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Maria Cristina PassananteOffline

    Come si diventa Consulente Tecnico di Parte (CTP)?

    Il Consulente Tecnico di Parte (CTP) è un libero professionista, operante in un determinato campo tecnico-scientifico – nel nostro caso in Psicologia Giuridica -, al quale una Parte coinvolta in un procedimento giudiziario conferisce un incarico peritale.  Il suo ruolo, sia in ambito civile che penale, è quello di assistere la Parte in causa durante lo svolgimento delle operazioni peritali effettuate dal CTU (ossia il Consulente Tecnico d’Ufficio), assumendo sia una funzione di controllo tecnico sull’operato del CTU, sia una funzione di supporto con riflessioni nuove e alternative ed osservazioni proprie da lui proposte. Il Consulente Tecnico di Parte, infatti, verifica che il CTU, durante tutto l’iter peritale, segua le metodologie di indagine scientificamente più accreditate e rispetti scrupolosamente le norme procedurali che ne regolano lo svolgimento. In alcuni casi, il CTP può svolgere anche un accertamento tecnico preventivo, prima della fase processuale, attraverso consulenze psicoforensi, quando un privato cittadino, un ente o un’istituzione, intendano intraprendere una causa. Il CTP non è un pubblico ufficiale e, a differenza del CTU, è libero di non accettare l’incarico che la Parte gli propone, qualora ritenga possano non esserci i presupposti per una corretta difesa tecnico/scientifica. Il regime di responsabilità applicabile al CTP discende dal “Contratto di prestazione d’opera intellettuale” previsto dal codice civile (art. 2230 c.c.), che il Professionista e la Parte sottoscrivono per regolamentare i diritti e gli obblighi scaturenti per ciascuna parte dalla sottoscrizione del contratto, a tutela di entrambe.  Come si diventa CTP? Lo psicologo che si accinga a lavorare in ambito giuridico-forense, dovrebbe essere consapevole della necessità di una formazione specifica in questo settore che fa da cerniera tra la psicologia e il diritto, poiché comprende che la sola formazione in psicologia non può essere sufficiente per operare correttamente nel contesto culturale e professionale del diritto e della giurisprudenza, perché quel mondo ha regole e funzionamenti propri. Solo un’adeguata formazione specialistica, come auspicabile, può consentire di creare una rete di professionisti capaci e competenti, in grado di padroneggiare strumenti diagnostici e clinici, ma anche di contestualizzare i propri interventi, tenendo conto della specificità di questo lavoro.  Un errore, infatti, viene spesso compiuto da chi opera in questo settore della psicologia: quello di credere che le finalità dell’accertamento psicologico in ambito forense siano uguali a quelle dell’ambito clinico. Al contrario, l’attività dello psicologo forense non è un’attività clinica, ma di consulenza, ed è finalizzata a rispondere a quesiti giuridici e legali di natura e finalità diverse in base ai diversi ambiti del diritto (civile, penale, minorile, etc.). Problemi formativi, normativi, buone prassi e tutela dell’utenza I contorni di questa figura professionale, pensata a tutela del diritto costituzionale di difesa, non sono stati definiti e circoscritti, né per quanto attiene alle competenze pratiche e metodologiche che deve saper maneggiare, né per quanto concerne le conoscenze procedurali e quelle del sistema in cui si trova ad operare e di cui deve essere in possesso. Il legislatore indica che la scelta del CTP venga operata in virtù del criterio fiduciario tra professionista e parte processuale. In altri termini, al Consulente Tecnico di Parte non è richiesta l’iscrizione ad un Albo, né una particolare abilitazione professionale. E, malgrado l’importanza e la delicatezza del ruolo che ricopre per la parte, il CTP non è tenuto a prestare alcun giuramento. Purtroppo, il rischio che questo incarico venga svolto senza una competenza specialistica adeguata in psicologia giuridica è ancora molto diffuso, con tutti i rischi di malpractice per impreparazione e negligenza etico-professionale. Ancora più grave è la nomina di un CTP non psicologo, quando il quesito e l’indagine da svolgere richiedono competenze e atti professionali riservati