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La separazione impossibile
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Sonia Ruggieri
Psicologa ad indirizzo clinico, psicoterapeuta sistemico relazionale e terapeuta EMDR, specialista in Psicologia giuridica e forense, professionista della Rete di Psicologia in Tribunale.
Amami o odiami, entrambi sono a mio favore.
Se mi ami sarò sempre nel tuo cuore,
se mi odi sarò sempre nella tua mente.
William Shakespeare
Cosa differenzia le coppie che riescono ad elaborare il lutto della separazione e a realizzare con successo il divorzio psichico, dalle coppie che si imbrigliano nelle maglie del legame disperante?
Cosa impedisce alle coppie incapsulate in un conflitto ingovernabile di assolvere ai compiti evolutivi richiesti dalla separazione e di compiere il processo di elaborazione del lutto, fino alla fase del distacco e della riorganizzazione?
Ritengo utile e opportuno, prima di addentrarci nel territorio impervio dei conflitti ingovernabili che esitano nelle separazioni impossibili, fare alcune brevi precisazioni in merito alla natura stessa del processo separativo, nei termini della sua psicogenesi e della sua psicodinamica; la separazione è infatti un processo multidimensionale, che richiede un atteggiamento concettuale centrato sulla complessità’, con l’adozione di più livelli di osservazione/valutazione.
Sono almeno quattro i criteri valutativi che, come CTU e CTP, ritengo utili come punti di riferimento nella mappa che utilizzo per l’esplorazione dei sistemi familiari in fase di separazione giudiziale o divorzio contenzioso che falliscono nell’elaborazione della separazione, sviluppando un blocco evolutivo e cronicizzandosi nella dimensione di un’elevata conflittualità.
La separazione: evento o processo?
La separazione non è un evento puntiforme, in quanto pur ponendosi come la rottura di una condizione precedente, mantiene nei fatti un rapporto di continuità’ esperienziale con le radici storiche, di natura contrattuale, del legame di coppia, per cui le sue radici sono da ricercarsi non nel qui e ora della rottura, bensì lontano nel tempo, nel contratto di coppia, nelle dimensioni fisiologiche di tale contratto, che sappiamo essere le richieste, le aspettative e le proiezioni, le quali possono esitare rispettivamente nei loro corrispettivi psicopatologici di conflittualità, incompatibilità e svelamento, nella misura in cui la coppia nel corso della sua storia non riesce a ricontrattare le regole relative alla dimensione del noi, superando con successo le inevitabili fasi della disillusione e della delusione (Canevelli, Lucardi, 2000, 2019).
L’elemento patologizzante non è la separazione in sé, ma il tipo e la qualità di relazione che, da sempre presente nella storia di queste coppie, si slatentizza nel suo potenziale distruttivo durante e in particolare a separazione avvenuta.
Una separazione può essere definita altamente conflittuale quando il conflitto risponde ai seguenti criteri: persistenza (il conflitto si prolunga nel tempo), pervasività (i genitori non riescono a trovare accordi sulla gestione dei figli e agiscono sistematicamente su nuovi fronti) e intensità (il conflitto si caratterizza per comunicazioni ostili, provocatorie, svalutanti, aggressive verbalmente, comportamenti manipolatori, sentimenti di odio).
La crisi identitaria
Un primo livello di valutazione deve riferirsi alla natura stessa del contratto, che tanto più è contaminato da fattori proiettivi, tanto più impatterà sul processo elaborativo. È evidente che l’elaborazione del lutto della separazione e la realizzazione del divorzio psichico appaiono tanto più complessi quanto più il rapporto di coppia si sia fondato su una collusione, per cui lo stesso svolge una vera e propria funzione protesica rispetto all’ identità dei partner.
