia siamo dovuti andare a parlare con i vicini, sembrava che noi portassimo lì dei mostri; siamo dovuti andare a convincerli che non era vero, che erano persone e che poi c’eravamo anche noi a seguirle, ma non è stato facile! (p.129). La voce di un malato, Vittorio, presidente dell’Assemblea in quella fase: L’attuale presidente in carica tiene a precisare e a segnalare la sua stima per il degente Vasco (…), che lo precedette nella carica, come degli altri che ancor prima si succedettero e si augura che colui o colei che eventualmente avesse la preferenza dei degenti, di tenere sempre presenti due fattori, che modestamente ritengo essenziali, per il benessere degli […]

Minorenni vittime di abusi è questo il tema e il titolo di un importante report del Servizio Analisi Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dal quale emerge che, nell’ultimo semestre, i reati contro i minori che hanno subito un incremento sono: l’abuso di mezzi dei correzione la violenza sessuale la violenza sessuale aggravata nelle scuole Tra tutti i reati presi in esame, abbandono di persone minori o incapaci (art. 591 c.p.) abuso dei mezzi di correzione o di disciplina (art. 571 c.p.) adescamento di minorenni (art. 609 undecies c.p.2) atti sessuali con minorenne (art. 609 quater c.p.) maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p.) pornografia minorile (art. 600 ter c.p.), sottrazione di persone incapaci (art. 574 c.p.) violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) violenza sessuale (artt. 609 bis, 609 ter, 609 ter n. 5-bis, 609 octies c.p.) le vittime sono prevalentemente bambine e giovanissime, se si escludono l’abbandono di persone minori o incapaci, l’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, la sottrazione di persone incapaci e la violazione degli obblighi di assistenza familiare. minori di 14 anni. Maschio, italiano, di mezza età: l’identikit dell’autore di reati contro i minori Gli autori di reato sono per lo più uomini (in 9 casi su 10), di età compresa tra i 35 e 64 anni (nel 62% dei casi), e di nazionalità italiana (nel 71% dei casi). Maschio, italiano, di mezza età, è quindi l’identikit dell’autore di reati contro i minori, uomini che, come esplicitamente sottolineato nel report, sono “verosimilmente più intrisi di una “sottocultura patriarcale”, che affonda le proprie radici nell’ignoranza, nella negazione della ragione, e che traduce la paura del confronto nella violenza, fisica e psicologica” (Minorenni vittime di abusi, p. 13). Reati contro i minori nel Web Come è ormai noto, anche nella Rete sono in aumento i reati, compresi quelli contro i minori o commessi da minori. Luoghi virtuali di socializzazione, i social network sono anche spazi dove aggressività, sfida, provocazione e prevaricazione trovano nuovi canali di espressione. “Le dinamiche di violenza, tra e in danno di giovani, assumono oggi fenomenologie sorprendenti quando si realizzano in rete. Quello a cui si assiste attualmente è il sorgere di nuovi fenomeni nei quali i minori sono vittime e carnefici allo stesso tempo, in una società in cui i bambini approcciano le nuove tecnologie prestissimo” (Ibidem, p. 22). Ma quali sono i reati e le condotte devianti online? revenge porn – diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite (art. 612 ter c.p.) adescamento online (grooming) cyberbullismo sextortion sexting – scambio di messaggi testuali o di immagini private con contenuto sessuale social challenge, che inducono a comportamenti autolesivi gruppi “pro-ana” e “pro-mia”, che alimentano patologie legate ai disturbi alimentari L’inesperienza o la curiosità riguardo la sessualità, per esempio, rendono gli adolescenti, e in alcuni casi anche i bambini, più esposti ai pericoli della rete. Richieste di denaro, ricatti, minacce, ma anche umiliazioni possono violare la loro innocenza, determinando spesso gravi conseguenze relazionali, isolamento sociale e crisi d’identità. “La paura e la vergogna di essere derisi, sminuiti, violati nella propria privacy ed intimità, additati e riconosciuti attraverso immagini rese pubbliche, possono avere, quali ulteriori effetti, quelli dell’autoisolamento e del silenzio, forme di condizionamento tanto forti da indurli a non confidare ad alcuno, che sia esso un amico, un insegnante o addirittura un genitore, la drammatica esperienza vissuta” (Ibidem, p. 15). Considerazione psicologiche e reti di protezione per le vittime Di particolare rilievo in questo report sono le considerazioni di natura sociologica e psicologica che si alternano, lungo tutto il testo, all’esposizione dei dati. Considerazioni che segnalano che i tempi sono maturi per un salto di civiltà che finalmente conduca alla tutela dei diritti dei più fragili quali sono i bambini