Mettere uno schermo alla paura

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Psicologia

Mettere uno schermo alla paura

Ci sono momenti in cui la paura è troppo grande per essere guardata in faccia. Quando irrompe all’improvviso, quando spezza la continuità della vita quotidiana, il corpo e la mente cercano riparo come possono. Non sempre nella fuga. Non sempre nell’azione efficace. A volte nella distanza.

Mettere uno schermo davanti agli occhi, in certe situazioni traumatiche, non è un gesto di superficialità. È un tentativo estremo di difesa.

Davanti a un pericolo improvviso, il cervello non ragiona: reagisce. E non reagisce sempre nel modo che immaginiamo quando siamo al sicuro. Può negare, può bloccarsi, può dissociarsi, può cercare un’illusione di controllo. In quei secondi la mente fa quello che sa fare meglio per sopravvivere psichicamente, anche quando questo non coincide con la strategia più efficace per sopravvivere fisicamente.

Lo schermo, allora, diventa una barriera sottile. Trasforma l’evento in qualcosa che sembra osservabile, contenibile, quasi irreale. Riduce l’impatto emotivo, come se ciò che sta accadendo fosse leggermente spostato altrove. Non perché non faccia paura, ma proprio perché ne fa troppa.

Da un punto di vista psicologico, quando l’esperienza supera la soglia di tollerabilità, la mente cerca una mediazione. Il telefono può diventare quella mediazione. Non un atto comunicativo, non un messaggio, ma un contenitore. Un modo per dire a se stessi: “Sto guardando, quindi non sta capitando a me”.

Fermarsi non significa scegliere di non scappare. Significa che, per qualche secondo, il sistema di allarme interno non suona come si immagina dovrebbe perché sceglie di proteggere la mente, piuttosto che il corpo. L’allarme viene coperto dal silenzio del freezing, quella paralisi che non ha nulla di volontario e di eroico: è un meccanismo di protezione ancestrale, quello della gazzella di fronte al leone.

C’è poi il gruppo. In situazioni di emergenza improvvisa, l’essere umano cerca di decifrare i segnali che vengono dall’esterno, dagli altri. Se nessuno corre, il pericolo sembra meno urgente. Se nessuno urla, la minaccia viene ridimensionata. Non è irresponsabilità: è un antico meccanismo di regolazione collettiva che, in contesti sbagliati, può diventare una trappola.

Tutto questo non ha nulla a che fare con il coraggio o la vigliaccheria. E non ha nulla a che fare con una presunta colpa generazionale. I ragazzi non “se la cercano”. Le vittime non sbagliano. Quando un luogo diventa pericoloso, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi aveva il dovere di impedire che quel pericolo esistesse. Dirlo è necessario, senza ambiguità.

Comprendere i meccanismi psicologici non sposta di un millimetro le responsabilità strutturali. Non attenua i doveri di chi gestisce, controlla, autorizza. Non trasforma l’analisi in un alibi. La sicurezza non è un dettaglio burocratico: è prevenzione concreta, gestione reale del rischio, scelta etica continua.

Ma se vogliamo capire — e non solo giudicare — dobbiamo accettare una verità scomoda: in condizioni estreme l’essere umano non funziona come vorremmo che funzionasse. E il gesto di filmare può essere, in alcuni casi, un modo per non essere completamente travolti dall’orrore.

Mettere uno schermo alla paura non è volerla spettacolarizzare. È tentare di renderla sopportabile.

Il problema in sé non è il fatto che qualcuno riprenda qualcosa di imprevisto che sta avvenendo. Il problema è quando l’allarme interno non viene riconosciuto in tempo, quando la calma apparente inganna, quando l’ambiente non è pensato per proteggere chi lo attraversa. Perché il fuoco non aspetta. E le emergenze, se non vengono percepite come tali, non concedono margini.

Per questo non basta dire “Scappate!”. Serve insegnare a riconoscere il pericolo prima che sia evidente, a sapere che quando qualcosa brucia non è mai un evento graduale. 

E serve anche un’altra cosa, forse la più difficile: smettere di usare la fragilità umana come capro espiatorio per non guardare le responsabilità di sistema. Perché è sempre più facile interrogare il comportamento di chi resta intrappolato che quello di chi doveva garantire che nessuno potesse esserlo.

In fondo, quello che vediamo in certe immagini non è una mutazione antropologica. È la sovrapposizione tra meccanismi umani antichi e tecnologia che non ci rende immuni dal pericolo.

Riconoscerlo non assolve. Ma restituisce umanità, e forse anche la possibilità di prevenire davvero.

Senza colpevolizzare.
Senza moralismi.
E senza dimenticare che, quando la paura è troppa, anche uno schermo può diventare un rifugio.
Fragile.
Illusorio.

Corso Live e On Demand
Data della Live: Live Giovedì, 29 Gennaio 2026 – ore 15:00-19:30
Psicologo esperto ausiliario della Polizia Giudiziaria (PG) in fase di indagini preliminari | Live 29 Gennaio 2026 – ore 15:00-19:30
4,5 ore di formazione

La fase investigativa costituisce il momento più delicato dell’intero procedimento penale: l’avvio di ogni iter giudiziario richiede un approccio metodico, accurato e rispettoso delle norme di tutela dei soggetti coinvolti. Il primo e fondamentale passo in questa direzione è costituito dall’ascolto della vittima o del testimone attraverso la raccolta delle Sommarie Informazioni Testimoniali (S.I.T.), ossia la verbalizzazione delle dichiarazioni rese dai soggetti informati sui fatti. 

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