La separazione si configura infatti come una vera e propria crisi dell’identità:
- personale, per cui maggiore è la quota di investimento nel rapporto maggiore sarà l’amputazione identitaria;
- coniugale, per cui in funzione delle caratteristiche funzionali positive riconosciute all’altro sarà in misura minore o maggiore vissuta come perdita/sconfitta;
- gruppale, per cui la ridefinizione dell’appartenenza potrebbe essere contaminata da vissuti di colpa/vergogna che potrebbero ostacolarla.
Dalla crisi alla rottura
La fase immediatamente successiva alla decisione di separarsi e che precede la rottura vera e propria, è caratterizzata dalle dinamiche intrapsichiche e interpersonali tipiche della crisi e di conseguenza dalla necessità di attivare risposte adattive allo stress, per cui un secondo livello di valutazione che possiamo utilizzare attiene la capacità di ciascun partner e del sistema familiare nel suo insieme. di fronteggiare lo stress e le strategie di coping, più o meno funzionali, disponibili in quel momento.
La separazione si concretizza tramite l’atto decisionale di uno dei due partner, atto che determina il passaggio dalla crisi alla rottura, passaggio che avviene quando si giunge a un’intollerabilità tale rispetto alla relazione da rendere inaccettabile l’immagine di sé accanto all’altro, intollerabilità che può manifestarsi, come ci capita di osservare nella nostra quotidiana pratica psico forense, in forma dolorosa (sono costretto, per come sei e per come ti comporti, a lasciarti) o trionfante (finalmente mi sono liberato di te).
L’elaborazione della separazione richiede che all’esperienza della fine si contrapponga un senso di inizio di un modo nuovo e diverso di essere famiglia, passaggio che difficilmente osserviamo nelle famiglie ad alta conflittualità. Nelle separazioni cosiddette impossibili si osserva una difficoltà fino all’estremo dell’assenza della funzione di simbolizzazione, la perdita della dimensione temporale evolutiva, l’assenza di speranze trasformative (come se queste coppie vivessero in un eterno presente), ci si trova di fronte a una condizione di stallo, con risposte cognitive, emotive e comportamentali ripetitive e cristallizzate.
I compiti evolutivi della separazione
Un terzo livello di valutazione attiene alla capacità di quella coppia di assolvere ai compiti evolutivi connessi alla separazione.
I sistemi familiari che permangono nella condizione di conflittualità oltre i limiti fisiologici del processo di elaborazione del lutto della separazione, sono sistemi che faticano nell’assolvere ai compiti evolutivi che la separazione comporta, rappresentando la stessa non solo l’esperienza della fine di una storia di coppia e familiare ma anche l’inizio di una nuova storia e di percorsi adattivi, con nuove modalità di gestione delle relazioni e del conflitto che influenzano e determinano la costruzione dei significati, che i diversi protagonisti della vicenda separativa attribuiscono all’esperienza condivisa È evidente che l’attribuzione di significato maturata dai genitori veicola e influenza quella dei figli.
La separazione comporta cambiamenti a più livelli:
- nello status e del ruolo sociale;
- nelle condizioni economiche;
- nell’organizzazione della quotidianità;
- nel rapporto con i figli;
- nel rapporto con i rami parentali.
La separazione si configura dunque come un evento critico di rottura che richiede una riorganizzazione delle relazioni familiari, che appare subordinata all’assolvimento di una serie di complessi compiti evolutivi (Malagoli Togliatti e Lubrano Lavadera, 2002):
- sul piano coniugale: elaborare il divorzio psichico e le perdite relative alla separazione e riconoscere il proprio contributo al fallimento coniugale
- sul piano genitoriale: continuare a essere entrambi genitori, rispettarsi reciprocamente nei ruoli di madre e di padre, instaurare un rapporto di collaborazione e cooperazione nell’esercizio della genitorialità
- sul piano sociale: ridefinire il rapporto con le rispettive famiglie di origine ed evitare di rimanere inglobati, ridefinire i rapporti con gli amici in comune, coltivare nuove amicizie e nuovi legami affettivi
La separazione come elaborazione del lutto
Il quarto livello di valutazione riguarda la capacità di elaborazione del lutto, configurandosi la separazione come un lutto simbolico, di quel particolare sistema familiare.
