Oltre il clamore mediatico: le competenze genitoriali e le metodologie di valutazione evidence-based

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Psicologia Giuridica

Oltre il clamore mediatico: le competenze genitoriali e le metodologie di valutazione evidence-based

Negli ultimi mesi, anche in seguito al forte interesse mediatico suscitato dalle note vicende della cosiddetta “famiglia nel bosco”, il dibattito pubblico si è concentrato con crescente intensità sul ruolo dei genitori nell’educazione e nella crescita dei figli. Al di là delle semplificazioni e delle polarizzazioni che spesso accompagnano la narrazione giornalistica, la psicologia ci ricorda da tempo come le relazioni familiari rappresentino i veri “mattoni” della costruzione dell’identità individuale: le esperienze relazionali precoci influenzano in modo profondo lo sviluppo emotivo, affettivo e sociale della persona.

Per fare chiarezza su questi temi complessi e delicati, abbiamo chiesto ad alcune psicologhe giuridiche e psicoterapeute della nostra Rete di condividere riflessioni ed esperienze cliniche e professionali, offrendo uno sguardo competente sul significato della genitorialità, sui bisogni dei figli, sulle forme di violenza spesso invisibili e sulle modalità di tutela del benessere dei minori, anche nei contesti giudiziari.

Dott.ssa Tucci, dal punto di vista psicologico come si diventa madri e padri? E che cosa significa, oggi, essere un “buon genitore”?

“Il ruolo dei genitori è un ruolo difficile, in una società, la nostra, che ha posto al centro i figli e i loro diritti. Eppure, è un ruolo fondamentale nella vita di ogni bambino. Un genitore non può che essere imperfetto, non solo per gli errori che inevitabilmente compie, ma perché, solo nella misura in cui sarà “imperfetto”, lascerà al figlio lo spazio necessario per crescere e diventare un adulto psichicamente sano. Uno spazio psichico dove il figlio possa immaginarsi, costruirsi, rappresentarsi come individuo diverso da tutti gli altri, unico, in una parola, ”concepirsi”.

Per essere un buon genitore è necessario, prima di tutto, essere un buon genitore per se stessi. È necessario curare le ferite del bambino che siamo stati. È necessario fare spazio dentro di sé. È necessario far dialogare quel bambino impotente con l’adulto che siamo. Per far nascere nostro figlio, è necessario far nascere il genitore che è in noi”.

Dott.ssa Ruggieri, che cosa accade, sul piano psicologico e relazionale, quando nasce un figlio e una coppia si confronta con il passaggio alla genitorialità?

“Il passaggio alla genitorialità rappresenta nel ciclo vitale della famiglia una transizione da una condizione data a una condizione nuova, dalla diade alla triade, dalla coppia coniugale alla coppia genitoriale, la quale comporta una riorganizzazione delle relazioni in corso e l’attribuzione loro di nuovi significati, nonché la costruzione di nuove narrazioni. Costringe ad una ridefinizione della struttura e dei confini familiari e a un rimaneggiamento delle alleanze. 

La genitorialità non è semplicemente un fatto “privato” della coppia che mette al mondo un figlio, ma diventa un fatto “pubblico”, che travalica i confini della famiglia e riguarda diversi contesti di matrice non solo affettiva, ma anche istituzionale. 

Quando nasce un figlio, tale nascita non riguarda solo i genitori, ma un’intera società, così perlomeno sarebbe auspicabile che fosse in una società evoluta, che rispetti le convenzioni internazionali sui diritti del fanciullo e che sia in grado di garantire una reale tutela del minore, quale soggetto vulnerabile per sua stessa natura”.

Dott.ssa Toscano, quali sono i bisogni fondamentali dei figli di cui un genitore dovrebbe sempre tenere conto?

“I figli devono sentirsi capiti e accettati per quello che sono, non solo quando non creano problemi. I figli, in sostanza, hanno bisogno di riceve un amore incondizionato da parte dei genitori. Devono ricevere attenzioni individualizzate. I genitori devono dedicare tempo di qualità ai figli: devono stare loro vicini, saper ascoltare, svolgere delle attività insieme. Devono essere riconosciuti nella propria unicità. Quando ci sono altri fratelli, i genitori devono saper riconoscere le diversità, in funzione dell’età e delle esigenze specifiche di ogni figlio. Devono percepire di trovarsi in una condizione familiare stabile. 

Gli adulti rappresentano punti di riferimento fondamentali per i figli, una base sicura. I genitori perciò devono essere presenti con coerenza, reperibili, disponibili. I figli hanno bisogno di almeno una relazione affettiva stabile che controbilanci gli eventi negativi con rassicurazioni e spiegazioni che restituiscano il senso della continuità dell’esserci.

