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    Ascoltare è esserci

    Laura Monteleone Psicologa Giuridica e Forense, Psicoterapeuta, professionista della Rete di Psicologia in Tribunale. La nostra è l’epoca della iper connessione, dove prevale la comunicazione tramite immagini o con una condivisione di contenuti ‘slogan’ che hanno l’effetto di svuotare spesso il contenuto stesso di ciò che viene detto. In particolare i giovani, bambini e adolescenti, hanno ormai assimilato questo modo di comunicare con gli altri, con il mondo esterno, fruendo dell’immediato piacere del gusto di entrare  nelle vite degli altri subito e con l’illusione di essere ascoltati. In realtà, questo modo di comunicare  manca nella sua dinamica di alcuni elementi che de-privano la sua funzione, in cui c’è un emissione del messaggio e un agente che riceve-recepisce il contenuto di ciò che è stato trasmesso, ovvero ascolta. Non basta ascoltare ma ‘saper ascoltare’, e questa è un’abilità, un talento che bisogna saper coltivare e formare.  Per Plutarco il “saper ascoltare è fondamentale per poter arrivare a quella conoscenza di sé e degli altri, perché la mente ha bisogno di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la conoscenza e la verità”. Attraverso la narrazione di sé e la risposta che riceve dall’altro, l’essere umano aumenta la consapevolezza di se stesso, delle proprie potenzialità e si proietta verso i propri obiettivi, e questo si costruisce ancora di più se chi è ascoltato è un minore.  Secondo l’articolo 12  della convenzione ONU sui diritti dei minori: “Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità”. Bambini e adolescenti, sempre secondo la Convenzione ONU, hanno diritto alla libertà di espressione e all’essere ascoltati non solo nei procedimenti giudiziari e amministrativi, ma anche nella sfera privata, nei rapporti con i familiari e in quelli sociali.  L’ascolto così si trasforma in ascolto attivo, dove l’approccio alla comunicazione è di tipo partecipativo, orientato alla valorizzazione dello scambio interattivo tra i soggetti coinvolti, attento alla componente emotiva e finalizzato all’attivazione delle risorse dei singoli e della collettività per affrontare situazioni problematiche e a rischio. Ascoltare attivamente coinvolge la sfera empatica di chi ascolta, significa mettersi nei panni dell’altro, riconoscendo e accettando il suo punto di vista, e cercando di comprendere le emozioni, i dubbi e le preoccupazioni che manifesta.  L’ascolto presuppone anche la restituzione all’altro di quanto è stato compreso, dimostrando in tal modo la nostra presenza nella relazione, il rispetto e il riconoscimento che nutriamo per lui. Spesso capita nel lavoro di psicologo oltre che nell’attività psicoterapeutica di accogliere la richiesta di aiuto di  minori, sia in ambito scolastico, tramite sportelli di ascolto, sia in contesti istituzionali come comunità o istituti penali per minorenni. Ciò comporta per un minore, bambino e adolescente, la possibilità di sentirsi ascoltato – senza sentirsi giudicato. Essere lì, al suo fianco, apre la strada ad un riconoscimento di sé, alla possibilità per il minore di sentire di esistere. Una volta un ragazzo, in carcere, mi disse: “Sa, la possibilità di sapere che lei mi ascolta, mi fa sentire che esisto”. Nella misura in cui sappiamo ascoltare, facciamo sentire all’altro di esserci, di essere insieme. Non basta sentire o essere fisicamente presenti, è necessaria la nostra presenza emotiva. Per un bambino o per un adolescente essere ascoltati significa prima di tutto essere visti, riconosciuti, compresi.  La vita frenetica che riempie la nostra quotidianità mette distanze. Raramente ci rendiamo conto di avere una connessione fittizia e apparente con l’altro, e ciò contrasta con quel naturale bisogno di essere invece in sintonia con gli altri.  Per cui i genitori sono in sintonia con i figli, gli insegnanti con gli alunni, gli amici tra di loro o piuttosto  sono inconsapevoli di essere in relazioni dove la connessione si trasforma in continue sollecitazioni all’apparire e alla competizione? Mettersi in ascolto, soprattutto con un minore, richiede tempo ed impegno per l’adulto, per poter osservare, guardare, parlare, ascoltare, essere presenti.    