La rottura di un legame affettivo, per quanto evenienza frequente nel nostro contesto sociale, conserva nell’immaginario collettivo e individuale la sua natura di evento para normativo, non atteso e non auspicato, in quanto implica il fallimento di un progetto di vita e si caratterizza come un vero e proprio processo di elaborazione del lutto, in quanto attiene i temi del lasciare e dell’essere lasciati, mobilitando di conseguenza vissuti abbandonici.
Al di là della complessità intrinseca al processo separativo, di cui abbiamo già detto, le ragioni del blocco evolutivo vanno ricercate nella storia dei partner (noi clinici sappiamo bene quanto sia utile per la comprensione dell’unicità della situazione di cui ci stiamo occupando, pensare per storie), mi riferisco in particolate a:
- lutti traumatici pregressi scarsamente elaborati;
- tipo di legame di attaccamento disfunzionale (es disattivato/iperattivato) con i matching di coppia altrettanto disfunzionali che ne derivano;
- la presenza di tratti di personalità disfunzionali, pur in assenza di franca psicopatologia e il loro impatto sulle dinamiche relazionali e sulla modalità di gestione della conflittualità;
- il grado di invischiamento con la famiglia di origine;
- variabili inerenti alle caratteristiche del bambino, temperamenti difficili o presenza di disturbi dello sviluppo,
- la fase di ciclo vitale dei figli, con le conseguenti differenze nelle competenze genitoriali richieste e nel grado necessario di coordinazione genitoriale;
- la presenza di nuovi partners e loro posizione rispetto al conflitto;
- le caratteristiche intrinseche del sistema giustizia, sui cui la coppia opera uno split off del conflitto, in attesa di una risposta istituzionale che dia finalmente giustizia alla sindrome di risarcimento, non solo di natura economica, dell’uno e dell’altro o di entrambi;
- il livello di presenza dei diversi contesti all’interno della vicenda separativa, l’entità della loro attivazione e il loro grado di intrusività nella vicenda privata, in funzione della dinamica interattiva della coppia che si sta separando.
Nella mia esperienza di psicologo giuridico i vissuti emotivi che maggiormente incidono nel blocco evolutivo di queste coppie sono:
- il senso di fallimento
- il dolore emotivo
- i sentimenti di perdita
- il vuoto affettivo
- l’ansia/angoscia da perdita
- l’ansia per il futuro
In risposta a tali emozioni spiacevoli e a seconda del loro livello di intensità, osserviamo in queste coppie dinamiche agonistiche che assolvono in realtà ad una funzione analgesica/anestetizzante rispetto a tali vissuti, in particolare i vissuti di perdita, funzione analgesica che diventa un ostacolo al processo di elaborazione del lutto, per cui siamo di fronte al ben noto paradosso per cui il conflitto garantisce il legame. La coppia colma lo spazio interattivo perso con la rottura con un’area conflittuale che fa da contenitore alle ansie di separazione, in assenza di altre alternative possibili. Il conflitto da problema si trasforma in soluzione e come tutte le soluzioni sintomatiche tende a persistere e a perpetuarsi. Il conflitto, che agli occhi di noi tecnici, appare ingovernabile e spesso insensato, in realtà per quel particolare sistema familiare, assolve al ruolo di protezione rispetto alla frammentazione; è la difesa che garantisce l’integrità.