Il sentirsi accettati fa sì che si rivolgano all’adulto con fiducia. Inoltre, la loro autostima può dipendere anche dalla stima che gli adulti hanno di se stessi. A volte, genitori depressi o con scarsa stima di sé tendono a sminuire i loro figli o ad aspettarsi troppo da loro, determinando in questi ultimi grandi fragilità emotive”. 

Dott.ssa Monteleone, quali forme di violenza possono colpire bambini e adolescenti anche all’interno delle nostre società cosiddette evolute, oltre agli abusi più evidenti?

“La violenza sui minori si rappresenta come un prisma dalle tante sfaccettature, all’interno del quale si osservano non solo gli abusi fisici o sessuali, ma anche maltrattamenti di tipo extra sessuale come, ad esempio, l’incuria, l’ipercuria, la discuria, e tutte le forme di violenza intra familiare che ledono la psiche del bambino, compromettendone il normale sviluppo affettivo, emotivo e di personalità.

L’assenza di un’esperienza di tipo familiare buona, dalla nascita e per i primi 4-5 anni di vita, impedisce la maturazione basilare della personalità, andando ad interferire negativamente sul processo che porta dalla simbiosi psichica iniziale alla differenziazione dell’individuo, che sola consente di entrare in relazione con la propria alterità interna e con l’altro nella relazione attraverso l’interiorizzazione di un “oggetto buono” ovvero l’interiorizzazione di figure di accudimento adeguate. 

La capacità di entrare in relazione con l’altro è, infatti, il frutto di una storia relazionale positiva, il frutto di quelle esperienze di rapporto e di comunicazione che al bambino è dato di vivere fin dall’inizio della sua esistenza con persone che lo accolgono, lo amano, e gli permettono di sperimentare un ambiente adeguato ai suoi bisogni formativi”.

Dott.ssa Accatino, in base alla sua esperienza clinica e forense, quale dovrebbe essere l’approccio più adeguato nelle dinamiche familiari in cui il benessere dei minori è a rischio?

“In oltre quarant’anni di lavoro nel campo delle problematiche familiari contenziose, sia come Consulente Tecnico (CTU/CTP) che come psicoterapeuta, ho avuto modo di osservare da vicino il dolore di figli e genitori. La vera tutela del minore richiede una valutazione approfondita delle relazioni familiari e delle emozioni coinvolte, evitando generalizzazioni che non considerano la specificità di ogni caso. Generalizzazioni quindi non di rado sorrette ad oltranza da rigidi e meccanici riferimenti a teorie e manuali.

È fondamentale promuovere percorsi di elaborazione delle criticità relazionali, senza ricorrere ad azioni estreme che rischiano di essere percepite dal minore come un’ulteriore forma di violenza. Le decisioni devono essere orientate non solo al rispetto formale dei diritti, ma soprattutto al benessere psicologico ed evolutivo del bambino.

Solo un approccio che metta al centro il minore e le sue necessità può favorire una crescita equilibrata, evitando di trasformare un principio teorico, per quanto valido, in una forma di accanimento che produce traumi e sofferenze anziché soluzioni”.

Dott.ssa Passanante, la psicologia forense è un ambito che richiede competenze altamente specialistiche. Qual è oggi l’importanza di una formazione evidence-based in questo settore, anche alla luce delle recenti novità introdotte dalla riforma Cartabia?

La psicologia forense rappresenta un’area specialistica della psicologia applicata che opera nell’intersezione tra psicologia e diritto, occupandosi dei processi psicologici rilevanti in ambito giuridico. Questo campo specialistico richiede una formazione rigorosa e basata su evidenze scientifiche per garantire interventi efficaci, accurati ed affidabili.

Il concetto di formazione evidence-based si riferisce all’integrazione delle più rilevanti evidenze scientifiche disponibili con l’esperienza clinica e il contesto specifico in cui il professionista opera. Nel caso della psicologia forense ciò implica l’utilizzo di metodi e strumenti validati scientificamente per la valutazione psicologica; l’applicazione di tecniche standardizzate per la raccolta e l’interpretazione delle informazioni necessarie per la stesura della relazione peritale; l’aggiornamento del professionista tramite studi, ricerche e formazione continua.

La recente riforma Cartabia ha introdotto nuovi standard per la gestione delle perizie psicologiche, ponendo maggiore enfasi sull’approccio evidence-based e sulla necessità di utilizzare metodi scientificamente validati. Solo attraverso evidenze scientifiche solide è possibile costruire pratiche operative ottimali. È necessario superare lo stereotipo, purtroppo ancora prevalente, di un lavoro nelle consulenze che si basi sempre sugli stessi approcci e senza alcun tipo di aggiornamento.

