Imputabilità del minore, la questione delle neuroscienze
Monica Savino
Psicologa giuridica
Se per l’adulto l’imputabilità è considerata sempre presente, salvo la sussistenza di cause di esclusione o di limitazione della stessa, per i minori la disciplina è, come noto, variegata. La fascia di età più problematica riguarda i minori che hanno già compiuto i quattordici anni ma non ancora i diciotto, in quanto richiedono una valutazione caso per caso.
L’approccio neuroscientifico ha dimostrato che il cervello umano raggiunge la sua completa maturazione intorno al 25esimo anno di età e che si possono riscontrare ritardi o lesioni dell’apprendimento legati a una incompleta mielinizzazione del prosencefalo dell’adolescente (scarsa capacità di giudizio e impulsività), ipotrofia nell’area del corpo calloso (trascuratezza e abbandono), minore attività delle regioni prefrontali (essenziali per la mentalizzazione), maggiore attività dell’amigdala (ipervigilanza, ipereattività, stati negativi, impulsività) ciò potrebbe influire negativamente sullo sviluppo della funzione riflessiva, sui processi di apprendimento, sull’acquisizione di determinate competenze socio-relazionali e sulle relative manifestazioni comportamentali.
Le neuroscienze, dunque, valorizzano i fattori di tipo organico e genetico tra quelli che più influenzano le capacità cognitive dei minori, in quanto l’immaturità neurofunzionale, psicologica e relazionale, comporta nell’infante un’incapacità di autocontrollo e di pianificazione dei comportamenti.
L’immaturità neurofunzionale coincide pertanto con il mancato sviluppo o con una disfunzione del sistema frontale del cervello, cui sono legate, come osservato, le funzioni esecutive.
La prima preoccupazione che l’accoglimento delle neuroscienze nel diritto penale, e più in particolare nel settore dell’imputabilità, comporta è il possibile ritorno al modello medico-nosografico della malattia mentale, imperante all’epoca dell’emanazione del codice Rocco. Il vecchio paradigma, che spiegava ogni comportamento umano come un problema di fisiologia neuromuscolare e le infermità mentali come malattie del cervello, affondava le sue radici nelle teorie ottocentesche di lombrosiana memoria. In questo scenario al facile riscontro di un disturbo mentale di origini organiche, corrispondeva, con un meccanismo presuntivo, l’assoluta incapacità dell’infermo, la sua pericolosità e la necessità di isolarlo in un manicomio. Il modello medico della malattia mentale è infatti entrato presto in crisi, venendo soppiantato da nuovi paradigmi di tipo psicologico prima e sociologico successivamente, fino da ultimo al riconoscimento di un’origine multifattoriale dei disturbi psichici e all’affermazione di un modello integrato di malattia mentale, che suggerisce un approccio sinergico, circolare e sintetico dei diversi saperi che la fondano.
Nello stesso tempo è stata superata l’idea del binomio indissolubile tra malattia mentale e pericolosità sociale, in quanto la prima non è più considerata una causa speciale della seconda, ma semmai «un qualunque fattore che, interagendo con altri, può esercitare un’efficacia criminogena».
Il timore è che una maggiore considerazione delle neuroscienze nel nostro ordinamento giuridico possa finire per favorire un ritorno ad un modello monofattoriale, di tipo biologico-organico, dell’eziologia dell’infermità con tutte le ricadute che ne potrebbero derivare sul piano delle garanzie individuali. Sennonché, dalle pronunce giurisprudenziali nel diritto penale, una simile preoccupazione può ritenersi eccessiva. Si conferma fin qui la tendenza verso un’applicazione molto prudente, ponderata e discreta delle nuove conoscenze in quanto è sempre stato ribadito che la valutazione comportamentale e clinica può essere integrata, ma non sostituita dall’analisi del cervello attraverso le tecniche di neuroimaging, neuropsicologiche e neuro scientifiche.
Nelle perizie resta ancora fondamentale l’analisi del soggetto basata sulla sua anamnesi, sulle componenti psicologiche e comportamentali, e, anche quando si utilizzano le tecniche di neuroimaging, sono gli stessi specialisti del settore a sottolineare che l’essere umano è un fenomeno troppo complesso per poter essere colto in rigidi schemi e, a richiedere di conseguenza, che si proceda, in ogni caso, alla valutazione della scientificità delle prove, della loro idoneità e ammissibilità, nonché, una volta prodotte, del loro risultato.
Diventa pertanto inammissibile l’esistenza di un determinismo genetico anche rispetto al minore, mentre è plausibile parlare di “vulnerabilità” dell’uomo ai fattori ambientali della raggiunta “maturità”. Anche in questo caso, come già evidenziato per l’accertamento dell’infermità mentale, prevale negli studi più recenti un’attenzione per il c.d. “cervello sociale”. Si deve tener conto e dare rilevanza, oltre che ai fattori prettamente biologici, a quelli sociali, affettivi, culturali, ambientali e alle caratteristiche personologiche del minore. Inoltre, si deve ricordare che la natura tumultuosa dell’adolescenza è fisiologicamente “normale”: è un percorso di accomodamento e adattamento volto al processo dell’adultizzazione.
Tutto ciò considerato, riguardante l’indagine sulla maturità del minore, fa propendere verso una perizia multidisciplinare su base multifattoriale. Non è possibile considerare una valutazione neuropsicologica senza integrarla con la clinica, la valutazione comportamentale, socio-culturale di appartenenza del minore Le tecniche di neuroimaging, neuropsicologiche e neuroscientifiche dovrebbero essere viste come metodologie di approfondimento e di supporto.
Bibliografia di riferimento
Fornari. U. (2018), Trattato di psichiatria forense, Edizioni UTET wolters kluwer
Gulotta G. (2020), Compendio di psicologia giuridico-forense, criminale e investigativa, Giuffrè editore
Collica M.T., “Gli sviluppi delle neuroscienze sul giudizio di imputabilità”, in Diritto penale contemporaneo