Il legame di disperante
Il persistere nel conflitto assolve dunque alla funzione di consentire la percezione di una qualche continuità nella relazione, che rappresenti una modalità conosciuta, per quanto insoddisfacente, rispetto alla prospettiva dell’emergere di aspetti sconosciuti dell’esperienza esistenziale e svolge una funzione analgesica rispetto a emozioni altrimenti intollerabili, nonché una funzione di recupero di un ordine e di una leggibilità’ dell’esperienza, rispetto alla paura dell’ignoto. È in questa condizione di blocco del processo di elaborazione del lutto che si attiva il “legame disperante”, ovvero quel particolare tipo di legame in cui, accanto a un elevato livello di conflittualità e all’assenza di forme di cooperazione, permane una segreta speranza di riconciliazione con l’ex-partner (Cigoli, Galimberti e Mombelli, 1988).
Fisiologia e patologia del conflitto
Il conflitto, da fisiologico e atteso qual’ è, soprattutto nelle prime fasi della separazione diventa patologico nella misura in cui da meccanismo reattivo alla crisi si cristallizza in una chiave interpretativa univoca e rigida, assurgendo a modello unico di significazione.
Indipendentemente che la separazione sia scelta attivamente o subita, essa costituisce un lutto per la persona coinvolta: “muore” un progetto di vita e con esso tutti gli investimenti emotivi e affettivi connessi. Come evidenziano Bogliolo e Bacherini (2010), il disordine relazionale pervade l’area della genitorialità e gli ex-coniugi non riescono più a tenere conto e rappresentarsi quelli che possono essere i bisogni dei loro figli. Questi ultimi, con le loro emozioni e la loro sofferenza, rimangono sullo sfondo mentre la scena viene interamente occupata dal conflitto genitoriale.
Le coppie che faticano nel processo di elaborazione della separazione sono coppie che non riescono a riparare le disconnessioni relazionali post separazione se non con il conflitto e che attivano una rigidità disadattiva nell’assetto relazionale, che blocca la necessaria riorganizzazione delle relazioni familiari post separazione, rendendo impossibile il divorzio psichico.
Si tratta di un sistema relazionale in fase di stallo, che cristallizza anche la modalità di gestione della conflittualità, di solito nei termini di un’esasperazione reciproca che determina un’escalation simmetrica, di cui il ricorso ad un Tribunale che sentenzi insindacabilmente su “chi ha ragione e chi ha torto” rappresenta la massima espressione.
La dimensione conflittuale della separazione è fisiologica se salvaguarda la dimensione genitoriale, valutando i rischi che riverberano sui minori esposti al conflitto. Una separazione viene definita ‘gravemente conflittuale’ quando la coppia presenta nel tempo modalità rigide e distruttive di relazione che finiscono per coinvolgere pesantemente i figli, senza alcuna possibilità di raggiungere accordi rispetto alla gestione degli stessi, né in altre aree della separazione.
Il conflitto genitoriale, secondo Johnston, può esplicarsi in tre principali ambiti:
- dimensione di ambito (disaccordi su sostegno finanziario, divisione delle proprietà, custodia dei bambini);
- dimensione tattica (il modo in cui le coppie divorziate cercano informalmente di risolvere i disaccordi, ragionando verbalmente o con aggressione verbale, coercizione e aggressione fisica, oppure mediante l’uso di negoziazioni legali);
- dimensione emotiva (sentimenti negativi o di ostilità espressi in modo esplicito o implicito).
Il transfert del conflitto sul sistema giuridico
Il tentativo di risolvere le controversie in ambito giuridico è spesso dunque espressione più che del bisogno di tutelare i figli, del bisogno dei genitori di ottenere conferma delle proprie personali ragioni e della ricerca di un parere istituzionale che possa in qualche modo farle valere come assolute.