La pandemia e il suo post hanno messo in luce la necessità dei giovanissimi di essere ascoltati. Oggi, la richiesta di aiuto da parte di questi ultimi si è moltiplicata in maniera impressionante ed è quindi un chiaro indicatore di quanto il periodo pandemico abbia  contagiato la loro sfera psicologica. Il cambiamento delle abitudini, delle dinamiche relazionali, dello stile di vita e della comunicazione ha rappresentato un modo nuovo di stare con se stessi e con l’altro a cui soprattutto gli adolescenti si sono trovati impreparati ed inadatti.  Inoltre, le limitazioni sperimentate durante il periodo di isolamento, avendo messo nella condizione di stare più in contatto con se stessi, ha condotto molti a percepire un vuoto fatto di noia, di incapacità di comunicare e di esprimere le proprie emozioni, amplificando le condizioni di malessere emotivo e relazionale. Secondo L’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le conseguenze della  pandemia sulla salute pubblica sono senza precedenti, la salute mentale e il benessere di intere società sono state gravemente colpite da questa nuova crisi e richiedono attenzioni che non è possibile trascurare.  Le regole sociali imposte durante il periodo del lockdown sono in aperto contrasto, ad esempio, con la naturale tendenza degli adolescenti ad esplorare, a ricercare autonomia e nuove esperienze, a costruire relazioni significative al di fuori della famiglia di origine e a sperimentare una nuova consapevolezza della propria identità corporea (Scabini e Iafrate, 2019).  Il cambiamento delle proprie abitudini e delle routine ha privato i giovani non solo degli spazi educativi e scolastici, ma anche di quelli sportivi e ricreativi. Il disorientamento che ne è conseguito è stato spesso sottovalutato o negato. Allo scopo di mettere in atto interventi efficaci, è necessario costruire un’alleanza con l’adolescente, ascoltandolo empaticamente, cercando di comprendere il suo punto di vista, i suoi valori, i suoi schemi di riferimento, le sue domande, mettendo in discussione il nostro modo preconcetto di valutare le situazioni. Allearsi presuppone il nostro essere autentici, restando aperti a […]

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    Suicidio in carcere, quale ruolo per lo psicologo esperto ex art. 80?

    Iscrizione: Abbonamento PremiumOgni caso di suicidio in carcere è sempre frutto di una storia complessa e determinata da più fattori. Però, quando i numeri individuano un problema specifico, sicuramente indicano il malessere di un sistema che necessita profondi cambiamenti. Laura Monteleone, psicologa giuridica esperta della Rete di Psicologia in Tribunale, è stata per anni consulente psicologa ex art. 80 presso il Ministero della Giustizia presso le sedi di U.S.S.M. di Gela (CL) e presso l’Istituto penale per Minorenni di Bicocca–Catania, dove ha svolto anche attività di osservazione e trattamento dei minori ristretti. Con lei abbiamo provato a comprendere meglio il contesto delle carceri e come è strutturato il lavoro degli operatori del settore? Come è organizzato il carcere e come operano gli addetti ai lavori in funzione della prevenzione del suicidio? La vita dei detenuti all’interno degli istituti penitenziari segue i tempi e le regole di un’organizzazione istituzionale complessa che scandisce i ritmi di chi vive al suo interno. In queste strutture esistono dei circuiti differenziati, distinti sulla base delle esigenze di trattamento dei reclusi e delle necessità di custodia correlate al grado di pericolosità. Mi riferisco ai diversi livelli di sicurezza: alta sicurezza, A.S , media sicurezza, M.S e custodia attenuata. A seconda delle sezioni dove è più opportuno o necessario collocare il detenuto, si attuerà un piano di trattamento e anche di osservazione che, soprattutto nel caso di “alta sicurezza”, prevede l’attuazione di una sorveglianza rafforzata e l’impossibilità di contatti con detenuti ristretti in altri circuiti. I condannati per reati conseguenti ad attività di organizzazioni criminali sono costretti a percorsi complessi per accedere alla fruizione di benefici e misure alternative. Anche se in regimi di sorveglianza diversi da quello di alta sicurezza, il detenuto ha la possibilità di interagire in primis con il personale della sicurezza, la polizia penitenziaria, che resta l’interlocutore privilegiato. Per questo è fondamentale la costante collaborazione tra questi operatori e tutto il personale destinato al trattamento (professionisti dell’area psico-pedagogica) affinché il detenuto sia sempre monitorato