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La comunicazione tra Diritto e Psicologia in tema di affidamento minorile 

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Psicologia Giuridica

La comunicazione tra Diritto e Psicologia in tema di affidamento minorile 

Dott.ssa Mariarita Costantina Guglielmi

La riflessione che voglio proporre ruota attorno alla tematica dellaffidamento minorile da una prospettiva psico-giuridica e a come rispetto a questa tematica vadano a coniugarsi un’esigenza giuridica, che si riflette nei quesiti formulati dal giudice, e un’esigenza psicologica, che si incarna nel ruolo del consulente psicologo. Quest’ultimo deve attuare un complesso processo di traduzione e ritraduzione che parte da quelle che sono le categorie giuridiche di riferimento che giustificano i quesiti peritali e approda a quelli che sono i costrutti psicologici implicati nella sua valutazione. Questi ultimi devono poi essere ritradotti in contenuti che abbiano rilevanza giuridica, ma soprattutto in termini che siano comprensibili al giudice. 

La complessità di tale percorso di traduzione risiede in primo luogo nell’imperfetta corrispondenza tra categorie giuridiche, rigide e convenzionali e ancorate alla normativa, e costrutti psicologici, flessibili, pluridimensionali e non sempre definibili all’interno di confini perfettamente circoscritti. Ma è anche legata a differenze interdisciplinari tra diritto e psicologia. Infatti, se il diritto è una disciplina che gode di autoreferenzialità e ricerca anche attraverso il proprio linguaggio tecnico certezza e oggettività, la psicologia necessità di dubbio conoscitivo e falsificabilità, vista la complessità del suo oggetto di studio, utilizza – o dovrebbe utilizzare – un linguaggio ipotetico e metaforico, ma soprattutto è caratterizzata da una pluralità di linguaggi, dovuta alla coesistenza di numerosi e differenti approcci e teorie psicologiche. 

Alla luce di questo, al fine di comprendere come viene risolta questa traduzione, durante un lavoro di ricerca*, sono stati analizzati una serie di quesiti peritali in tema di affidamento minorile e relazioni finali di consulenti tecnici. Per queste ultime in particolare è stata costruita una griglia di domande che ha guidato l’analisi trasversale di tre diverse consulenze tecniche d’ufficio e che ha permesso di capire in che modo le CTU vengono svolte, ma anche quale sia il linguaggio utilizzato dai consulenti negli scritti peritali. Tutto il materiale mi è stato fornito da operatori del settore previa modifica dei testi rispetto a qualsiasi dato che potesse ricondurre ad informazioni riservate e previa dichiarazione da parte mia di non riportare integralmente i testi, né citarli letteralmente. 

Rispetto ai quesiti peritali, è emerso come questi si ispirino direttamente agli articoli di legge (per citarne qualcuno, artt. 147, 155, 315, 316, 336, 337 c.c.) e alle categorie giuridiche di riferimento. In tema di affidamento minorile le principali sono:

  • l’idoneità genitoriale, ancorata al concetto giuridico di responsabilità genitoriale che la normativa definisce come il dovere di istruire, educare, mantenere e assistere moralmente i figli; 
  • la bigenitorialità, di cui si inizia a parlare nel 2006, con la Legge n. 54 sull’affidamento condiviso, che stabilisce l’esercizio della potestà genitoriale da parte di entrambi i genitori;
  •  il supremo interesse del minore, considerata la categoria super-ordinata, nonché il focus primario di qualsiasi iter giudiziario in cui siano coinvolti minori. 

Dal punto di vista della forma sono state inoltre rilevate caratteristiche proprie del linguaggio giuridico: uno stile idiomatico, soprattutto rispetto alla formula di apertura del quesito, periodi molto lunghi e ricchi di subordinate e l’utilizzo della terza persona per impostare il quesito stesso. 

Rispetto ai contenuti, sebbene le richieste dei giudici siano incentrate sull’ascolto delle parti, adulti e minori, e sulla valutazione delle capacità genitoriali, è emerso come molti quesiti siano altamente specifici ed entrino quasi nel vivo del costrutto di genitorialità, richiedendo ad esempio la valutazione delle capacità empatiche dei genitori, della capacità di garantire l’accesso all’altro genitore, della qualità della relazione genitore-figlio dal punto di vista psicologico, nonché di indicare la necessità di percorsi psicologici di sostegno. In tal senso ho definito questo aspetto “contaminazione psicologica”. 

Tuttavia, non tutti i quesiti risultano essere strutturati in modo dettagliato o sembrano utilizzare un linguaggio che possa essere subito chiaro allo psicologo. Inoltre, non è raro che i giudici richiedano ai CTU di indicare il regime di affidamento più idoneo, il che va oltre la richiesta di una proposta o di un suggerimento, quasi delegando implicitamente la decisione finale, o addirittura di stabilire la calendarizzazione degli incontri genitore-figlio, il che sembra essere una richiesta eccessiva e che va oltre le competenze specifiche dello psicologo giuridico. Non si dimentichi che il ruolo del CTU è quello di fornire al giudice un mezzo “istruttorio”, e non un mezzo di prova, che possa permettergli di avere una visione più completa della vicenda giuridica da una prospettiva psicologica e che possa essergli d’aiuto nella decisione finale. 