Spesso il funzionamento dell’iter legale inasprisce il conflitto, innescando un’ulteriore escalation, in cui entrambi i genitori hanno come obiettivo di perseguire una soddisfazione pulsionale e perversa, a volte ammantata dalla illusione di fare il bene del figlio attraverso il raggiungimento della vittoria legale, piuttosto che aiutarlo in termini psicologici. La contesa legale è preferita ad un intervento clinico per i figli perché un intervento terapeutico che porti a un cambiamento del figlio li costringerebbe a rinunciare al suo uso e al suo possesso, e li solleciterebbe a guardarsi dentro e a chiedersi cosa sottendono certe ostinate iniziative fatte in nome del bene dei figli. Purtroppo, anche l’iter processuale, necessariamente, basato sulla scissione rispecchia e rinforza il funzionamento scisso della coppia a relazionarsi in termini di giusto/ingiusto, competente/incompetente, vittima/carnefice, piuttosto che favorire l’integrazione (Montecchi, 2015).
Le coppie che rimangono immerse nella sofferenza e nella rabbia per ciò che si è perso e per il torto che si sente di aver subito rimangono bloccate nella fase di protesta, in cui prevalenti sono le emozioni di rabbia, la percezione di ingiustizia per il danno subito e il desiderio di vendetta. Le persone rimangono in questo modo prigioniere della non accettazione e dell’incapacità di vedere sé stessi in un’altra dimensione che non sia quella del conflitto con colui che si considera essere la “fonte di tutti i mali”.
Lo scopo che guiderà l’azione di queste coppie sarà allora quello di ottenere il giusto risarcimento e l’iter processuale manterrà l’investimento su questo scopo: il giudice sarà simbolicamente investito della funzione di decretare chi è colpevole e chi è innocente, chi ha torto e chi ha ragione.
In realtà ci muoviamo dentro un paradosso, nel senso che il transfert sulla giustizia rappresenta in realtà una richiesta collusiva di risolvere problemi di natura emotiva e relazionale attraverso azioni concrete sul piano di realtà, piuttosto che attraverso l’elaborazione dei vissuti e dei meccanismi disfunzionali che rendono quella separazione una separazione impossibile.
Certamente la CTU si propone, pur non avendo una finalità trasformativa, ma unicamente diagnostica e prognostica, di giungere a una descrizione del funzionamento di quel particolare sistema famigliare tale da fornire al giudice una chiave di lettura che gli permetta di adottare provvedimenti giuridici atti a tutelare il minore, proprio tenuto conto della specificità di funzionamento di quel sistema.
Nei fatti le istituzioni, il tribunale in primis, funzionano come sostituzione dell’intelaiatura familiare perduta e attraverso i suoi dispositivi ripristina assunti simbolici persi con l’atto separativo, rappresentando il garante con funzione meta per i genitori ma soprattutto per i minori. Tale funziona meta diventa tanto più necessaria quanto più la famiglia appare disgregata.
La funzione della CTU nelle separazioni impossibili
Una CTU serve tanto più quanto il sistema che entra in gioco, riferendoci al sistema giudici-avvocati-CTU-CCTTPP, riesce a preservare una visione obiettiva e non contaminata emotivamente, che restituisca al sistema familiare una veritiera immagine del proprio funzionamento nella crisi. Se CTU e CCTTPP riescono ad assolvere alla loro triplice funzione tecnica, clinica e strategica, non colludendo con la visione miope della famiglia, riescono di conseguenza anche a fornire al giudice gli strumenti per decidere al meglio rispetto la specificità del caso.
Il conflitto è un aspetto integrante della realtà umana, anzi rappresenta un segno di partecipazione attiva alla vita di relazione. Tuttavia, l’esercizio della cogenitorialità comporta l’onere di apportare razionalità nel conflitto, cosmos nel caos, concedendo la parola all’altro e attivando un processo di comprensione, riconoscimento, cooperazione e riparazione.
Questo rappresenta l’obiettivo ultimo dei dispositivi psicologici, psicosociali e sanitari che si attiveranno per quella particolare famiglia a seguito della CTU.