e gli adolescenti. “I reati contro i minori costituiscono un crimine contro l’intera società. Pertanto, denunciarli non è soltanto un atto formale, ma un obbligo morale per l’intera collettività” (Ibidem, p. 23). È ancora, il fenomeno dei minori violati non solo non è marginale nel numero degli eventi, ma, come scrivono gli autori del testo, è “gravissimo per le conseguenze dello sviluppo psico-fisico delle vittime, che un giorno saranno adulti fragili e insicuri, alcuni dei quali a rischio di diventare a propria volta carnefici, reiterando le violenze che hanno subito” (Ibidem, p. 22). È confortante verificare come faccia breccia finalmente nelle istituzioni un atteggiamento capace di tener conto dei risvolti psicologici dei fenomeni osservati. Solo così, a nostro giudizio, possono essere predisposte reti adeguate di protezione e tutela delle vittime, dando vita ad un cambiamento epocale nel modo di rapportarsi al mondo e ai diritti dei minori. “Se, infatti, gli indicatori di abuso (fisici, psicologici e/o sessuali) non vengono colti dal mondo degli adulti e non si crea intorno al minore un sistema alternativo, che offra dei modelli affettivi diversi da quelli violenti, è molto probabile che la persona offesa non sarà in grado di elaborare correttamente il suo vissuto. La mancata consapevolezza ed accettazione del trauma non consentirà di superare i modelli relazionali interiorizzati, tanto da determinare una coazione a ripetere. Il minore, quindi, potrebbe tendere a subire simili violenze anche nelle relazioni future, ovvero a metterle in atto, interpretando il ruolo del carnefice” (Ibidem, p.11).

Stefania Tuccipsicologa, psicoterapeuta, divulgatrice scientifica, co-ideatrice e responsabile della comunicazione di Psicologia in Tribunale Proprio in questi giorni sono stati divulgati i dati relativi alle richieste di sussidio del Bonus Psicologo. E il dato che salta agli occhi è che, tra le più di 330mila persone che ne hanno fatto richiesta, ben il 60% sono under 35. La maggioranza dei quali ha un’età compresa tra i 19 e i 35 anni. Mentre, ben 50mila sono under 18. Ma perché questo boom di domande tra i giovani? I motivi possono essere tanti, in primis sicuramente la maggiore dimestichezza con gli strumenti informatici che questa fascia generazionale possiede rispetto al resto della popolazione e che le ha consentito di prenotarsi con più facilità.Certamente, anche altri fattori di natura socioeconomica, come le minori potenzialità di reddito e la precarietà lavorativa che colpisce proprio le parti più giovani della popolazione del nostro paese.Ma anche una certa marginalità sociale che ha amplificato il disagio, in conseguenza dei cambiamenti intercorsi a causa delle nuove preoccupazioni dovute alla pandemia e al clima di guerra, per non parlare di quelle determinate dalle incertezze per il proprio futuro a causa dei cambiamenti climatici.Tutto questo, e molto altro ancora favorito dallo “spirito del tempo”, non può che ingenerare insicurezze, ansie e paure, quando, finito l’iter scolastico superiore, un giovane è chiamato ad inserirsi nel contesto universitario o nel mondo del lavoro. Giovani e la nuova consapevolezza sulla salute mentale Da un paio di anni, come psicoterapeuti osserviamo infatti un incremento delle richieste di aiuto proprio da parte di giovanissimi che, pur manifestando sintomatologie disparate tra loro, sono accomunati dalla paura di entrare nella vita adulta e di sganciarsi dalla comfort zone della casa di famiglia.E, a rimarcare quanto appena detto, nella stragrande maggioranza dei casi la richiesta di aiuto è formulata in prima persona, a volte anche all’oscuro dei genitori e della famiglia.Sostanzialmente, un più alto livello d’istruzione, una maggiore fiducia nella categoria degli psicologi, che da tanti anni si impegnano nell’opera di informazione e prevenzione, ha fatto sì che la generazione dei nativi digitali abbia acquisito una maggiore consapevolezza sull’importanza della salute mentale.Come ha affermato di recente David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, “Tra i ragazzi si è infranto il tabù della salute mentale”. Perché è importante fare prevenzione? Oggi, sappiamo che il 50% dei problemi di salute mentale inizia a 14 anni, l’età d’ingresso nella fase adolescenziale della vita, e che il suicidio è la seconda causa di morte negli under 25. Molti giovanissimi presentano problematiche psichiche che possono aggravarsi a causa dell’iperconnessione digitale e tecnologica, dell’abuso di sostanze e di alcool, dell’isolamento sociale.Sappiamo anche che, nella stragrande maggioranza dei casi, il disagio non viene rilevato o è marcatamente sottovalutato, con gravi conseguenze sulla qualità della vita dei giovani, delle loro famiglie e della società nel suo complesso.Al contrario, intercettare precocemente malfunzionamenti psichici e cognitivi e fornire strumenti di cura consentirebbe di evitare l’aggravarsi di condizioni che inevitabilmente giungeranno, se trascurate, a cronicizzazione. Iniziative come quella del Bonus Psicologo, seppur largamente insufficienti per far fronte al problema, hanno avuto il merito di far breccia su un fenomeno che coinvolge non meno del 10% della popolazione giovanile italiana, e che si spera continui ad essere al centro delle politiche sanitarie. HAI BISOGNO DI SUPPORTO? Gli specialisti della nostra Rete sono a tua disposizioneLi trovi QUI