anche nel suo stato emotivo e di salute psichica e ascoltato nei suoi bisogni. Il sovraffollamento o la stessa tipologia di reato spesso causano la necessità di trasferimenti e quindi di allontanamento dal contesto geografico di riferimento, ma soprattutto familiare. L’impossibilità, quindi, di accedere costantemente ai colloqui può determinare in alcuni un maggior sentimento di solitudine e di abbandono, incrementando, in particolare, sentimenti di colpa e di inadeguatezza. In un sistema dove si registra la discrepanza tra la moltitudine della popolazione carceraria e un numero inadeguato di figure professionali specifiche per l’ascolto e l’intervento su questo tipo di disagi è più facile che il detenuto si chiuda in un isolamento disadattivo e cada in stati depressivi, che magari non vengono colti dal sistema. Ogni istituto dovrà verificare che lo stato dei piani regionali e locali di prevenzione sia in linea con il Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, che prevede sempre uno staff multidisciplinare, composto dal direttore, dal comandante, dall’educatore, dal medico e dallo psicologo. Allo staff è assegnato il compito di monitorare e valutare le situazioni a rischio, individuando protocolli operativi utili a far emergere quelli che vengono definiti “eventi sentinella”. L’attenzione dell’equipe sarà centrata sui fatti e sulle specifiche circostanze che possono risultare spie di un disagio che deve mettere in allerta, onde evitare possibili gesti estremi. Che ruolo hanno gli psicologi e sono abbastanza quelli che operano nel sistema penitenziario? Gli istituti penitenziari devono prevedere nel loro organigramma un numero di figure professionali dell’area psicopedagogica adeguato a poter fornire risposte all’intera popolazione detentiva, con l’attuazione di piani di intervento anche personalizzati, qualora l’osservazione della “persona” detenuto lo necessiti. Il sistema detentivo/penitenziario prevede la figura dello psicologo sia all’interno del suo organico sia avvalendosi di professionisti esterni, come esperti ex art. 80. È comunque necessario che chi presta la sua opera professionale all’interno di una istituzione complessa come quella carceraria abbia competenze adeguate, frutto di una formazione specifica in tema di psicologia giuridica, di un buon bagaglio esperienziale e, non ultimo, di capacità di ascolto e di empatia. Questi sono requisiti o, se vogliamo, competenze fondamentali per affrontare il dialogo e sviluppare la relazione di aiuto all’interno dei sistemi complessi, dove la richiesta di ascolto e di aiuto deve essere saputa cogliere spesso nel non detto e nella lettura di comportamenti e dinamiche interne all’istituzione stessa. In particolare, la possibilità che in organico siano presenti più psicologi permette di essere frequentemente in contatto con i detenuti, consentendo più colloqui e quindi monitorando anche lo stato di salute psichica dei soggetti. Forse, a volte, quelli che sembrano dare “meno problemi” a livello di gestione della condotta possono essere osservati con minore sollecitudine, mentre è proprio in questi soggetti che si sviluppano sentimenti di colpa e di inadeguatezza alla vita. Quindi poter osservare e fornire relazioni di ascolto e di aiuto, intervenendo anche attraverso metodologie quali gruppi di parola, attività di arteterapia o laboratori ricreativi, oltre che con colloqui individuali, permette anche di poter agire sul disagio esistenziale del detenuto in maniera di adeguata e più congrua anche rispetto ai piani trattamentali stessi. Esiste un problema di salute mentale sottostimato in carcere? Il disturbo psichico è di gran lunga la prima categoria diagnostica nelle carceri italiane. L’associazione Antigone ha rilevato che il 13% del totale della popolazione detenuta ha una diagnosi psichiatrica grave, che, in numeri assoluti, significa oltre 7.000 persone; e un detenuto su due ha comunque disagio psichico. È per questo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che uno dei punti focali per la prevenzione del suicidio sia quello di fornire un’attenzione privilegiata alla salute mentale dei detenuti. Il disagio mentale, secondo il Progetto ME.D.I.C.S., determina difficoltà di integrazione nella comunità̀ carceraria. La conoscenza dello stato di salute dei reclusi ha quindi la possibilità di modulare il regime carcerario attraverso l’ausilio di servizi sanitari dentro e fuori dal carcere. Dalla nostra Academy AllegatoRiepilogo delle strategie più efficaci per la prevenzione del suicidio in carcere dell’OMS «Innanzitutto, le conoscenze e […]