Inevitabilmente la rottura del legame allarga il confine della coppia e familiare e include la presenza di contesti terzi, di natura professionale, più o meno formali. Questo tipo di funzione terza mobilita una serie di implicazioni all’interno del processo separativo, relative all’ introduzione di significati, di impatto sulla modalità interattiva e di gestione della conflittualità, con innesco di cambiamenti o radicalizzazione delle posizioni, ha dunque sempre delle ricadute sul complessivo equilibrio della coppia in separazione, le quali possono avere valenza evolutiva rispetto al conflitto, ma anche congelante o ulteriormente distruttiva.
Le varabili di contesto intervengono nell’attribuzione di significato all’esperienza che si sta vivendo, nella definizione dell’accettabilità dell’immagine personale nella nuova condizione originata dalla crisi prima e dalla rottura poi del legame di coppia, influenzando le possibilità evolutive dei singoli protagonisti e la complessiva riorganizzazione delle relazioni familiari.
Nelle separazioni altamente conflittuali è frequente la compresenza di diverse tipologie di contesti terzi, è evidente come maggiore è il transfert sui contesti terzi, maggiore è l’intrusività agli stessi richiesta, maggiore è la soccombenza reciproca dei genitori.
La tutela della bigenitorialità richiede l’utilizzo di una pluralità di dispositivi, da calibrare sul caso specifico:
1) quelli giuridici, atti a garantire l’esercizio di diritti e il rispetto di doveri, il contrasto di esiti iniqui e dell’accentuazione di posizioni di potere;
2) quelli psicologici, che pongono il focus sulla visione elaborativa della separazione in termini processuali come divorzio psichico, nei termini di ridefinizione dell’identità personale, di riorganizzazione delle relazioni familiari, di costruzione di percezioni, rappresentazioni e significati che vengono proposti ai figli e che rappresentano le coordinate sulle quali loro costruiscono le loro mappe mentali, orientano il loro percorso e le loro scelte adattive, in funzione della specifica fase di sviluppo;
3) dispositivi necessari per i sistemi familiari in separazione che sviluppano risposte psicopatologiche alla stessa che esitano in rigidità disadattive, fino ai casi estremi e di difficile risoluzione di rifiuto da parte del minore di un genitore e del suo ramo parentale.
Il contesto giudiziario interviene obbligatoriamente per la regolamentazione del nuovo status dei membri della coppia, con la rappresentazione dei diritti e dei doveri reciproci, con la tutela dei minori coinvolti, con l’attribuzione di responsabilità, con l’assunzione di decisioni, con il controllo dell’osservanza dei provvedimenti e dell’eventuale insorgere di condizioni di allarme, se necessario con la CTU.
Il contesto giudiziario, pur nella sua valenza di neutralità, di terzo super partes, veicola una dimensione agonistica, con il giudice nel ruolo di arbitro nella contesa, che incentiva le immagini della vittoria e della sconfitta, di una parte vincente e di una soccombente, nonché del senso dell’incompatibilità tra i diritti dell’uno e quelli dell’altro. Nei casi più disfunzionali il ricorso al tribunale, che nell’immaginario collettivo ha una forza normativa e culturale, assume il significato simbolico di ambito specificamente delegato alla rappresentazione delle proprie istanze, vissuto come territorio unico di possibile gestione della separazione, sovraccaricato di significati e di aspettative, che esulano dalle sue reali funzioni, con il rischio che rafforzi gli aspetti più disfunzionali delle diverse modalità di gestione della conflittualità, ponendosi all’interno di esse come elemento di stabilizzazione e conferma, se non di innesco di ulteriori conflitti, di sanzionatore esterno e persecutorio, in alcuni casi di spettatore impotente.
Il contesto psicosociale di aiuto è chiamato ad esercitare la sua specifica competenza nel contesto giudiziario, pur nella differenza di linguaggio e modalità operativa, nella cornice comune della tutela del minore, in tutti quei casi in cui il problema dell’impatto della conflittualità della coppia sull’esercizio condiviso della responsabilità genitoriale si pone a un livello che richiede l’attivazione di un allarme rispetto a possibili sviluppi disfunzionali a discapito del minore, come può accadere nei casi di dinamiche di resistenza/rifiuto del figlio nei confronti di uno dei due genitori.
