La capacità di stare in giudizio del minore

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Psicologia Giuridica

La capacità di stare in giudizio del minore

Dott.ssa Monica Savino
Psicologa giuridica e psicoterapeuta sistemico relazionale

Per quanto concerne la definizione della capacità di stare in giudizio, la Cassazione sez.VI Penale (21 Luglio 2009, n.38246), sostiene che la “capacità di partecipare al processo penale di cui all’art.70 c.p.p. costituisce uno dei fondamentali e indefettibili presupposti richiesti dalla legge ai fini della Costituzione e dello svolgimento del rapporto processuale, il cui cardine è rappresentato dal fatto che esso deve necessariamente far capo ad un soggetto capace di partecipazione cosciente al processo, come premessa essenziale della possibilità di autodifesa e quale garanzia del “giusto processo” presidiata dall’art.24 Cost.”.

Ed è proprio la giurisprudenza Costituzionale a confermare che la capacità di stare in giudizio sia qualcosa di diverso rispetto all’imputabilità, e quindi alla capacità di intendere e di volere. Non è vero che la capacità di intendere e di volere è un comune denominatore tra imputabilità (artt. 85, 88e 89 c.p.) e capacità di partecipare coscientemente al processo (art.70 c.p.p. e 72-bis c.p.p.). Le categorie “imputabilità” e “capacità di partecipare coscientemente al processo” possono sovrapporsi, poiché l’infermità di base può compromettere aspetti cognitivi e decisionali che riguardano entrambe le categorie, ma può anche compromettere funzioni psichiche diverse; tanto è vero che, è possibile essere affetti da un vizio parziale di mente ed essere incapaci di stare in giudizio. Dunque, dall’infermità di mente non discende obbligatoriamente un’incapacità. L’incapacità, però, è sempre conseguenza di un’infermità.

Secondo la sentenza della Corte Costituzionale n.39 del 2004 la capacità processuale deve essere desunta non solo dalla mera presenza di una patologia psichiatrica e dalla funzione di coscienza, cioè dalla capacità della persona di rendersi conto di quanto accade intorno a lui ma, anche e soprattutto della possibilità di essere “parte attiva” nella vicenda processuale e di esprimersi esercitando il suo diritto di autodifesa. Ciò significa che quando non solo una malattia definibile in senso clinico come psichica, ma anche qualunque altro stato d’infermità renda non sufficienti o non utilizzabili le facoltà mentali (coscienza, pensiero, percezione, espressione ecc.) dell’imputato da impedirne un’effettiva partecipazione al processo, questo non può svolgersi.   

La maggiore importanza del diritto di difesa rispetto all’obbligo dell’azione penale, principio cardine del nuovo processo penale, era del resto già stata affermata dalla Corte Costituzionale nel 1979 con la sentenza n.23:

Fra il diritto di essere giudicato (che non esclude che all’esito del giudizio venga pronunciata condanna) e il diritto di autodifendersi deve, infatti, ritenersi prevalente quest’ultimo.

La garanzia costituzionale del diritto alla difesa comporta la necessità che l’imputato sia in grado non solo di essere fisicamente presente al processo, se lo ritiene, ma anche di partecipare in modo consapevole alla vicenda processuale con le modalità consentite della sua complessiva personalità; interloquire con gli altri soggetti del processo allo scopo di esercitare l’autodifesa e di comunicare con il proprio difensore con la possibilità di esprimersi e di essere percepito e compreso. 

Facendo riferimento al diritto interno italiano possiamo notare come per l’esercizio dei diritti dei minori siano differenziate le fasce d’età. Nel contesto di separazione e adozione viene assegnata la capacità di discernimento predeterminata ex lege dai 12 anni in poi, mentre né è richiesto l’accertamento caso per caso, prima dei 12 anni. 

Il compito dello psicologo giuridico sarà proprio quello di stabilire, nei casi in cui il minore ha meno di 12 anni, se sussiste o meno la capacità di discernimento. Per i minori di 14 anni, l’imputabilità è sempre esclusa e per gli infradiciottenni (minori tra i 14 ed i 18 anni) va accertata caso per caso ed esso viene inteso in termini di maturità, ossia consapevolezza e responsabilità dell’atto compiuto.  

Il processo di maturazione non progredisce allo stesso modo rispetto a tutti i comportamenti dello stesso individuo nello stesso periodo, potendo progredire rispetto a determinati schemi comportamentali e ritardare rispetto ad altri, determinando l’esistenza di diversi livelli di maturità nello stesso individuo e nella stessa fase o stadio di sviluppo (Morello,1982). Inoltre, negli anni recenti la nozione di maturità/immaturità è andata incontro a profonde e rivoluzionarie rivisitazioni e ridefinizioni, tenendo conto dei profondi cambiamenti che si sono verificati in questi anni nel ruolo socio-culturale della famiglia, fino ad assumere connotati sempre più incerti e discutibili. Tutto ciò per ricordare che la valutazione della maturità/immaturità di un minore debba tener conto della confluenza di fattori cognitivi, emotivi, affettivi e di esperienza pratica di vita che non è la dotazione intellettiva originaria intesa sotto il profilo quantitativo (=il valore del Q.I.), ma la capacità di utilizzare detta dotazione per affrontare e risolvere i problemi in maniera adattiva ed adeguata (=efficienza intellettiva). Pur essendo chiaro che nel minore il concetto di maturità/immaturità non coincide con la capacità di stare a processo ma è strettamente correlata al diritto di autodifendersi è evidente che l’imputato deve concretamente essere in grado di intraprendere adeguatamente tutte quelle iniziative indispensabili affinché i meccanismi del rito accusatorio e del processo possano essere attivati.