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    I bambini ci guardano

    Iscrizione: Abbonamento Premium Laura Monteleone psicologa giuridica della Rete di Psicologia in Tribunale Il titolo del film di Vittorio De Sica, girato nel 1943, I bambini ci guardano, rende immediatamente, attraverso un’immagine, l’idea di come le azioni dei grandi sono viste dagli occhi dei bambini e come le conseguenze emotive incidono fortemente nel processo psichico di crescita. Chi più dei bambini sono vittime innocenti? Soggetti indifesi che subiscono passivamente la violenza dei grandi. Oggi, siamo spettatori di guerre che in tutto il pianeta hanno come sempre vittime privilegiate i bambini, che fuggono, muoiono, si adattano alla solitudine e vivono la sopraffazione sulla propria carne e nella propria anima. Vittime le cui afflizioni rimarranno sempre presenti nella loro psiche. La storia della nostra civiltà è costellata da azioni violente su giovani vittime. Da Erode ai lager, dallo sfruttamento del lavoro minorile alla prostituzione in Asia e nel mondo, come anche in casa nostra, dalla pedofilia alle violenze subite dai minori in ambito familiare, l’accanimento su esseri inermi e innocenti, quali sono i bambini, appare essere un fenomeno trasversale a livello geografico, storico, sociale e culturale. Il dolore che affligge i bambini in tutto il mondo per gli abusi fisici, mentali ed emotivi è più diffuso di quanto si possa immaginare, e produce importanti e spesso drammatiche conseguenze sulla personalità e sulla salute dei futuri adulti. Secondo l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo 3 bambini su 4 hanno subito qualche forma di violenza. In Italia non esistono statistiche precise a riguardo, ma la condizione di vita dei minori non si discosta molto da quelle internazionali. Cosa si intende per abuso? L’abuso all’infanzia può essere definito come un comportamento, volontario o involontario, agito da adulti (parenti, tutori, conoscenti o estranei), che danneggia in modo grave lo sviluppo psicofisico e/o psicosessuale di un bambino. Il comportamento abusante costituisce tutto ciò che impedisce la crescita armonica del minore, non rispettando i suoi bisogni e non proteggendolo sul piano fisico e psichico. Sono comportamenti abusanti quei comportamenti di tipo commissivo, cioè i maltrattamenti di ordine fisico, sessuale o psicologico, ma anche quelli di tipo omissivo, determinati dall’incapacità di fornire cure adeguate a livello materiale ed emotivo alla prole. La violenza sui minori si rappresenta come un prisma dalle tante sfaccettature, all’interno del quale di osservano non solo gli abusi fisici o sessuali, ma anche i maltrattamenti di tipo extra sessuale come, ad esempio, l’incuria, l’ipercuria, la discuria, e tutte le forme di violenza intra familiare che ledono la psiche del bambino, compromettendone il normale sviluppo affettivo, emotivo e di personalità. Il denominatore comune della violenza sui minori è un rapporto cosciente o inconscio di strumentalizzazione del bambino da parte del mondo adulto, reso possibile dalla superiorità fisica o psichica dell’adulto stesso, dal quale la vita del fanciullo dipende. Le violenze psicologiche agiscono sulla personalità in maniera insidiosa e subdola in quanto vanno a sminuire e a togliere valore al soggetto nel processo di costruzione della propria identità. La mancanza di empatia, di compassione e di amore genitoriale, la completa perdita delle figure di riferimento del proprio passato, fa sì che il figlio sia vittima delle stesse violenze che hanno deviato il genitore. Il clima di violenza che si determina all’interno delle mura domestiche è fortificato e/o rinforzato da sentimenti di omertà e vergogna, causati dal fatto che all’interno della coppia genitoriale troppo spesso si innesca un rapporto regolato dal ‘segreto’ e dal ‘silenzio’. Chi commette violenza su un bambino perde il sentimento della compassione, perde ogni caratteristica che fa di lui un essere empatico e umano. L’adulto violento è un adulto che perde se stesso. La violenza intrafamiliare La forma più classica di abuso sul minore è un tipo di violenza dove non è sempre presente l’abuso sessuale, ma vere e proprie violenze fisiche e psicologiche