allo psicologo, con la proliferazione di casi di abuso della professione psicologica. A fronte di questo vulnus legislativo e a contrasto dei casi di malpractice, la Rete di professionisti che aderisce al progetto del portale di Psicologia in Tribunale ritiene essenziale che una “speciale competenza” e una “specchiata moralità” siano auspicabili anche per i CTP. La competenza e l’etica professionale sono le basi essenziali per garantire il diritto dei cittadini, che non può essere lasciato all’improvvisazione o alla sola buona volontà di chi, pur addentro alla materia psicologica, non abbia una sufficiente conoscenza del quadro normativo, della cornice giuridico-forense e delle sue “buone prassi”. Perché possedere buone competenze cliniche e capacità valutative è condizione necessaria per rivestire il ruolo di CTP, ma non sufficiente. La Rete professionale di Psicologia in Tribunale richiama perciò con forza l’attenzione sull’importanza della responsabilità e della correttezza metodologica e deontologica che devono necessariamente guidare l’agire di chi presta la sua opera in ambito peritale. Così come l’utilizzo di buone prassi è un valido presidio alla salvaguardia dei diritti dei cittadini, soprattutto dei più deboli, non è pensabile poter assumere incarichi in questo delicato e complesso ambito senza adeguate competenze, se pensiamo alle possibili conseguenze sulla vita affettiva, familiare, sociale delle persone coinvolte nelle consulenze. Formazione La formazione dello Psicologo Giuridico-Forense dovrebbe perciò prevedere conoscenze in merito al diritto e alla conoscenza dei codici di procedura civile e penale di riferimento, in relazione ai ruoli del CTU e del CTP; ai principi di etica e delle regole deontologiche attinenti all’ambito specifico della psicologia giuridica; ai fondamenti teorici e tecnici relativi alla psicologia generale, alla psicologia giuridica, alla psicologia e psicopatologia dell’età evolutiva, alla psicologia e psicopatologia della famiglia e delle relazioni, alla psicodiagnostica forense;  ai criteri e alle metodologie accreditate in rapporto ai casi specifici e allo studio dei metodi per la redazione degli elaborati peritali. Dalla nostra Academy:

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    Disforia di genere, il percorso di transizione di Erica

    Maria Cristina Passanante Psicologa giuridica “Il mio nome di battesimo è sfortunatamente Eric”. Così esordisce la giovane che mi trovo di fronte. Figlio unico, nasce dopo circa quindici anni di matrimonio. Dei genitori dice che sono due persone semplici ed umili: la madre casalinga che avrebbe anche avuto grandi potenzialità “soffre da sempre di depressione” e per via degli psicofarmaci che prende non riesce ad avere una vita molto attiva; il padre, disoccupato, percepisce il reddito di cittadinanza. Riferisce non andare molto d’accordo con loro, il rapporto con il padre è pressoché inesistente e quello con la madre è connotato da notevoli difficoltà comunicative.  Riferisce di aver avuto uno sviluppo evolutivo nella norma senza intoppi o malattie. Ricorda essere stato un bambino sereno e tranquillo, inserito senza alcuna difficoltà a scuola materna. Il percorso scolastico sempre di successo, fino alla laurea. Ricorda le prime vere crisi d’identità in epoca preadolescenziale durante la scuola media, allorquando sente di legare poco con i compagni e molto con le compagne “sentivo di avere con loro un’anima familiare”. Ricorda la profonda gratificazione e il piacere sperimentato quando a scuola i compagni le dicevano “sembri una femmina”, ma anche la sofferenza provata “mi sentivo un pesce fuori d’acqua… e tendevo a coprirmi e ad isolarmi dai compagni… ad inibire la mia spontaneità”.  Riferisce di non aver mai raccontato a nessuno della sua crisi identitaria, fino a quando, a sedici anni, nella difficoltà di affrontare i propri genitori, scrive una lettera alla madre, raccontando e svelando la sua vera identità. Sostiene di aver sin dall’infanzia manifestato comportamenti e atteggiamenti propri del sesso opposto a quello biologico, ma di aver iniziato a sentire di appartenere al sesso opposto a quello in cui era nata, percependo un vissuto interno psicologico di disagio e sofferenza rispetto al suo corpo maschile, solo con il raggiungimento dell’età adolescenziale.  “Ci sono volte in cui mi soffermo davanti allo specchio e penso a tutte quelle sofferenze che ho dovuto passare per diventare la persona che sono oggi; sorrido finalmente ma con un sorriso vero, senza finzioni né menzogne, senza recite che, prima di iniziare il percorso, ero costretta a fare per paura di non essere accettata. Ho nascosto per anni ciò che veramente ero sia a me stessa sia agli altri. Non ho mai avuto quell’adolescenza che ho sempre desiderato, ho odiato il mio corpo soprattutto quando iniziava a svilupparsi al maschile, non ero protagonista della vita che mi circondava ma succube e attenta ad essere spettatrice di me stessa, assumendo forzatamente comportamenti maschili nel modo di camminare e nel modo di relazionarmi con gli altri per paura che potessero accorgersi della mia vera anima, mettendo in conto anche il fatto che il pregiudizio regna sovrano. Non ho mai potuto realizzare né le uscite con le compagne di scuola con abitini che ho sempre sognato, con un trucco che ho sempre voluto, né tantomeno le prime cotte verso i maschietti in quanto, essendo esteticamente maschio, non potevo interessare minimamente. Ad un certo punto, non potendo andare contro la mia vera natura, ovvero quella femminile, il mio cuore ha iniziato a urlare aiuto e nel momento in cui ha urlato, è esploso come un vulcano, eruttando la libertà. Non sto qui a parlare di altre sofferenze psicologiche perché ciò che importa in questo momento è il fatto che io sia ormai una donna, soddisfatta, realizzata e soprattutto innamorata finalmente di un uomo che mi vuole bene e mi rispetta per ciò che sono e non per quello che avrei fatto finta di essere se continuavo a nascondere la mia vera anima”.  Nell’impossibilità di trovare consenso da parte dei genitori quando ancora minorenne, al raggiungimento della maggiore età, Eric si rivolge al Dipartimento di Salute Mentale per sottoporsi ad una valutazione psicodiagnostica a conferma dei sentimenti di rifiuto e di conflitto sperimentati rispetto alla propria appartenenza sessuale e, successivamente ad un periodo di psicoterapia, durante il quale gli viene diagnosticata una Disforia di Genere, inizia il percorso di transizione farmacologica presso un endocrinologo di fiducia, ottenendo una buona conversione dei caratteri fenotipici in senso femminilizzante. Alla domanda chi è oggi Eric, risponde senza alcuna esitazione “Erica!” Questo è il nome proprio femminile che si è data. È orgogliosamente una “ragazza trans”. Nulla in lei è cambiato rispetto a prima delle cure ormonali, soprattutto in ordine ai gusti sessuali: “è cambiato soltanto l’aspetto estetico” e la possibilità di amare ed essere ricambiata. I tempi lunghi per ottenere la rettificazione anagrafica di sesso e nome l’hanno costretta a vivere con documenti che non corrispondono alla sua nuova condizione di identità e di vita, determinando in lei una sorta di disagio psicologico di fondo espresso attraverso note di insicurezza, ma non inquadrabile in una sofferenza clinicamente significativa. Erica nel suo complesso manifesta una personalità stabile e coesa, in presenza di processi identificativi tutti orientati in direzione femminile. Buono anche il suo funzionamento in ambito sociale, lavorativo, personale ed esistenziale. Il percorso psicoterapeutico seguito parallelamente alla terapia ormonale intrapresa le ha permesso di affrontare con buon successo il periodo di real-life experience, tramite il quale è stato possibile valutare la sua determinazione, la sua capacità di funzionare nel genere sessuale femminile, nonché l’acquisizione di una maggior consapevolezza delle conseguenze familiari, professionali, interpersonali, scolastiche e legali, permettendole di raggiungere dei progressi nel padroneggiare alcuni suoi specifici problemi, così da riuscire a migliorare il suo equilibrio psicofisico e consolidare la sua identità di genere. Al contrario, la preoccupazione per il delicato quanto complesso intervento demolitivo per il cambiamento di sesso “non voglio farlo… è pericoloso… poi sinceramente non ne sento il bisogno… il mio corpo non lo richiede”, trova conforto nella consapevolezza della possibilità di poter scegliere se sottoporsi o meno all’intervento chirurgico. Ben informata sui rischi connessi in termini anche di danni irreversibili alla propria identità sessuale, in caso di sopraggiunti problemi di salute derivanti dalla non corretta esecuzione dell’intervento chirurgico demolitivo dei caratteri anatomici primari, ha scelto di non eseguirlo, desiderando soltanto la riattribuzione legale del sesso, soddisfatta del […]

