Trauma relazionale: la ferita che insegna alla mente a sopravvivere

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Psicologia

Trauma relazionale: la ferita che insegna alla mente a sopravvivere

Stefania Tuccipsicologa , psicoterapeuta, divulgatrice scientifica, co-founder, membro del CTS e responsabile della divulgazione di Psicologia in Tribunale.

Le più recenti ricerche suggeriscono che la relazione con l’altro abbia inizio già nel grembo materno (D’Adamo et al., 2026), confermando, anche sul piano neurobiologico, che lo sviluppo dell’individuo si fonda, fin dalle sue origini, su una dimensione essenzialmente relazionale.

La mente umana infatti nasce e si sviluppa nella relazione. Prima ancora di imparare a parlare, a ricordare o a pensare, il bambino fa esperienza dell’esistere attraverso lo sguardo di chi si occupa di lui. È l’altro che presta inizialmente la propria mente al neonato, trasformando il caos delle sensazioni corporee in emozioni riconoscibili, gli stati di allarme in esperienze tollerabili, l’angoscia in qualcosa che può essere condiviso.

Quando questo processo funziona, il bambino sviluppa gradualmente la convinzione che ciò che prova abbia un significato e che esista qualcuno capace di comprenderlo. Quando invece l’incontro fallisce in modo ripetuto, non è soltanto la fiducia nell’altro a incrinarsi: è il modo stesso in cui la mente impara a organizzare l’esperienza.

Donald Winnicott sosteneva che non esiste il bambino senza il suo ambiente. Il Sé emerge all’interno di un contesto relazionale “sufficientemente buono”, capace di adattarsi ai bisogni evolutivi senza pretendere una precoce autonomia. Quando questo ambiente diventa imprevedibile, invasivo o emotivamente assente, il bambino può imparare una lezione silenziosa: per mantenere la relazione è necessario rinunciare a una parte di sé. Nasce così quello che sempre  Winnicott definiva Falso Sé: non una menzogna, ma un sofisticato sistema di sopravvivenza. Una personalità che funziona, si adatta, spesso eccelle, ma che progressivamente perde contatto con i propri bisogni più autentici.

Wilfred Bion descriveva un altro aspetto fondamentale di questo processo. All’inizio della vita il bambino non possiede ancora una mente capace di pensare le emozioni. Ha bisogno che qualcuno svolga questa funzione per lui. Attraverso quella che Bion chiamava rêverie, il caregiver accoglie gli stati emotivi più primitivi, li metabolizza e li restituisce in una forma comprensibile. Questo processo è tanto invisibile quanto essenziale, se manca, il dolore non diventa ricordo, resta esperienza grezza. Non viene simbolizzato, ma evacuato. Può trasformarsi in sintomo, in somatizzazione, in acting out oppure in dissociazione. La mente non dimentica il trauma; semplicemente non riesce a trasformarlo in un’esperienza pensabile.

Per questo motivo molti pazienti raccontano di sentirsi sopraffatti da emozioni che sembrano arrivare “dal nulla”. Quel nulla, in realtà, è spesso popolato da esperienze che non hanno mai trovato parole e da ferite che non lasciano lividi. Eventi che non hanno una data precisa, né un prima e un dopo chiaramente identificabili. Si costruiscono lentamente, nel tempo, all’interno di quelle relazioni che dovrebbero rappresentare il luogo della sicurezza. È questo il paradosso del trauma relazionale.

Sviluppi traumatici e disturbo post traumatico da stress complesso

Come abbiamo detto, impariamo a comprendere noi stessi perché qualcuno, agli albori della nostra vita, ha saputo comprenderci. Se, invece, come spiega Peter Fonagy, il bambino cresce sentendosi visto soltanto nei suoi comportamenti e non nei suoi stati interni, rischia di sviluppare un rapporto fragile con il proprio mondo emotivo. Le emozioni diventano eventi da controllare, da evitare o da temere, anziché esperienze da conoscere.

Anche Heinz Kohut aveva colto questo aspetto parlando dei bisogni di rispecchiamento del Sé. Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci restituisca il senso della nostra esistenza emotiva. Quando questo riconoscimento manca in modo sistematico, il Sé cresce con una sensazione cronica di vuoto o di inadeguatezza che nessun successo esterno riesce davvero a colmare.

Agli albori della psicoanalisi, Sándor Ferenczi aveva forse intuito il cuore del problema. Il trauma più devastante non è necessariamente la violenza. È l’impossibilità di attribuire un significato all’esperienza vissuta all’interno della relazione da cui quella violenza proviene. Il genitore diventa contemporaneamente fonte della sicurezza e di paura. È una contraddizione insostenibile, una “confusione delle lingue” che dà luogo ad un vero e proprio corto circuito relazionale: il bambino esprime un bisogno di affetto innocente (“linguaggio della tenerezza”), mentre l’adulto risponde con pretese e manipolazioni sessuali o aggressive (“linguaggio della passione”). Per non perdere il legame da cui dipende la sopravvivenza, la mente sceglie spesso la soluzione meno costosa: mette in discussione se stessa: “Sono io quello sbagliato”. Una conclusione drammatica, ma profondamente adattiva.