che rendono il bambino pedina nelle mani di genitori inadeguati. La violenza presuppone sempre un non riconoscimento dei bisogni del bambino, del suo diritto ad essere se stesso, è la risposta negativa alle esigenze del minore in funzione del bisogno dell’adulto. Doppia violenza è la punizione repressiva alla risposta difensiva del bambino, dove l’adulto restituisce al bambino un vissuto di trasgressione colpevole alle norme funzionali alle esigenze dell’adulto stesso. L’assenza di un’esperienza di tipo familiare buona, dalla nascita e per i primi 4-5 anni di vita, impedisce la maturazione basilare della personalità, andando ad interferire negativamente sul processo che porta dalla simbiosi psichica iniziale alla differenziazione dell’individuo, che sola consente di entrare in relazione con la propria alterità interna e con l’altro nella relazione attraverso l’interiorizzazione di un “oggetto buono” ovvero l’interiorizzazione di figure di accudimento adeguate. La capacità di entrare in relazione con l’altro è, infatti, il frutto di una storia relazionale positiva, il frutto di quelle esperienze di rapporto e di comunicazione che al bambino è dato di vivere fin dall’inizio della sua esistenza con persone che lo accolgono, lo amano, e gli permettono di sperimentare un ambiente adeguato ai suoi bisogni formativi. Quando un’azione violenta si traduce in trauma Sul piano psicoanalitico, il trauma psichico è messo in relazione alle caratteristiche e alle capacità dell’apparato mentale, sistema che tende a mantenere un equilibrio costante, riorganizzando, continuamente, gli stimoli provenienti dal mondo esterno. Nel trauma, però, compreso quello infantile, gli stimoli assumono un’estrema intensità. Quando un bambino subisce abusi o violenze non riesce, all’interno del suo mondo psichico, a ristabilire quell’equilibrio violentemente alterato da simili episodi. Si verifica, allora, un trauma, ancor più grave perché colpisce una mente in età evolutiva. Il trauma, infatti, attiva dei meccanismi inconsci di difesa. Si verifica, in particolare, il fenomeno della rimozione. L’individuo, soprattutto se in età infantile, cerca di respingere nell’inconscio i pensieri, le immagini e i ricordi legati al trauma. La legge punisce queste azioni, ma è pur vero che il male oscuro che agisce nelle persone che abusano bambini richiede un’attenzione specialistica e terapeutica specifica. Un lavoro importante di prevenzione implica una molteplicità di approcci e metodi rivolti alla famiglia, al bambino ed alla società. Non è […]

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    La funzione rieducativa dell’istituzione carceraria

    Iscrizione: Abbonamento Premium Laura Monteleone psicologa-psicoterapeuta Dedichiamo ancora spazio al tema “carcere”, seguendo la lettura di “Voci in capitolo. Il carcere e le sue chiavi di libertà” (Pacini Editore) testo di Manuela Socionovi Gioacchini che, nel prenderci per mano, ci accompagna all’interno dei luoghi dove chi è “reo” oggi deve espiare la sua pena e che sarà punto di partenza di un webinar gratuito in diretta Facebook martedì 18 gennaio. Ed è davvero un cammino che parte dall’esperienza e dalla formazione di chi entra in carcere come operatore, come educatore, come colui che ha all’interno dell’istituzione carceraria il compito di individuare “un percorso” che riabiliti alla vita. L’iter dell’operatore che decide di indirizzare il suo percorso formativo e poi lavorativo verso il mondo della giustizia e, in particolare, nell’ambito carcerario deve avere delle basi fondamentali, forgiate necessariamente non solo dalla conoscenza e competenze relative ai luoghi della pena e alle sue regole interne, ma anche sulla capacità di leggersi dentro, di lavorare e andare oltre il pregiudizio – che fa sempre parte di noi –, di saper ascoltare e tollerare. L’Autrice ci dice molto di sé, del come ella stessa ha saputo (e/o dovuto) rivedere i limiti del suo ruolo, “impregnati” a volte da una formazione “troppo” tecnicistica, che limita la possibilità di aprirsi ad una “relazione” di ascolto e poi di intervento. Il “percorso” trattamentale, rieducativo e terapeutico sembrerebbe individuato nel testo in quello che il detenuto-ristretto-prigioniero o “carcerato” fa in carcere, e l’autrice fa bene ad avvalorare tale concetto, perché di fatto il ‘percorrere’ implica un ‘cammino insieme’ verso una meta, implica darsi un obiettivo. Chi