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    Male or Female? Complessità dolorosa dell’identità transessuale

    Maria Cristina Passanante Psicologa giuridica Generalmente il termine transizione indica il passaggio da una situazione o da una condizione ad un’altra. In questo breve lavoro, mi occuperò del sofferto transito da un’identità di genere all’altra che, nel transessualismo, assurge al ruolo di una vera e propria rinascita, un percorso che conduce ad una nuova vita, ad una nuova identità, ad un nuovo corpo.  Nella persona transessuale non coincidono due componenti dell’identità sessuale: il sesso biologico e l’identità di genere. Questa condizione comporta una grande sofferenza psicologica e un immenso disagio esistenziale e personale legati al non sentirsi rappresentati dalla propria identità di genere e dal proprio corpo. Il transessualismo configura una profonda sofferenza identitaria. (Nunziante Cesàro, Chiodi, 2006) Identità L’identità è un’istanza psichica che si origina nel tempo dall’integrazione di vari aspetti quali l’immagine somatica, la consapevolezza dell’essere e della psiche e la costanza di questi aspetti nel tempo (Dettore, 2005, pp.133). Per Jervis (1997) l’identità è la capacità di riconoscersi e di essere riconoscibile. La costruzione dell’identità è un processo complesso che si sviluppa gradualmente dalla primissima infanzia, quando il bambino ancora non ha la capacità di riconoscersi, fino a quando, verso i tre-quattro anni sviluppa una propria consapevolezza autoriflessiva. Successivamente, durante la delicata fase dell’adolescenza, che richiede una nuova strutturazione dell’identità, tutto viene rimesso nuovamente in discussione. L’identità è intesa come il prodotto della corrispondenza tra rappresentazioni del Sé, inteso in senso corporeo e psicologico, ed esperienza di sé. (Ruggieri, 1988; 1997) Identità sessuale Alla nascita un individuo viene identificato con un’identità sessuale attraverso il sesso, quello “anagrafico”, determinato dall’esame morfologico dei suoi organi genitali. L’equazione sesso anagrafico/sesso biologico – che caratterizza il nostro ordinamento giuridico – presuppone che il primo rispecchi fedelmente le componenti sessuali del titolare, sebbene nella realtà tale coincidenza non sempre sussiste. Accade, non di rado, che le molteplici componenti della sessualità umana – genetica, fenotipica, endocrinica, psicologica, culturale e sociale – entrino in rotta di collisione. L’emergere nel corso della vita di tendenze comportamentali e psichiche, caratterizzanti un sesso diverso da quello propriamente anagrafico, configura la propria identità di genere. Non riconoscere il proprio corpo e sentirsi un individuo a metà, ambivalente, vivere continuamente una dicotomia tra come si è e come si vorrebbe realmente essere, tra il corpo in cui si è nati e il proprio vissuto, significa non riconoscersi come persona e ciò non può che comportare sentimenti e vissuti di inadeguatezza, di non accettazione e di malessere. Il corpo è l’involucro, il mezzo con cui ci presentiamo e relazioniamo agli altri, percepiamo la realtà esterna, partecipiamo al mondo, esprimiamo il nostro modo di essere maschile e femminile. Il corpo è una rappresentazione di sé. Come diceva Sartre: “il corpo che vivo in prima persona sono io stesso” (Sartre, 1950). Nella persona transessuale il corpo è estraneo, negato, non voluto, ripudiato, rifiutato, odiato, vissuto come un errore, un ostacolo, fonte di frustrazione. Il corpo è la sede del conflitto. Il corpo è uno dei principali elementi che contribuiscono a delineare la nostra identità, attraverso esso ci riconosciamo e percepiamo, il corpo siamo noi stessi. (Bertherat, 1998) Attraverso il corpo