Dott.ssa Ruggieri, in questo periodo si è parlato molto – spesso in modo improprio – di valutazione delle competenze genitoriali. Può spiegarci in che cosa consiste realmente?

“La valutazione specialistica delle competenze genitoriali, richiesta al Consulente Tecnico d’Ufficio, in qualità di ausiliario del giudice, nei procedimenti di affidamento, collocamento e diritto di visita del minore nell’ambito civile, è una complessa attività di diagnosi, che deve tener conto di diversi parametri e che si colloca in un’area di ricerca multidisciplinare, che valorizza i contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, della psicologia della famiglia, della psicologia sociale, della psicologia giuridica e della psichiatria forense.

I criteri per la valutazione della capacità genitoriale riguardano parametri individuali e relazionali relativi ai concetti di parenting e di funzione genitoriale, trattati ampiamente nella letteratura nazionale e internazionale, i quali comprendono lo studio delle abilità cognitive, emotive e relazionali caratterizzanti un genitore competente.

Per quanto attiene le capacità genitoriali è necessario fare una premessa di ordine teorico: la funzione genitoriale è una funzione complessa che richiede: capacità di accudimento, competenza affettivo-relazionale, capacità educativa”.

Dott.ssa Ruggieri, entrando più nello specifico, che cosa indaga lo psicologo nominato dal giudice quando gli viene richiesto di valutare le capacità genitoriali?

“Si vanno ad indagare, ad esempio, aree di supporto sociale e capacità organizzativa: capacità di promuovere, accompagnare e sostenere i processi di sviluppo e di socializzazione e di adattamento all’ambiente esterno (coping); di protezione: capacità di proteggere e di tutelare il bambino nell’ambiente familiare, scolastico e sociale; di calore ed empatia (care): capacità di riconoscere i bisogni emotivi/affettivi del figlio e di fornire i supporti necessari.

La valutazione delle capacità genitoriali deve essere inoltre completata ed integrata da altre due osservazioni complementari: 

  • la valutazione del funzionamento psicologico e relazionale del genitore e del funzionamento familiare, tramite l’analisi della capacità riflessiva (intesa come capacità di attribuire intenzioni e finalità ai comportamenti degli altri ed in particolare dei figli, identificandosi nei loro bisogni; capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni e delle proprie reazioni emotive); la valutazione della presenza di patologie psichiatriche; l’analisi del livello di integrazione familiare (funzionamento della coppia genitoriale in relazione agli indici di collaborazione/coesione interna);
  • la valutazione del funzionamento psicologico e relazionale del figlio, tramite l’analisi della qualità del funzionamento psicologico, della qualità del pattern di attaccamento e dell’orientamento e desiderio del minore rispetto al proprio collocamento. 

“In letteratura esistono diversi strumenti per la valutazione della genitorialità e dei livelli di rischio relativi a comportamenti e dinamiche genitoriali e familiari disfunzionali”. 

Dott.ssa Ruggieri, quali strumenti ha a disposizione il consulente tecnico per svolgere in modo scientificamente rigoroso e affidabile la valutazione delle competenze genitoriali?

“Una valutazione esaustiva e affidabile delle competenze genitoriali in ambito psicoforense deve fondarsi su: colloqui psicologici clinici di formato variabile, ossia individuali con i genitori, congiunti con la coppia genitoriale, osservazione diretta delle interazioni diadiche e triadiche tramite colloquio clinico e utilizzo di strumenti quali il Trilogue Play Clinic (LTPC) e il disegno congiunto; questionari autodescrittivi di personalità, quali l’MMPI-3, il MCMI-III e il PAI; test proiettivi (Rorschach), Thematic Apperception Test (TAT); test di rilevazione dei patterns di attaccamento.

Esistono inoltre strumenti standardizzati specifici per la valutazione della genitorialità, che si utilizzano anche in ambito forense, quali ad esempio il PPT (Parents Preference Test) e il PSI-4 (Parentale Stress Index)”.

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Psicologia in Tribunale vuole fornire un contributo formativo anche in ambito psicodiagnostico, utile sia a coloro che si occupano esclusivamente di clinica sia ai colleghi che operano in ambito giuridico-forense, ambito che presuppone necessariamente un lavoro di tipo valutativo supportato dall’ausilio di strumenti psicodiagnostici.

Il Corso vuole essere  un percorso formativo e professionalizzante che consentirà di apprendere i criteri teorici e tecnici indispensabili per un impiego consapevole di questi strumenti in ambito clinico e forense.

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