ha fame di conoscenza del mondo carcerario deve nutrirsi di concetti e nozioni chiare e indispensabili. Quindi fa bene l’Autrice quando approfondisce la funzione dell’Ordinamento penitenziario che regolamenta la vita di tutti coloro che sono “dentro” il sistema carcerario, detenuti e operatori, e questa è una condizione necessaria al fine di muoversi all’interno di questi luoghi con coscienza e consapevolezza. È necessario non dare nulla per scontato nel percorso che ci guida dentro un luogo “chiuso” all’esterno come il carcere. Chi entra deve sapere chi si troverà davanti, quali figure professionali, quali spazi, quali regole, quali gerarchie, quali volti e odori andranno ad impregnare le proprie emozioni. “Nel male commesso c’è la propria condanna. Mentre la pena trasforma la colpa in responsabilità” L’Autrice più volte ricorda questa citazione. E anche l’operatore/educatore in carcere segue un suo percorso, un suo ‘modus operandi’ che permette all’altro, “il detenuto”, di essere riconosciuto, ma anche di riconoscersi all’interno della relazione educativa, di ricostruire una nuova identità attraverso essa. Il testo nella sua narrazione inizia a dare “voce” a chi è “dentro”. Come un libro scritto a più mani, anche alcuni dei detenuti possono scrivere di sé. Tre storie scritte da tre detenuti, che raccontano il loro carcere, la loro storia e la loro “rinascita”. Il passaggio di mani appare al lettore come quando, in una staffetta, il testimone appare essere “la narrazione” in sé, quel racconto di sé che permette di guardarsi dentro, di accettare il male vissuto e agito ma anche di voler cambiare “rinascere”, darsi l’opportunità di costruire, “anche” dentro il carcere, una identità nuova. Forse sono rari, ma pur possibili, i casi in cui il reo in carcere “cambia”. Concetti essenziali esplorati sono il “decostruire e ricostruire”, e questo è nella Mission e poi nella Vision dei percorsi trattamentali rieducativi dell’Amministrazione carceraria, questo è anche alla base del lavoro di tutte le figure professionali presenti in essere e nel lavoro di equipe. “Il saper lavorare in equipe richiede lavoro quotidiano e conoscenza di tecniche e processi: definire inizialmente e ridefinire periodicamente… rinnovare le motivazioni individuali riportando l’obiettivo comune”. Entrare in carcere, sia nel ruolo di detenuto, ma anche in quello di operatore chiunque esso sia, è entrare in un modo a parte, dove altre sono le regole, i bisogni, i desideri, le priorità, il modo di comunicare e di convivere. Occorre mettere in conto che entrare in carcere, comunque, determinerà un cambiamento in chiunque varcherà quella soglia. Di ciò, di tale rischio, forse, il detenuto è il più consapevole. L’operatore, nella funzione di ascolto e contenimento, di agente del cambiamento attraverso la relazione “educativa” e/o di trattamento psicoterapeutico, può accompagnare “il reo” nel suo percorso trattamentale attraverso l’ascolto e il colloquio e sviluppando un processo di fiducia e affidamento. Sarà così possibile condurre “il reo” con la sua volontà verso un obiettivo di cambiamento, a prendere contatto con progetti e nuovi desideri, per realizzare una sua “rinascita”. La parola “scritta” dei detenuti all’interno di una unica narrazione, appare un atto di generosità dell’Autrice verso i suoi ‘committenti’ e appare come un dono per il lettore, come una possibilità per chi legge di essere noi stessi partecipi di un cambiamento possibile, perché quel cambiamento cambia anche noi. “…eppure ho un desiderio incredibile del mio mare, dei profumi, degli occhi di una donna… io sento di riparare veramente in senso pratico, ho bisogno di star bene con la mia coscienza…”. dalla storia di Natale (pag. 60). Il lavoro della scrittura di Manuela Socionovi Gioacchini appare pertanto intenso emotivamente e profondo di contenuti specifici all’ambito del trattamento penitenziario, consentendo al lettore tecnico e non di comprendere e apprendere, ma soprattutto di “sentire” il mondo dietro le sbarre. Voci in capitolo. Il carcere e le sue chiavi di libertàAutore: Manuela Socionovi GioacchiniEd. Pacini Giuridica, 2020 pp.130 Il libro di Manuela Sovionovi Gioacchini sarà il punto di partenza per il nostro webinar Voci in capitolo. Il carcere e le sue chiavi di libertà, secondo appuntamento del ciclo di incontri Storie di Vita in Tribunale organizzato in collaborazione con Pacini Editore.