Stefania TucciPsicologa e psicoterapeuta Difficile ruolo, quello dei genitori, oggi sempre più sotto i riflettori, in una società, la nostra, che ha posto al centro i figli e i loro diritti. Eppure, un ruolo fondamentale nella vita di ogni bambino. Genitori perfetti, imperfetti, quasi perfetti Ma si può essere genitori perfetti? Direi di no! Un genitore non può che essere imperfetto, non solo per gli errori che inevitabilmente compie nello svolgere il proprio ruolo, ma perché, solo nella misura in cui sarà “imperfetto”, lascerà al figlio lo spazio necessario per crescere e diventare un adulto psichicamente sano. Uno spazio psichico dove il figlio possa immaginarsi, costruirsi, rappresentarsi come individuo diverso da tutti gli altri, unico, in una parola, ”concepirsi”. Un genitore quasi perfetto è quello che, come sosteneva Bruno Bettelheim, lascia spazio, non ingombra, “concepisce” perché il figlio possa a sua volta “concepirsi”. Concepire, questa verbo magico, dal latino concĭpĕre, composto da con- e capĕre “prendere”, quindi accogliere, comprendere, nutrire, immaginare perché l’altro, il figlio, possa immaginare se stesso, avendo così la possibilità di sviluppare al massimo le proprie potenzialità. Donald Winnicott, un altro grande psicoanalista che si è occupato a lungo di bambini, rassicurava sostenendo che per svolgere bene il proprio ruolo una madre – e un padre, diremo noi – deve saper essere sufficientemente buona. Non importa che sia perfetta, anzi! Lo spazio della perfezione è uno spazio saturo, pieno, troppo pieno perché ci sia spazio per l’altro, il bambino. Perciò, per essere un genitore sufficientemente buono è necessario fare spazio dentro di sé per concepire, accogliere, comprendere, nutrire, immaginare l’altro ovverosia il figlio con le sue necessità e i suoi bisogni. Quando nasce un genitore? Un uomo cinquantenne, in attesa di conoscere se la fecondazione assistita cui la compagna si è sottoposta andrà a buon fine, inizia a fare spazio nella sua mente per questo figlio ancora di là da venire. Ma non importa che l’impianto si stabilisca, la gravidanza si sviluppi e il figlio nasca: lui è nato come padre! Racconta che, nelle circostanze in cui qualcuno lo mette in difficoltà, lui si è sempre sentito un bambino tra gli adulti, e non è mai riuscito a replicare alle accuse, anche quando erano ingiuste. Oggi, e lega l’evento a questo essere nato come padre in potenza, riesce a finalmente a replicare. Qualcosa dentro di lui è cambiato, tanto che, nell’ultima circostanza negativa che si è trovato a vivere, non si è sentito un bambino impotente tra adulti potenti. Era entrato in terapia per una richiesta di aiuto per un problema di impotenza sessuale. Una giovane donna accompagna la figlia di pochi anni ad una attività ricreativa, la stessa attività che lei, bambina, aveva praticato, felice di essere libera dalla tensione vissuta nella propria famiglia. La figlia, durante il percorso, fa capricci. Lei reagisce con durezza e senza pazienza. Le dà uno schiaffo. Immediatamente, si sente in colpa e imperfetta come genitore. In seduta, emerge il suo essere stata inconsapevolmente in competizione con la figlia. Comprende che la sua reazione incontrollata era stata motivata da un’invidia nei confronti della bambina. Oberata dagli impegni e dalle responsabilità, non sente di avere, oggi, come invece quando era piccola, quello spazio di libertà che tanto la rendeva felice. Perché dovrebbe averlo sua figlia? Nel momento stesso in cui comprende il lato oscuro del suo comportamento aggressivo nei confronti della figlia, diventa un altro genitore, un genitore quasi perfetto, e recupera un rapporto più equilibrato con la figlia. Una ragazza poco più che ventenne, ricorda un episodio della sua infanzia. Aveva otto o forse nove anni. Per qualche motivo, probabilmente per fare una telefonata o un gioco, aveva preso il cellulare del padre, lasciato incustodito. Legge inavvertitamente un messaggio e scopre che il padre ha un’amante e tradisce la madre. È sconvolta, piange, si sente tradita a sua volta, sperimenta un forte