comunichiamo, esprimiamo valori, comportamenti e vissuti. È come se le persone transessuali non si sperimentassero come un tutt’uno, ma vivessero una scissione dicotomica tra corpo e mente, una sorta di tendenza anacronistica, che sembra riallacciarsi al dualismo cartesiano, e andare contro l’affermazione dell’unità psiche-soma. Nella persona transessuale l’identità non è data, deve essere costruita (Galimberti). L’essere umano ha bisogno di continue conferme, di essere amato e accettato, riconosciuto per ciò che è. La persona transessuale ricerca queste conferme e questa accettazione prima di tutto in se stessa. Identità di genere Con il concetto d’identità di genere si sottolineano le componenti biologiche e intrapsichiche dell’identità (Stoller, 1963), distinguendole dall’identità legata al ruolo sociale. L’identità di genere, riguarda la sensazione intima e profonda, la convinzione permanente e precoce di essere uomo o donna. Essa esprime la presenza delle strutture mentali di “mascolinità” e “femminilità” da attribuire a sé e agli altri, che, acquisite in una fase precoce dello sviluppo infantile (dalla nascita fino ai tre anni di età circa), sono il risultato dell’interrelazione tra le attitudini dei genitori (le identificazioni parentali), l’educazione ricevuta e l’ambiente socioculturale. L’identità di genere, che è una delle componenti fondamentali del processo di costruzione dell’identità, definisce non solo l’appartenenza biologica e genetica al proprio sesso, ma soprattutto il riconoscersi e l’accettazione conscia e inconscia dello stesso, sentirsi psicologicamente come maschio o femmina. Per identità di genere deve, quindi, intendersi non solo identificarsi nel sesso manifesto e attribuito alla nascita, ma anche sentirsi in armonia con il proprio corpo. Questa “concordanza” determina una non conflittualità tra la componente biologica e quella psicologica. L’identità di genere è una connotazione psicologica, l’esperienza personale del ruolo di genere. (Money, 1975) Avere un’identità di genere non corrispondente al sesso anatomico è considerato un disturbo. (Newman, 2002) Identità di ruolo Correlata all’identità di genere, l’identità di ruolo (o ruolo di genere) (Money, 1975), è l’insieme dei comportamenti, agiti all’interno delle relazioni con gli altri, e delle attitudini che in seno a un dato contesto storico-culturale sono riconosciuti come propri dei maschi o delle femmine. Il ruolo di genere è l’espressione esteriore dell’identità di genere (Dettore, 2005). Costruito concettualmente a partire dai due anni (Schaffer, Lo sviluppo sociale, 1996) e suscettibile di trasformazione nel tempo, il ruolo di genere esprime adattamento sociale alle norme condivise su attributi e condizioni fisiche (apparenza), gesti (manierismi), adornamenti, tratti di personalità, igiene personale, discorso e vocabolario, interazioni sociali, interessi, abitudini, definiti “tipicizzati” o inappropriati per genere. In altri termini, questo concetto racchiude in sé tutti i comportamenti, atteggiamenti, espressioni di personalità, esperienze che una persona mette in atto per manifestare a se stessa e agli altri il proprio genere, e che un contesto ritiene socialmente appropriati e opportuni, in quanto manifestazioni tipiche peculiari della femminilità e della mascolinità. Orientamento sessuale Componente dell’identità sessuale è l’orientamento sessuale, cioè la meta verso cui è indirizzato il desiderio sessuale, indipendentemente dal genere […]

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    Ruoli e funzioni del Consulente Tecnico Psicologo per il PM. Criticità, spunti di riflessione e buone prassi