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    Amore e non-amore: il silenzio della paura

    Iscrizione: Abbonamento Premium Laura Monteleone Perito Psicologo Forense e Giuridico Le relazioni affettive si fondano su meccanismi inconsci che ci consentono di sperimentare affinità, coinvolgimento e condivisione con il nostro partner. Il sentimento e la passione amorosa sono e dovrebbero essere alimentati dall’attrazione verso l’amata/o, uniti a rispetto, stima, eccitazione, estasi, coraggio e serenità: tutte sfumature di due importanti emozioni di base, la gioia e la felicità. La relazione sentimentale è l’espressione più emblematica dell’accoglienza della diversità e dell’altro da sé: il soggetto amato. Quando questi sentimenti positivi perdono il loro potere all’interno della coppia e cedono il passo a vissuti negativi, quali gelosia, prevaricazione, svalutazione, coercizione psicologica, violenza fisica, a-simmetria relazionale e soprattutto paura dell’altro, possiamo considerare il rapporto non sano, nocivo, quindi  dis-identificato dalla relazione amorosa.  Uscire dall’impasse attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni In questi casi, la paura è l’emozione base che può consentire alla persona intrappolata all’interno di una relazione violenta di prendere consapevolezza della qualità del rapporto che sta vivendo, comprendendo che, se nella relazione sperimenta malessere e disagio, se vive l’altro con timore, se non esiste tra i partner fiducia reciproca, stima e rispetto, non si sta vivendo una relazione amorosa degna di questo nome. Riconoscere di avere paura consente a chi è vittima di percepire con maggiore oggettività la realtà, evitando di negarla, prendendo consapevolezza del livello di pericolo che corre nella relazione.  Nelle relazioni nocive o violente si sviluppa quello che viene denominato “ciclo della violenza”, un circuito relazionale chiuso che si sviluppa nel corso del tempo, in modo graduale, a partire da violenze verbali o atteggiamenti di svalutazione. Gli episodi violenti si scatenano spesso per motivi banali, in maniera improvvisa e sono seguiti da scuse e pentimento da parte del partner aggressore, alternando così la crisi violenta con la cosiddetta “luna di miele”, periodo in cui il rapporto riprende come se nulla fosse accaduto. Prendere contatto con l’emozione della paura è il primo passo per sviluppare una nuova consapevolezza della qualità del rapporto che si sta vivendo con l’altro. È fondamentale diventare consci delle proprie emozioni e, quando nel rapporto che stiamo vivendo si sperimentano vissuti negativi e dolorosi, quando la relazione con l’altro genera ansia, angoscia, chiusura, ritiro sociale, mancanza di entusiasmo, gioia, paura e terrore, se inizia a prevalere il silenzio e la paura di parlare, questo deve essere il primo segnale che si sta vivendo una relazione ‘non amorosa’, che può minacciare la nostra persona e la nostra integrità. La paura è certamente l’emozione più difficile da gestire. David Fischman sostiene, in maniera molto sottile, che la paura si aggrappa silenziosamente al nostro cuore. Non può essere urlata come la rabbia o sofferta come il dolore, eppure il suo riconoscimento può rappresentare il primo passo per uscire da un rapporto dove all’amore si è sostituito, nel tempo, il non-amore. Leggi anche VITTIME DI VIOLENZA DI GENERE, NUOVE TUTELE NELLA RIFORMA PENALE

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