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L’allarme “maranza”: tra stigma sociale e responsabilità collettiva
L’allarme “maranza”: tra stigma sociale e responsabilità collettiva
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Maria Cristina Passanante, psicologa giuridica e co-ideatrice di Psicologia in Tribunale
Negli ultimi mesi, il termine “maranza” è entrato con forza nel dibattito pubblico, diventando una parola–contenitore capace di evocare, in modo indistinto, disagio giovanile, devianza, criminalità urbana e insicurezza sociale. Come spesso accade in questi casi, l’allarme si è diffuso più rapidamente delle analisi, trasformando un fenomeno complesso in un’etichetta semplificante, utile a generare consenso emotivo ma poco efficace sul piano preventivo e giuridico.
Dal punto di vista della psicologia, il primo rischio è quello dello stigma sociale: un processo attraverso cui un gruppo sociale viene costruito come minaccia simbolica all’ordine pubblico, con conseguente richiesta di risposte repressive immediate. In questa cornice, l’attenzione si sposta dalla comprensione dei comportamenti alla loro demonizzazione, favorendo interventi emergenziali che raramente producono effetti duraturi.
È necessario chiarire un punto fondamentale: non esiste un profilo psicologico o criminologico unitario riconducibile ai cosiddetti “maranza”. Dietro questa definizione si collocano adolescenti e giovani adulti con storie personali, familiari e sociali profondamente diverse. Ridurli a una categoria omogenea significa ignorare i fattori di rischio reali: povertà educativa, marginalità territoriale, fallimenti scolastici, fragilità familiari, assenza di spazi di riconoscimento e di ascolto istituzionale.
In ambito giuridico, l’uso di etichette stigmatizzanti produce effetti concreti e pericolosi. La stigmatizzazione anticipa il giudizio, orienta l’azione delle forze dell’ordine, condiziona le decisioni giudiziarie e rafforza dinamiche di esclusione. Numerosi studi dimostrano che l’identità deviante, quando viene attribuita dall’esterno e interiorizzata, può diventare una profezia che si autoavvera, aumentando la probabilità di recidiva piuttosto che ridurla.
L’allarme sociale, inoltre, tende a confondere comportamenti antisociali, condotte penalmente rilevanti e semplici trasgressioni adolescenziali, alimentando una percezione di insicurezza spesso sproporzionata rispetto ai dati oggettivi. Questo non significa negare l’esistenza di reati o di situazioni di degrado urbano, ma riconoscere che la risposta non può essere esclusivamente securitaria. La repressione, se isolata da interventi educativi e sociali, interviene quando il danno è già avvenuto e raramente incide sulle cause.
La psicologia invita a spostare lo sguardo dalla domanda “chi sono e quanto sono pericolosi?” alla domanda più complessa e scomoda: “quali contesti stiamo producendo?”. L’adolescenza è una fase evolutiva caratterizzata da ricerca identitaria, bisogno di appartenenza e sperimentazione dei limiti. Quando i canali di riconoscimento sociale sono deboli o assenti, il gruppo e la provocazione diventano strumenti di visibilità.
In questo senso, l’abbigliamento, il linguaggio e l’atteggiamento provocatorio spesso associati al fenomeno non sono il problema, ma il linguaggio simbolico di una richiesta in cerca di intelocutore. Ignorare questa dimensione significa rinunciare a qualsiasi intervento realmente preventivo.
Serve quindi una risposta multilivello: investimenti nei servizi territoriali, nella scuola, nella mediazione sociale, nei percorsi di giustizia riparativa, nel lavoro con le famiglie e nei programmi di prevenzione precoce. In ambito penale minorile, è ormai consolidata l’evidenza che gli interventi educativi e responsabilizzanti producono risultati migliori della mera punizione.
Infine, un ruolo cruciale spetta alla comunicazione mediatica. Le parole non sono neutrali: costruiscono realtà, orientano politiche, legittimano pratiche. Parlare di “emergenza maranza” senza distinguere, senza dati e senza analisi contribuisce a rafforzare la frattura sociale, non a ricomporla.
La vera sfida non è “contenere” un gruppo percepito come minaccia, ma ricostruire legami, regole condivise e fiducia istituzionale. Questo richiede tempo, competenze e coraggio politico. Ma è l’unica strada che, dal punto di vista giuridico e psicologico, possa dirsi realmente orientata alla sicurezza e alla giustizia.