    Maria Cristina Passanante, Psicologa giuridica, co-ideatrice di PsicologiainTribunale.it Mariarita Guglielmi Dottoressa in Psicologia In ambito penale lo psicologo può assumere tre ruoli: può essere perito (o “Ausiliario”) nominato dal Giudice (G.I.P./G.U.P. o Giudice del dibattimento), Consulente Tecnico nominato dal Pubblico Ministero (PM) e Consulente Tecnico di Parte (CTP) nominato dalla difesa dell’indagato/imputato o dalla parte civile. Ma è sul Consulente Tecnico per il PM che vogliamo soffermarci, per definirne il ruolo in maniera chiara ed evidenziare le buone prassi da adottare durante l’attività di consulenza. Come sappiamo, il Pubblico Ministero (PM) è un organo designato per l’esercizio dell’azione penale, azione che conduce poi al processo in cui il PM sarà la controparte dell’imputato. È dunque un organo che si occupa di cercare prove d’accusa verso presunti autori di reato.  Il consulente psicologo interviene nel momento in cui, durante le indagini, il PM deve procedere ad accertamenti legati a questioni che richiedono specifiche competenze: dunque, come sancisce l’art. 359 del c.p.p., questi ha la facoltà di nominare uno o più consulenti tecnici a cui affidare l’accertamento di questioni tecnico-specifiche e che possano dare significativi contributi all’attività investigativa. La SIT (Sommarie Informazioni Testimoniali) Preliminarmente alla consulenza tecnica il P.M. può avvalersi del CT per la S.I.T. (Sommarie Informazioni Testimoniali): in questa fase il CT assume il ruolo di ausiliario della P.G. (Polizia Giudiziaria), poiché persona idonea con competenze specifiche e necessarie per il caso in questione. La S.I.T. viene svolta in ambito ordinario e/o minorile a seconda dell’età dei soggetti coinvolti, si svolge esclusivamente all’interno delle Indagini Preliminari ed è finalizzata a raccogliere la testimonianza della parte offesa, presunta vittima di reato. Si tratta di un momento, appunto, preliminare e orientativo che precede la vera e propria consulenza: con quest’ultima, che prevede un iter metodologico più complesso e articolato, si andrà infatti ad eseguire una vera e propria valutazione relativa allo psichismo del soggetto e alla sua capacità a rendere testimonianza. Per la S.I.T si fa riferimento agli artt. 351 e 362 c.p.p. che stabiliscono che “il pubblico ministero, quando deve assumere informazioni da persone minori, si avvale dell’ausilio di un esperto di psicologia o psichiatria infantile. Allo stesso modo provvede quando deve assumere sommarie informazioni da una persona offesa, anche maggiorenne, in condizione di particolare vulnerabilità. In ogni caso assicura che la persona offesa particolarmente vulnerabile, in occasione della richiesta di sommarie informazioni, non abbia contatti con la persona sottoposta ad indagini e non sia chiamata più volte a rendere sommarie informazioni, salva l’assoluta necessità per le indagini.” Per l’ascolto della presunta vittima, vengono utilizzati protocolli di intervista investigativa che hanno lo scopo di far luce sui fatti oggetto d’indagine: l’obiettivo è quello di raccogliere informazioni senza pregiudizi, dunque evitando contaminazioni o suggestioni e cercando di favorire l’emergere di un ricordo più accurato e completo possibile, cosicché possa essere valido a livello giudiziario. Alcuni aspetti importanti da ricordare sono: essere chiari rispetto alla finalità dell’incontro; partire dalla creazione di un clima confortevole, di familiarizzazione che possa far sentire a proprio agio la vittima, introducendo ad esempio argomenti neutri o, in caso di minori, creando un contesto di gioco (questa fase permette anche di conoscere il soggetto e modulare, sulla base di questo, il colloquio); evitare un linguaggio ambiguo e complesso; essere pertinenti rispetto al tema trattato; mantenere un tono e un atteggiamento “neutrale” che favorisca la genuinità delle informazioni. È inoltre utile procedere “ad imbuto”, favorendo prima una narrazione e rievocazione  libera alla vittima, ponendo domande per lo più aperte e generiche e successivamente stimolare, attraverso domande più dirette e specifiche, una rievocazione guidata. La chiusura dell’intervista investigativa non deve essere sottovalutata: gli ultimi minuti del colloquio sono essenziali. Si deve infatti evitare l’errore di chiudere frettolosamente l’incontro, magari perché si sono ottenute sufficienti informazioni. Sarebbe buona prassi, per restituire serenità al soggetto e ristabilire in qualche modo l’equilibrio, concludere con un argomento neutro o anche, se si tratta di bambini molto piccoli, ripristinando un eventuale contesto di gioco in cui il colloquio era iniziato. È bene ringraziare la presunta vittima, rassicurarla e sostenerla per aver collaborato. I protocolli di intervista variano in base all’età e alle competenze specifiche delle persone da ascoltare e possono essere più o meno strutturate. La scelta del protocollo spetta all’esperto.  