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La condivisione non consensuale di materiale intimo: prospettive vittimologiche

Revenge Porn
Psicologia Giuridica

La condivisione non consensuale di materiale intimo: prospettive vittimologiche

Marica Pargoletti

Dott.ssa in Psicologia giuridica forense e criminologica

Con l’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi di comunicazione, l’accesso immediato e la condivisione di contenuti digitali hanno raggiunto livelli senza precedenti, portando con sé nuove sfide e implicazioni negative per la privacy e la dignità delle persone. Il fenomeno, noto comunemente ed erroneamente come “revenge porn”, si manifesta quando immagini o video a contenuto sessualmente esplicito vengono condivisi senza il consenso delle persone coinvolte, spesso con l’intento, da parte dell’autore di reato, di danneggiare o umiliare la vittima. Tale pratica comporta gravi conseguenze emotive, psicologiche e sociali per le vittime compromettendo il loro benessere, la loro reputazione e, in alcuni casi, la loro sicurezza.

Perché non è corretto parlare di “revenge porn”?

La vendetta non è necessariamente la principale motivazione dietro la messa in atto di pratiche violente come la condivisione non consensuale di materiale intimo. La proclività, cioè la tendenza a mettere in atto un comportamento, in questo caso la diffusione non consensuale di materiale intimo, potrebbe essere legata a fattori diversi da quelli della vendetta ed influenzata dal tipo di rapporto con la vittima (ex partner, sconosciuto/a, conoscente, amico/a), da fattori di personalità, emotivi e meccanismi di disimpegno morale.

Le conseguenze della condivisione non consensuale di materiale intimo sulla salute psicologica delle vittime

Profonde lesioni alla propria immagine e alla propria dignità e i condizionamenti che ne derivano nei rapporti sociali possono contribuire ad avvicinare gli effetti provocati da tale pratica a quelli di una violenza sessuale, considerando che le immagini sono spesso accompagnate da sufficienti informazioni per identificare il soggetto ritratto (ad es. nomi, cognomi o indirizzo di residenza) e possono includere link a profili sui social media, indirizzi delle abitazioni o del posto di lavoro (“doxxing”).

Tra le conseguenze psicologiche maggiormente rilevate vi sono disturbi d’ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD); si stima che l’80% delle vittime sperimenti un forte stress emotivo e livelli molto elevati di ansia, ma sono anche frequenti anche lo sviluppo di disturbi dell’alimentazione e disturbi del sonno. Lo sviluppo di sentimenti di sfiducia nell’altro e in se stessi potrebbe comportare una forte diminuzione dell’autostima con una conseguente ristrutturazione di sé e delle proprie scelte di vita: ciò che durante la relazione amorosa o sessuale veniva considerato un’esperienza nuova diventa un trauma il cui effetto predominante consiste in una continua riflessione sull’accaduto. Le vittime potrebbero sviluppare inoltre un maggiore senso di inadeguatezza anche rispetto a relazioni future: per questo motivo, spesso le vittime tendono ad isolarsi.

Le vittime dovranno fare i conti con la sensazione di vergogna per la violazione della propria intimità, con il timore che ciò che è accaduto possa accadere nuovamente, con la paura che queste immagini possano rimanere in eterno in rete: infatti, nonostante l’immagine possa essere inoltrata ad un piccolo gruppo di amici, questi a loro volta possono nuovamente diffonderlo, generando così una vera e propria reazione a catena.

Le ripercussioni sulle vittime, oltre ad essere psicologiche, potrebbero intaccare vari ambiti come quello lavorativo (e conseguentemente economico) e sociale. Infine, è da considerare che la minimizzazione degli effetti e la normalizzazione dell’attività dell’abuso sessuale non consensuale basato sull’immagine, alimentano e sostengono una cultura favorevole e legittimatrice di tutte le forme di violenza sessuale: la conseguenza diretta è l’atteggiamento di svilimento da parte della società nei confronti degli individui che inviano immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, considerati come “immaturi” o “irresponsabili”, e l’indifferenza nei confronti di chi utilizza questo materiale divulgandolo senza il consenso di chi lo ha inviato.

Ad oggi, il fenomeno della diffusione illecita di contenuti sessualmente espliciti e la tendenza alla messa in atto dello stesso rappresenta un argomento di ricerca nuovo e ancora poco esplorato. Nonostante l’aumento della consapevolezza riguardo a questa problematica, esistono poche analisi approfondite sulle dinamiche che portano alla diffusione illecita di materiale sessualmente esplicito, sulla sua portata e sui metodi di prevenzione e protezione delle vittime. Appare pertanto necessario promuovere una maggiore comprensione di questi fenomeni attraverso ulteriori studi empirici e teorici. L’approfondimento delle variabili implicate nella perpetrazione del fenomeno in esame potrebbe contribuire alla creazione di politiche, leggi e interventi più efficaci per contrastare questa forma di abuso e proteggere le vittime.

Bibliografia

McGlynn C., Rakley E., Houghton R. (2017), Beyond ‘Revenge Porn’: The Continuum of Image-Based Sexual Abuse, Springer.

Bates, S. (2017), “Revenge porn and mental health: A qualitative analysis of the mental health effects of revenge porn on female survivors”, in Feminist Criminology, 12(1), 22-42.

Sorgato A. (2020), Revenge porn. Aspetti giuridici, informatici, psicologici, Giuffré Francis Lefebvre.

Citron D.K., Franks M. A. (2014), “Criminalizing revenge porn”, in Wake Forest Law Review 49, pp. 345–392.

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