Disponiamo ad oggi di diverse modalità di intervento sulla famiglia in separazione: la mediazione familiare e la coordinazione genitoriale, come metodi alternativi di risoluzione delle controversie, di natura non clinica, e interventi di tipo clinico quali interventi di supporto alla genitorialità, spazi neutri di incontro, psicoterapia.
Ogni tipo di intervento dovrebbe essere in grado di porre al centro i bisogni della famiglia divisa, non solo la coniugalità, ma la relazione esistente tra la gestione della sua fine e il legame con le generazioni. i genitori dovrebbero essere messi in grado di creare per i loro figli i presupposti affinché possano ritrovare fiducia nel legame, riconoscere il valore positivo delle relazioni, ritrovare speranza nella vita (Cigoli, Galimberti, Mombelli, 1988).
Siamo di fronte alla sfida del lavoro interprofessionale congiunto come enzima per la trasformazione e per il passaggio da famiglia sofferente a famiglia separata.
Se le dinamiche relazionali disfunzionali e i vissuti soggettivi non sono oggetto della giusta attenzione o non emergono, si lasciano irrisolti i veri problemi che alimentavano la conflittualità, ed anche qualora la coppia riesca a raggiungere degli accordi, essi potrebbero non avere lunga durata e rischierebbero di rompersi alla prima, inevitabile incomprensione.
Dal conflitto di coppia all’alleanza genitoriale
Elaborare la separazione significa permettere ai sentimenti che sono sotto l’iceberg del conflitto di venir fuori ed essere riconosciuti e accolti, trovare un modo diverso di comunicare e una visione del conflitto che includa anche la visione dell’altro, in modo da raggiungere degli accordi soddisfacenti sulla base di una nuova visione dei fatti, arricchita dalla dimensione cognitiva ed emotiva dell’altro.
La dimensione del conflitto non potrà mai scomparire del tutto dal processo separativo, il che non significa che la coppia in separazione non possa apprendere modalità utili a ridurne la portata e l’intensità e a trasformarlo in una fonte di risorsa.
La cronicizzazione del conflitto è invece espressione di un blocco evolutivo, dell’incapacità di quel sistema familiare ad affrontare i compiti evolutivi e la riorganizzazione delle relazioni familiari conseguenti alla separazione e può produrre profondi disagi individuali e relazionali, fino a determinare la comparsa di comportamenti individuali sintomatici e disfunzioni relazionali importanti.
La cronicizzazione della separazione può configurarsi come forma di maltrattamento psicologico per i figli, a scapito della loro tutela.
Ciò che realmente tutela un minore coinvolto in un processo separativo, è garantire a lungo termine la stabilità delle relazioni, perché è questa la vera fonte di sicurezza per i figli, al di là dei cambiamenti contingenti nell’organizzazione di vita progettati dai loro genitori, il che accade se si riesce a limitare gli effetti distruttivi del conflitto, promuovere la distinzione tra coppia coniugale e coppia genitoriale, quindi avviare un percorso di recupero della genitorialità su nuove basi, spostando il focus dal conflitto di coppia al recupero di un’alleanza sul versante genitoriale.
Bibliografia
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CANEVELLI F., LUCARDI M. (2000). La mediazione familiare, dalla rottura del legame al riconoscimento dell’altro, Bollati Boringhieri, Torino.
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CIGOLI V., GALIMBERTI C., MOMBELLI M. (1988). Il legame disperante, Raffaello Cortina, Milano.
MALAGOLI TOGLIATTI M., LUBRANO LAVADERA A. (2002). Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia, Il Mulino, Bologna
MONTECCHI F. (2015): Dal Bambino minaccioso al Bambino minacciato. Franco Angeli, Milano
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