Le interviste maggiormente utilizzate sono: La Step Wise Interview, che viene utilizzata con soggetti di età dai sei anni in poi e normodotati L’Intervista Strutturata, utilizzata con soggetti di età inferiore ai sei anni, ma senza particolari problematiche cognitive e/o psichiche o con soggetti di età superiore ai sei anni che presentano difficoltà cognitive o altre problematiche psichiche che possano al momento dell’intervista condizionare le capacità di memoria del minore o il suo livello cognitivo generale. In tal senso, l’intervista strutturata prevede un’impostazione più semplificata L’Intervista Cognitiva, nelle due versioni, una per bambini e una per adulti. Questa intervista prevede quattro mnemotecniche che permettono il recupero delle informazioni Il fine ultimo di un “buon ascolto” è anche quello di evitare dinamiche di vittimizzazione secondaria, legata ad aspetti successivi al presunto reato subito. Modalità invasive durante il colloquio, luoghi non appropriati, scarsa attenzione alle caratteristiche personali ed evolutive della presunta vittima, sono tutti aspetti che causerebbero ulteriore sofferenza e stress. In tutti i casi il CT ha una doppia responsabilità: deve proteggere il processo investigativo e allo stesso tempo avere come obiettivo supremo la tutela psicologica della presunta vittima, in particolar modo dei minori. In tal senso un “buon ascolto” incarna sia una valenza criminologica che una valenza clinica e deve massimizzare la raccolta delle informazioni e ridurre al minimo le possibili fonti di stress al soggetto coinvolto. La consulenza tecnica per il P.M.: nomina e conferimento dell’incarico Come anticipato la S.I.T. è preliminare alla Consulenza Tecnica che invece prevede una metodologia più articolata ed è finalizzata ad una vera e propria valutazione di aspetti specifici, essendo oltretutto guidata dal quesito peritale. La nomina del CT per il P.M. è regolamentata, come già detto, dall’art. 359 c.p.p. che sancisce che il P.M. “quando procede ad accertamenti, […]

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    Il coraggio della denuncia. Il caso di Gloria

    Maria Cristina Passanante Psicologa giuridica e coideatrice di PsicologiainTribunale.it Violenza di genere in Italia Anche se è in aumento il numero delle denunce, il fenomeno della violenza di genere è ancora un fenomeno sommerso. Le donne che cercano aiuto sono una minoranza: non parlano con nessuno delle violenze subite, non denunciano. Poche sono anche quelle che si rivolgono a centri antiviolenza o a servizi specializzati.  Eppure, la denuncia è essenziale per aiutare la donna ad uscire dalla violenza, così come la presa di consapevolezza rispetto a quanto è stato subito. Molte donne non considerano la violenza subita un reato, solo il 35,4% ne è consapevole, e ancora poche sanno a chi rivolgersi per chiedere aiuto. È per questo che l’opera di informazione e sensibilizzazione è importantissima. Violenze fisiche e sessuali: i numeri di un flagello Come rileva l’Istat da un’indagine condotta ormai nel 2014 tra donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni, una donna su tre, nel nostro paese, e stiamo parlando di circa 7 milioni di donne, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le violenze vengono perpetrate per il 13,6% da partner o ex partner. Per il 24,7% da altri uomini, sia estranei che persone conosciute, come conoscenti, amici, parenti, colleghi di lavoro.  Sono proprio partner, parenti o amici a esercitare le forme di violenza più gravi, come gli stupri o le violenze fisiche, come schiaffi, calci, pugni e morsi. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali. Tra le straniere residenti nel nostro paese, le donne moldave, quelle rumene e quelle ucraine subiscono più violenze e, seppure in assoluto con percentuali analoghe alle donne italiane, subiscono con più incidenza violenze fisiche. L’Italia poi detiene insieme a molti altri paesi in Europa e nel mondo ancora il triste primato dei femminicidi: una donna viene uccisa nel nostro paese ogni tre giorni, in genere da un compagno o un familiare.    