Blog

Ultimi Commenti

La condizione giuridica del minore e il diritto all’ascolto

diritti dei minori
Psicologia Giuridica

La condizione giuridica del minore e il diritto all’ascolto

Monica Savino
Psicologa giuridica e psicoterapeuta sistemico relazionale

L’approccio costituzionale alla problematica della condizione giuridica del minore ha trovato un riscontro chiaro nelle norme della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176.

Nella cultura giuridica italiana la Convenzione di New York ha potuto così svolgere un ruolo decisivo nel favorire una comprensione autentica dei princìpi costituzionali sulla condizione giuridica del minore, promuovendo una presa di coscienza sempre più diffusa, in ordine alla piena titolarità di diritti in capo ad esso, e alla necessità di superare definitivamente la tradizionale prospettiva paternalista senza però dar corso a visioni estreme dell’autodeterminazione del minore.

La Convenzione di New York è invero un testo molto articolato ed estremamente vario nei contenuti. Consta di un preambolo e di ben 54 articoli, suddivisi in tre parti distinte, la prima delle quali – la più estesa (artt. 1-41)– è specificamente dedicata alla trattazione di questioni connesse alla tutela del minore. In particolare, appare anzitutto significativa la compresenza nel medesimo testo normativo dei principali diritti di libertà in capo al minore – la libertà di esprimere liberamente la propria opinione (art. 12), la «libertà di cercare, ricevere, diffondere informazioni e idee di ogni genere» (art. 13), la «libertà di pensiero, coscienza e religione» (art. 14), la «libertà di associazione» e «di riunione pacifica» art. 15), il divieto di esporre il fanciullo «a interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua vita familiare, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza», nonché ad «attentati illegittimi al suo onore e alla sua reputazione» (art. 16) – e dell’impegno degli Stati, formulato in termini generali, a «rispettare la responsabilità, i diritti e i doveri dei genitori>>.

A tal fine al minore è riconosciuto un vero e proprio diritto di essere ascoltato, oggi espressamente previsto in termini generali dall’art. 315 bis c.c.. Il diritto all’ascolto svolge infatti un ruolo insostituibile in vista di una promozione autentica della persona in formazione. Il minore deve sempre poter esprimere liberamente la sua opinione sulle diverse questioni e procedure che lo riguardano nella misura in cui – com’è evidente – sia capace di farlo, avendo conseguito un sufficiente grado di maturità. 

E così, ad esempio, all’art. 315 bis c.c, comma 3, cit., il legislatore del 2012 ha previsto che il diritto all’ascolto debba essere riconosciuto al minore che ha compiuto dodici anni mentre ha condizionato il diritto del minore infradodicenne alla verifica in concreto della sua capacità di discernimento.

Come già si è avuto modo di ricordare, l’art. 12, comma 1 della Convenzione dispone di assicurare al fanciullo capace di formarsi una propria opinione, il diritto di esprimerla liberamente e in qualsiasi materia, dovendo dare alle sue opinioni il giusto peso relativamente alla sua età e maturità». Oggi peraltro il diritto all’ascolto è riconosciuto, con formulazione sostanzialmente corrispondente, anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 24, comma 1).

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire, a più riprese, che l’ascolto del minore da parte del giudice deve essere garantito in tutti i giudizi i cui effetti si producono anche nella sua sfera giuridica, e cioè in tutti quei giudizi nei quali al minore dev’essere riconosciuta almeno la qualità di parte “sostanziale”. Il mancato ascolto darebbe luogo a nullità del provvedimento, in quanto costituirebbe una violazione del principio del contraddittorio e dei princìpi che regolano il giusto processo. È invero che sussiste sempre un margine di discrezionalità giudiziale nella valutazione di eventuali circostanze ostative all’ascolto; un soggetto del tutto incapace di discernimento si potrebbe esporre a un’esperienza traumatica o comunque accrescere il rischio di strumentalizzazione da parte degli adulti. 

In effetti, per quanto il minore sia parte del processo, deve escludersi che egli abbia anche la capacità di stare in giudizio, la cd. legitimatio ad processum. È noto, infatti, che quest’ultima coincide col libero esercizio dei diritti che si fanno valere in giudizio (art. 75 c.p.c., comma 1), e dunque con la capacità di agire. Come si è visto, però, neppure con riferimento agli atti a contenuto personale il minore capace di discernimento può considerarsi anche legalmente capace. A tal fine, è stato decisivo ancora una volta, il riferimento al sistema delle fonti internazionali, che però, con specifico riguardo ai diritti processuali del minore, è integrato dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996 in seno al Consiglio d’Europa e ratificata dall’Italia con legge 20 marzo 2003, n. 77. In effetti, dalla lettura di questo testo normativo emerge con chiarezza una visione assai dettagliata e ad ampio raggio delle garanzie da riconoscere alla partecipazione processuale del minore.

In particolare, la Convenzione di Strasburgo precisa che i procedimenti giudiziari specie quelli in materia di famiglia, in particolar modo, relativi all’esercizio delle responsabilità genitoriali si dispone che, in questi procedimenti, al minore capace di discernimento, secondo il diritto interno, spetta il diritto di «ricevere ogni informazione pertinente», di «essere consultato ed esprimere la propria opinione», di «essere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisione» (art. 3, ma anche art. 6). Ai minori si riconosce anche il «diritto di chiedere di essere assistiti da una persona appropriata, di loro scelta, che li aiuti ad esprimere la loro opinione», «di chiedere essi stessi, o tramite altre persone od organi, la designazione di un rappresentante distinto, e nei casi opportuni, di un avvocato», «di esercitare completamente o parzialmente le prerogative di una parte in tali procedimenti» (art. 5). È chiaro, insomma, il riferimento alla necessità che anche il minore, laddove è parte in senso proprio, possa stare in giudizio col ministero di un difensore personale.

Gli strumenti di partecipazione del minore ai giudizi che, a diverso titolo, possono coinvolgerlo sono funzionali a far sì che questi giudizi realizzino al meglio il suo interesse, e cioè garantiscano al minore coinvolto il massimo benessere possibile. 

È stato allora giustamente osservato che l’interesse del minore è ormai divenuto un “valore apicale di sistema”, avendo assunto il ruolo di «nuovo principio sistematico organizzatore di tutto il diritto minorile e si potrebbe, senz’altro, dire di tutto il diritto di famiglia». 

Il ruolo che un simile principio è chiamato a svolgere è tuttavia destinato a mutare in maniera significativa a seconda della tipologia di approccio di fondo dell’interprete alla questione minorile.


Bibliografia di riferimento

Bilotti E. (2019) “Diritti e interessi del minore“, in L-Jus, Rivista semestrale del Centro Studi Rosario Livatino, fascicolo 2

Lascia un tuo commento all'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lista desideri 0
Apri la Lista desideri Continua lo shopping