Passando alle relazioni peritali, è chiaro come la valutazione dello psicologo sia incentrata sul costrutto di genitorialità. E se da un punto di vista giuridico si parla, come già detto, di “responsabilità genitoriale”, da una prospettiva psicologica la questione si fa più complessa, poiché il costrutto stesso di genitorialità si presenta come altamente complesso. La genitorialità è una funzione prima di tutto autonoma, indipendente da altri domini cognitivi e affettivi; è processuale, perché si modifica e si adatta nel tempo ed è composita, poiché non dipende soltanto dalle caratteristiche personali del genitore, ma è strettamente legata alla specificità della relazione tra quel genitore e quel figlio in particolare, nonché da dinamiche relazionali e da aspetti sociali. È quindi un costrutto definito da continui processi di autoregolazione e regolazione interattiva all’interno di un contesto sempre intersoggettivo. Inoltre, quando si parla di genitorialità si parla anche di co-parenting che in situazioni di conflittualità, quali divorzi e separazioni, diventa una questione centrale, poiché diventa quasi una sfida per gli adulti continuare a trasmettere quel senso di “noi” familiare, di integrità, garantendo quello che viene definito “accesso all’altro genitore”, riuscendo quindi a scindere il piano della conflittualità coniugale da quello della genitorialità. 

Relativamente alla modalità di conduzione delle tre CTU analizzate, non è stata riscontrata una perfetta coerenza, in particolare rispetto alla cornice teorica di riferimento dei consulenti e alla metodologia utilizzata. Si è quindi ipotizzato che ciò che giustifica queste differenze sia la formazione teorico-pratica degli psicologi e l’approccio che ciascuno predilige. Soltanto in due delle tre CTU analizzate la cornice teorica viene esplicitata nello scritto, nonostante questo sia un aspetto che le stesse linee deontologiche raccomandano: nel primo caso è il modello sistemico relazionale, nel secondo caso le teorie psicodinamiche della personalità. È evidente come la cornice teorica di riferimento guidi il focus valutativo del consulente e quindi influisca sulle dimensioni su cui i CTU maggiormente si soffermano per motivare le risposte ai quesiti. Infatti, se in linea con una visione sistemico relazionale è emersa un’attenzione al rapporto soggettività – alterità – contesto, nelle altre due CTU il focus sembra spostarsi maggiormente su caratteristiche personali dei soggetti, quali gestione dell’affettività, senso identitario, meccanismi di difesa. 

Al contrario sono state riscontrate delle somiglianze rispetto alla valutazione del minore. Al minore viene data prima di tutto la possibilità di sentirsi parte attiva della vicenda, di esplicitare esigenze e bisogni e di condividere la propria prospettiva rispetto all’evento separativo; inoltre vengono valutate le sue competenze espressive e di comprensione rispetto all’età e dimensioni intrapsichiche quali difese, immagine di sé, forza dell’Io, rappresentazioni interiorizzate. Viene infine utilizzata in tutti e tre i casi una testistica di tipo proiettivo, in particolare prove psicografiche. 

Rispetto al linguaggio utilizzato si è riscontrata una suddivisione implicita degli scritti peritali: la prima parte descrive a fondo l’indagine svolta attraverso un linguaggio psicologico tecnico-specifico e risulta densa di riferimenti a costrutti psicologici che non in tutti gli scritti vengono adeguatamente spiegati in termini che siano comprensibili anche ai non-psicologi. Inoltre, sembra che i consulenti utilizzino maggiormente un registro ipotetico rispetto alle proprie riflessioni. Nella parte conclusiva invece, dove viene riportata la risposta ai quesiti, i contenuti sembrano essere semplificati e si evita l’utilizzo di un linguaggio troppo criptico; vi sono inoltre espliciti riferimenti alle categorie giuridiche di riferimento, in particolare all’idoneità genitoriale, che viene valutata come “adeguata”, “sufficientemente adeguata” o “non adeguata”. Infine, si è riscontrata una tendenza a passare da un registro ipotetico ad un registro maggiormente descrittivo-oggettivo, probabilmente per andare incontro all’esigenza giuridica di ricevere risposte certe e oggettive. Ci si è chiesto in tal senso se i giudici considerino effettivamente l’intero scritto peritale o se si soffermino soltanto sulle conclusioni dei consulenti.

Questa suddivisione implicita degli scritti peritali potrebbe rispecchiare una sorta di “frattura comunicativa” tra psicologia e diritto, sia sul piano del registro linguistico che sul piano dei contenuti, ma essere d’altro canto un modo per salvaguardare la complessità dell’indagine dello psicologo e l’incertezza legata alle questioni umane e parallelamente adattarsi all’esigenza giuridica di oggettività. 

Al di là delle differenze interdisciplinari e delle difficoltà riscontrate, una maggiore collaborazione tra psicologi e giuristi sembra comunque essere una strada già intrapresa, e questo emerge sia dalle differenze nella formulazione dei quesiti, sia dalle differenze negli scritti peritali, soprattutto sul piano della chiarezza di linguaggio. Probabilmente la questione più critica e complessa resta quella della consapevolezza, consapevolezza non solo rispetto alle esigenze di ciascuna disciplina, ma anche e soprattutto rispetto a quello che è il proprio ruolo nel contesto psico-giuridico e a quello che ciascuno può effettivamente donare all’altro e “pretendere” dall’altro. Su questo probabilmente c’è ancora da lavorare. 

* La comunicazione tra diritto e psicologia  nelle ctu per l’affidamento minorile  in casi di separazione e divorzio, Tesi di Laurea, anno accademico 2019-2020, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata, Corso di laurea magistrale in Psicologia Clinico-Dinamica, Relatore Prof.ssa Maria Armezzani.

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