sentimento di rabbia. Si sente persa. Decide di non parlare più col padre, ma di assumere nei suoi confronti un atteggiamento di sfida. Il padre, ignaro delle sue reali motivazioni, reagisce a questo comportamento della figlia attraverso una modalità di sfida, a sua volta. Lei si sente non capita e la sua rabbia non si placa, al contrario, aumenta la sua tensione e il suo odio nei confronti del padre. Da quel momento sviluppa una difficoltà a regolare le proprie emozioni che le impedisce di vivere in maniera equilibrata i momenti di gioia e di dolore. Rivivendo l’episodio durante un lavoro con l’ipnosi, comprende che, se il padre le fosse andato vicino, l’avesse abbracciata e ascoltata, ciò l’avrebbe rassicurata e calmata. Scopre, in sostanza, di avere dentro di sé una funzione paterna capace di diventare per se stessa quel genitore quasi perfetto che il padre non ha potuto essere per lei. Scopre che per essere un genitore sufficientemente buono, bisogna prima di tutto saper ascoltare e accogliere. Un giorno, se avrà figli, diventerà un buon genitore, ma soprattutto, fin da adesso, sarà capace di consolarsi, quando la vita la esporrà a dure prove. Essere un buon genitore Quello che queste tre esperienze ci insegnano è che per essere un buon genitore è necessario, prima di tutto, essere un buon genitore per se stessi. È necessario curare le ferite del bambino che siamo stati. È necessario fare spazio dentro di sé. È necessario far dialogare quel bambino impotente con l’adulto che siamo. Per far nascere nostro figlio, è necessario far nascere il genitore che è in noi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità inserisce la pedopornografia, lo sfruttamento sessuale di un bambino o di un adolescente, e la prostituzione infantile all’interno di tutti quegli atti sessuali, con o senza contatto fisico, a cui il minore “non può liberamente consentire in ragione dell’età e della preminenza dell’abusante”. Il 5 maggio di ogni anno, dal 2009, si celebra la Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, occasione che vuole rappresentare un momento di riflessione in merito alla prevenzione e al contrasto del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori. Non esistono statistiche in grado di misurare con precisione questa triste realtà, diffusa ad ogni latitudine del pianeta, quello che è certo è che i minori vittime di questi reati sono moltissimi e che le denunce relative al sospetto di abuso ai loro danni sono in continuo aumento. Durante il periodo pandemico, le violenze e lo sfruttamento si sono accresciuti sia dentro gli spazi domestici sia in rete. Il pedofilo, contrariamente a quanto si crede, inizia ad essere attratto e a molestare bambini intorno all’età di 15-16 anni. Di solito le sue vittime lo conoscono, spesso si tratta di un parente (nel 30% dei casi), di un amico di famiglia o di qualcuno che frequenta l’ambiente domestico dove il minore vive (60%). Solo nel 10% dei casi si tratta di uno sconosciuto. Il pedofilo, in genere, non presenta evidenti anomalie di comportamento. Può limitarsi soltanto a spogliare il bambino e a guardarlo, oppure si mostra a sua volta o si masturba in sua presenza, può toccarlo con delicatezza, accarezzarlo o farsi toccare. Sicuramente, a livello intrapsichico, presenta una personalità tendenzialmente immatura, problemi a relazionarsi con gli altri, sensi di inferiorità che non gli permettono di intrattenere relazioni adulte, probabilmente è stato a sua volta vittima di violenze in tenera età. Nel vivere la propria sessualità abusando di bambini, può sentire di controllarli e di dominarli: con loro non prova quei sentimenti di inferiorità e inadeguatezza che in genere lo attanagliano! Un numero enorme di pedofili si limita a guardare materiale pedo-pornografico su internet, e questo purtroppo implica un fenomeno ancora più increscioso perché produce ricchezza ad adulti senza scrupoli e sfruttamento sessuale per schiere di bambini indifesi. A qualunque evento il minore si trovi esposto, subisce una violenza che determina un grave trauma. Se le violenze e gli abusi sono ripetuti nel tempo, possono dar vita a sviluppi traumatici e alterazioni della personalità di grande importanza. Ciononostante la violenza subita rimane spesso sotto silenzio per paura e immaturità della vittima. Quando, fortunatamente, viene a galla, a seguito di una denuncia per sospetto abuso, lo psicologo forense è chiamato a valutare la capacità del minore a rendere testimonianza. In ogni suo intervento lo psicologo lavora per tutelare la vittima, sia essa minore o adulta, sopperendo a volte, insieme alle altre figure legali e istituzionali chiamate in causa, alle carenze di una società ancora poco attenta a proteggere i più fragili.