Violenza psicologica e “pandemia ombra” Oltre alla violenza fisica e sessuale, molte donne subiscono dal partner anche violenze psicologiche ed economiche, ossia comportamenti tesi a umiliare, svalorizzare, controllare e intimidire, nonché privare o limitare la donna nell’accesso alle proprie disponibilità economiche e familiari. Durante il periodo del lockdown, che purtroppo continua ancora oggi, i casi di violenza contro le donne tra le mura domestiche sono stati in aumento. Molte donne con occupazioni informali e precarie hanno perso il lavoro, in questo periodo, e sono risultate maggiormente esposte, essendo costrette a lunghe permanenze in casa, diventando anche economicamente più dipendenti dal partner. E questo ha fatto sì che anche il controllo esercitato su di loro da partner abusanti si sia amplificato.  L’aumento dei casi di violenza di genere nel mondo, in conseguenza della pandemia, è stato rilevato da indagini di organismi internazionali come le Nazioni Unite, ad esempio. Questo fenomeno è ormai noto con il triste appellativo di “pandemia ombra” che ne denuncia la gravità. Questi terribili dati riportano alla mia memoria la storia di una donna che ho incontrato nel corso della mia attività professionale come consulente tecnico e della quale il ricordo è per me incancellabile. Non esiste medicina per curare il peso che c’è sul mio cuore: il caso di Gloria Sono io ad andare da lei: il suo stato di salute non le consente di raggiungere il mio studio. È così che conosco questa donna fragile e ad un tempo indomita. E capisco, da subito, che Gloria (nome di fantasia), fatica ad aprirsi. Sento tutta la sua paura, la sua diffidenza. Del resto, come scriverà in una memoria autografa,  “lui ha distrutto le mie certezze, la mia parte più profonda dell’animo, la dignità, la mia vita esistenziale, biologica, la fiducia nella gente; il mio cuore è scoppiato, lasciando un grave turbamento della pace interiore”. E questa condizione di estrema sofferenza e dolore traspare guardandola, ascoltandola. Una dimensione dolorosa dalla quale mi sento immediatamente invasa, e che mi rende faticoso essere lì con lei, in quella stanza. E non solo perché il carcinoma ovarico da cui è affetta, l’intervento chirurgico e il trattamento chemioterapico l’hanno resa emaciata e trasformata nel corpo, ma per lo stato psicologico in cui versa, perché, come lei stessa dice: “Mi sento abbandonata e povera. Qualcuno ruba la borsa dei soldi per arricchirsi, è qualcosa o non è nulla, ma lui che ha truffato i miei sentimenti non si è arricchito, ha fatto di me una donna miserabile e sola; ed è la rabbia che si impossessa di me, che si trasforma in tristezza, amarezza, oppressione che si ferma sul petto, scelgo di ignorarla, ma quella sensazione si fa sempre più forte e non esiste medicina per curare il peso che c’è sul mio cuore”. La storia di Gloria I minuti, le ore, faticano a passare per me. Il racconto che questa donna, maltrattata da un uomo maschilista, fa della sua vita coniugale è tremendo. È quasi insostenibile ascoltarlo. Mi dice di aver subito passivamente per anni tutto quello che lui le faceva. Che spesso la picchiava e minacciava di ucciderla. Le metteva il cuscino sulla faccia, fino quasi a soffocarla, e la stuprava. Le rompeva i cellulari per isolarla dal mondo, dalle tante amiche, le tagliava le borse e i vestiti che lei stessa aveva cucito.  Era chiaro che la considerava una sua proprietà. Un oggetto, una cosa, non una donna!   E man mano che mi addentro nella sua vita, faccio sempre più fatica, mi sento profondamente turbata, impossibile ingoiare le lacrime che prepotenti solcano il mio volto. È a questo punto che lei capisce che sento tutto il suo dolore, e si apre.  “Ero dominata dalla paura, mi dice, mi sentivo in una prigione invisibile ed il mio guardiano era lui”. Adesso, invece, con il sostegno dei figli, è riuscita a trovare il coraggio e a denunciarlo.  Mi racconta, con la voce rotta dal pianto, di episodi durante i quali la violenza fisica e gli abusi cui il marito la sottoponeva erano tali che temeva, effettivamente, potesse ucciderla, […]

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