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La rabbia che non sa tollerare il rifiuto
La rabbia che non sa tollerare il rifiuto
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Maria Cristina Passanante, psicologa giuridica e co-ideatrice di Psicologia in Tribunale
C’è una parola che ritorna ogni qualvolta che un fatto di cronaca coinvolge adolescenti e giovani adulti: rabbia.
Una rabbia improvvisa, esplosiva, apparentemente incontrollabile. Ma ogni volta che la nominiamo, come se fosse un fulmine a ciel sereno, rischiamo di perdere la domanda più importante: da dove nasce davvero questa rabbia?
I tragici episodi che coinvolgono giovanissimi, in alcuni casi ragazze uccise — secondo le ricostruzioni — dopo aver rifiutato un approccio, riportano al centro dell’attenzione un nodo delicato e profondamente attuale: la difficoltà crescente, in alcuni giovani, di tollerare la frustrazione e il limite. Non il rifiuto in sé, ma l’impossibilità di reggere emotivamente quel rifiuto.
Viviamo in una cultura che promette accesso immediato a tutto: relazioni, visibilità, conferme. Il “no”, in questo frangente storico, rischia di diventa una ferita narcisistica difficile da metabolizzare. Per chi non possiede strumenti interni adeguati — educazione emotiva, capacità di autoregolazione, esperienze di tolleranza della frustrazione — il rifiuto può trasformarsi rapidamente in umiliazione, e l’umiliazione in aggressività.
Questo non significa giustificare la violenza. Significa comprendere che la violenza non nasce nel momento del gesto, ma molto prima: nelle fragilità non riconosciute, nelle solitudini silenziose, nelle identità costruite su modelli distorti di forza e dominio.
Un elemento che emerge sempre più spesso è la confusione tra desiderio e diritto. Alcuni giovani crescono interiorizzando l’idea che l’interesse romantico debba essere ricambiato, che l’insistenza sia segno di determinazione, che la conquista sia prova di valore personale. Quando la realtà infrange questa narrativa, la frustrazione diventa intollerabile.
A ciò si aggiunge un contesto sociale che amplifica l’intensità emotiva: esposizione continua sui social, confronto costante, percezione di essere giudicati pubblicamente. Ogni rifiuto può sembrare una sconfitta totale, non un’esperienza normale del percorso relazionale. E senza adulti capaci di trasformare queste esperienze in occasioni di crescita, la rabbia resta grezza, senza linguaggio.
C’è poi un altro aspetto inquietante che questi casi portano alla luce: la rapidità con cui la narrazione collettiva cerca un colpevole “altro”, spesso straniero o marginale. La paura e la rabbia sociale trovano bersagli facili, alimentando tensioni e rischiando di generare ulteriori ingiustizie. Anche questo è un segnale di una società che fatica a elaborare il dolore senza trasformarlo in caccia al nemico.
Se vogliamo davvero parlare di rabbia giovanile, dobbiamo smettere di trattarla solo come devianza individuale e iniziare a leggerla come sintomo culturale. I giovani non nascono incapaci di gestire le emozioni: lo diventano quando crescono in ambienti dove le emozioni vengono negate, ridicolizzate o lasciate senza guida.
La prevenzione non passa soltanto dalla repressione, ma dalla costruzione di contesti educativi che insegnino:
- a riconoscere la frustrazione senza viverla come annientamento,
- a distinguere tra desiderio e diritto,
- a trasformare la rabbia in comunicazione e non in azione distruttiva,
- a costruire relazioni fondate sul consenso e sul rispetto dei limiti.
Ogni tragedia ci ricorda una verità scomoda: la rabbia è un’emozione primaria, universale e inevitabile. Non possiamo eliminarla, ma possiamo insegnare a conviverci. Quando una società fallisce nel dare strumenti emotivi ai suoi giovani, quella rabbia cerca altre strade — e a volte trova la violenza.
Parlare di questi eventi con onestà significa anche restituire umanità alle vittime senza trasformare i responsabili in mostri incomprensibili. Perché se li pensiamo come eccezioni assolute, ci rassicuriamo ma non impariamo nulla. Se invece li leggiamo come il punto estremo di dinamiche che attraversano molti contesti giovanili — maschilità fragile, incapacità di accettare il rifiuto, solitudine emotiva — allora possiamo iniziare a cambiare qualcosa.
La domanda finale non è soltanto come punire chi ha commesso un crimine, ma come evitare che altri giovani crescano senza gli strumenti per affrontare un “no” senza sentirsi distrutti.
Perché la rabbia, quando resta senza parole e senza confini, non distrugge solo chi la subisce. Distrugge anche chi non ha mai imparato a comprenderla.