La norma sembra presupporre l’esistenza di un insieme di requisiti psichici e di capacità funzionali che un soggetto deve possedere per poter partecipare attivamente e coscientemente al processo penale che lo riguarda. La norma però non specifica quali debbano essere tali requisiti, limitandosi ad indicare l’infermità mentale quale causa del venire meno di tale capacità. Poiché nella norma, attualmente, in vigore è stato eliminato il richiamo alla capacità di intendere e di volere , ne deriva che allo stato il processo penale può essere sospeso allorquando l’imputato sia affetto da una infermità di mente che ne escluda non già la capacità di intendere e di volere, ma la diversa capacità di partecipare consapevolmente allo stesso.  

Queste aree interessano non solo la capacità di comprendere e assumere informazioni, ma anche quelle di prendere decisioni. Nell’imputato minore la questione diventa assai complessa e delicata circa la difficoltà di discernere tra deficit di sviluppo che comportino un giudizio di immaturità e dunque di non imputabilità  e deficit cognitivi e/o volitivi che, pur senza incidere sulla imputabilità del minore, lo rendono tuttavia incapace di partecipare coscientemente al processo.

Tutto ciò per ricordare che la valutazione della maturità/immaturità di un minore è lungi dall’essere rigorosamente tecnica, risente inevitabilmente di riferimenti soggettivi e di parametri valutativi di ordine morale e culturale ma poco tecnici e tutt’altro che scientifici, nel senso di “oggettivi” e “misurabili”. 

Resta il fatto che di solito si distinguono quattro livelli di maturità: biologica, intellettiva, affettiva e sociale.

In termini peritali coloro che sono chiamati a valutare la capacità a stare a processo devono rispondere se il soggetto comprende le possibili conseguenze dell’atto criminale, comprende la natura del processo, le persone coinvolte ecc. (Stafford 2003; Zappf e Roesch, 2006).

La cosciente partecipazione al processo può consistere:

  • nell’essere in grado di declinare correttamente le proprie generalità;
  • nell’essere orientato nel tempo, nello spazio, nei confronti della propria persona e della situazione in esame;
  • nell’avere consapevolezza di trovarsi in un contesto giudiziario in cui si ricopre il ruolo dell’indagato/imputato;
  • nell’essere in grado di gestire adeguatamente le proprie emozioni, di saperle modulare e di essere in grado di non agirle a proprio o altrui danno. 
  • nell’essere in grado di avere una buona capacità di adattamento (non di conformismo) alla realtà, di inserimento gratificante e gratificato in mezzo agli altri, di modalità di esprimere la propria assertività nella considerazione dei diritti-doveri altrui e propri.

È importante, dunque, che la valutazione non andrebbe effettuata in astratto ma offrire una giusta riflessione ai fattori di carattere personalecontestuale -cercando di comprendere quale sia la situazione specifica in cui l’imputato si viene a trovare e la peculiarità dell’accusa (in relazione alla complessità del processo) e alla dimensione relazionale sia sul piano del rapporto con la realtà sociale e culturale di appartenenza del minore e sia del rapporto tra autore, condotta antigiuridica e norma giuridica.

La valutazione della “competenza processuale” dell’imputato minorenne, però, pone una serie di interrogativi: esiste una capacità di stare in giudizio specifica per i minori? In cosa differisce da quella degli adulti? quali sono gli strumenti attraverso i quali essa può essere rilevata? come possono gli esperti distinguere tra deficit di sviluppo (immaturità) aspetti psicopatologici (infermità mentale) ed incapacità di partecipare coscientemente al processo?

Risultanze scientifiche di natura neuropsicologica, per quanto concerne la capacità di stare in giudizio del minore, sostengono che le funzioni psichiche sono legate, in qualche modo, alla funzionalità del lobo frontale non pienamente sviluppato nell’età preadolescenziale e adolescenziale tale da non poter utilizzare tutte le capacità cognitive e di giudizio in situazioni che richiedono scelte e risposte legate al contesto giudiziario.

Note e bibliografia di riferimento

Fornari. U. (2018), Trattato di psichiatria forense, Torino, UTET Wolters Kluwer Italia edizioni

Gulotta G. (2001), Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico civile, penale, minorile, Milano, Giuffrè editore

Monza M. e Lazzaretto M. (2019),  Manuale operativo di metodologia peritale, Milano, Key editore

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