Philip Bromberg descrive questo fenomeno attraverso il linguaggio della dissociazione. Le esperienze incompatibili con la continuità del Sé non vengono cancellate. Rimangono separate, come stanze della stessa casa che non comunicano tra loro. La persona può passare da uno stato emotivo all’altro senza comprenderne il motivo, sentirsi improvvisamente diversa, distante da sé o incapace di riconoscere parti importanti della propria esperienza.

Già Carl Gustav Jung aveva descritto il concetto di complesso autonomo come un insieme di contenuti inconsci – costituiti da ricordi, pensieri ed emozioni – organizzati attorno a un nucleo affettivo particolarmente intenso e separati dalla coscienza. Proprio per l’elevata carica emotiva che li caratterizza, questi complessi possono acquisire una relativa autonomia, funzionando come vere e proprie sub-personalità. In determinate circostanze, sono in grado di emergere e condizionare il modo di pensare, di reagire e di comportarsi dell’individuo, sottraendosi in parte al controllo consapevole dell’Io.

In tempi più recenti, molti indirizzi psicologici si sono occupati di studiare gli esiti di infanzie e adolescenze vissute all’insegna di accudimenti trascuranti, abusanti o maltrattanti. Tutti questi autori concordano nel ritenere che essere sottoposti durante la propria crescita a traumi relazionali continui genera sviluppi traumatici (Liotti e Farina, 2011) che possono dar vita a disagi difficilmente inquadrabili nella nosografia tradizionale. Judith Herman nel 1992, teorizzava il concetto di disturbo post traumatico da stress complesso. Quando le  sintomatologie derivano da traumi interpersonali prolungati e ripetuti a causa dei quali la vittima non poteva sottrarsi, possono insorgere gravi disregolazioni emotive, alterazioni dell’identità e relazioni interpersonali compromesse.

La psicopatologia, osservata da questa prospettiva, cambia completamente significato. Il sintomo smette di essere un nemico da combattere e diventa una soluzione costruita dalla mente. L’ansia mantiene costante l’allerta perché un tempo rilassarsi era pericoloso. L’ipercontrollo protegge dal caos. La compiacenza evita il rifiuto. La dissociazione anestetizza ciò che sarebbe troppo doloroso sentire. Perfino il vuoto emotivo può rappresentare una forma di protezione.

Ogni sintomo, prima di essere una malattia, è stato una strategia di sopravvivenza. Come spiega nel suo mirabile testo Il mondo interiore del trauma Donald Kalsched, la nostra mente di fronte alla esorbitante crudezza di esperienze traumatiche mette in atto difese primitive volte a proteggere e salvare l’individuo dall’annientamento psichico.

Questa prospettiva modifica inevitabilmente anche il modo di intendere la cura. La psicoterapia non consiste semplicemente nell’eliminare i sintomi, ma prioritariamente nell’offrire un’esperienza relazionale diversa da quella che li ha resi necessari.

Il terapeuta non interpreta soltanto. Contiene, riconosce, mentalizza insieme al paziente. Diventa, almeno temporaneamente, quella mente capace di dare forma a emozioni rimaste senza rappresentazione. In questo senso la relazione terapeutica non è il contesto nel quale avviene il cambiamento: è essa stessa il cambiamento.

Il trauma relazionale, nella misura in cui viene rivissuto ed elaborato nel processo analitico, non viene cancellato. Entra a far parte della storia personale senza continuare a dominarla. Quando un’esperienza trova finalmente parole, smette di esistere soltanto come reazione automatica. Diventa memoria, significato, narrazione. E forse è proprio questo il compito più profondo della psicoterapia: non cambiare il passato, ma restituire alla persona la libertà di non doverlo ripetere.

Riferimenti bibliografici

Giulia D’Adamo, Andrea Dall’Asta, Martina Ardizzi, Sara Sorrentino, Valentina Mora, Giulia Arenare, Piernicola D’Amario, Mariagrazia Capurso, Francesca Ferroni, Dmitri Ollari Ischimji, Claudio Ferrari, Tullio Ghi, Vittorio Gallese (2026), “Prenatal behavioral contagion through maternal yawning and fetal resonance”, in Current Biology, 36, 2696-2702.e4 https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822%2826%2900460-4

Judith Lewis Herman (1992), Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Roma, Edizioni Magi, 2005.

Donald Kalsched (1996), Il mondo interiore del trauma, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2001.

Giovanni Liotti, Benedetto Farina (2011), Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa, Milano, Raffaello Cortina.

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