Quando il trauma diventa danno?

portale Articoli (1)
Psicologia Giuridica

Quando il trauma diventa danno?

𝐒𝐢𝐥𝐯𝐢𝐚 𝐆𝐚𝐫𝐨𝐳𝐳𝐨, psicologa giuridico forense, psicoterapeuta, esperta della Rete di Psicologia in Tribunale.

Un evento traumatico può segnare profondamente la vita di una persona. Tuttavia, non ogni esperienza dolorosa dà automaticamente diritto a un risarcimento. In ambito giuridico-forense, la domanda cruciale è: quando il trauma psicologico si trasforma in un danno psichico risarcibile? E soprattutto: come può lo psicologo giuridico dimostrare il nesso causale richiesto dal giudice?

Questo articolo esplora il passaggio dal vissuto traumatico alla patologia psichica documentabile, con particolare attenzione alle metodologie peritali, alla diagnosi differenziale e agli orientamenti giurisprudenziali più recenti. Un tema centrale per CTU, CTP e professionisti del diritto.

Trauma psicologico: definizioni cliniche e forensi

Non ogni sofferenza può essere definita “trauma” in senso clinico. In psicopatologia, il trauma psicologico implica un evento che eccede le normali capacità adattive della persona: incidenti gravi, aggressioni, lutti traumatici, violenze, catastrofi.

Il DSM-5-TR (Manuale diagnostico dei Disturbi Mentali) definisce criteri specifici per il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), tra cui intrusioni mnestiche, evitamento persistente, iperattivazione e alterazioni cognitive ed emotive, con durata superiore a un mese.

In ambito giuridico, il concetto si restringe ulteriormente. La giurisprudenza (Cass. Sez. Un. 3677/2021) distingue infatti il “trauma quotidiano” – come licenziamenti o conflitti familiari – dagli eventi realmente lesivi, capaci di determinare una menomazione psichica stabile e misurabile. Non è sufficiente soffrire: è necessario dimostrare una compromissione concreta del funzionamento lavorativo, relazionale e dell’autonomia personale.

Dal sintomo al danno: quando il trauma diventa risarcibile

Il passaggio decisivo è quello dalla sofferenza reattiva al danno biologico di natura psichica. Le linee guida AIPG/OPL chiariscono che stress transitorio, tristezza o disagio emotivo non costituiscono danno risarcibile.

È invece necessaria la presenza di una patologia psichica strutturata, come depressione maggiore, disturbo d’ansia cronico o PTSD complesso, capace di alterare in modo permanente il funzionamento mentale e relazionale.

La casistica forense offre esempi paradigmatici:

  • un mobbing prolungato che evolve in disturbo dell’adattamento con evitamento sociale;
  • uno stalking che genera fobie invalidanti;
  • un incidente stradale che precipita in panico con agorafobia.

In questi casi, lo psicologo forense è chiamato a quantificare la menomazione, esprimendola in percentuali di invalidità (lieve, media, grave), con riferimento all’impatto su relazioni, lavoro e autonomia.

Il danno esistenziale si aggiunge quando il trauma interrompe progetti di vita: carriera, relazioni, genitorialità, qualità della vita. La giurisprudenza più recente conferma una lettura olistica del pregiudizio, che considera la persona nella sua globalità.

Dimostrare il nesso causale: il cuore della perizia forense

La domanda che il Giudice pone al Consulente incaricato è più o meno sempre la stessa: “L’evento ha causato il disturbo?”

Lo psicologo risponde attraverso un metodo scientifico basato sul criterio del “più probabile che non” (superiorità del 51%). La costruzione del nesso causale richiede una catena argomentativa rigorosa.

Ricostruzione cronologica e funzionamento pre-evento

La valutazione inizia con una ricostruzione temporale precisa: lo psicologo indaga e cerca di determinare il funzionamento psicologico nei 12-24 mesi precedenti all’evento, lo stato di salute mentale, la storia clinica e lavorativa del soggetto. Studia a tal fine la documentazione sanitaria, ascolta e legge le testimonianze e analizza le valutazioni pregresse. Tutto questo consente di definire il punto di partenza pre-traumatico.

Successivamente si analizza l’evoluzione post-evento, individuando l’esordio dei sintomi. La contiguità temporale tra evento e sintomatologia rafforza l’ipotesi causale.

Diagnosi differenziale: cause, concause e vulnerabilità

Una delle competenze più sofisticate dello psicologo forense è la diagnosi differenziale, necessaria per distinguere:

  • Preesistenze vulneranti, e cioè delle vulnerabilità precedenti, della persona sulle quali l’evento traumatico si è andato ad aggiungere e che che modulano ma non escludono la causalità;
  • Concause multiple, che richiedono una ripartizione percentuale del contributo eziologico; se si individua più di un evento che ha causato il danno, cioè, è necessario distinguere con che percentuale l’uno o l’altro hanno influito sullo stato del soggetto dopo gli eventi.
  • Patologie endogene, da differenziare dai disturbi reattivi; si vanno ad escludere per esempio patologie genetiche, o psichiatriche già diagnosticate precedentemente e che potrebbero essere alla base dei sintomi riportati attualmente dal soggetto.
  • Simulazione o amplificazione, identificabile tramite incongruenze cliniche e scale di validità testistiche, per escludere tentativi di truffa e di mistificazione.

La batteria di test a cui lo psicologo sottopone la persona (alcuni test usati per es. possono essere MMPI-2-RF, Rorschach, STAI, SCL-90, IES-R) consente una oggettivazione della sintomatologia e dei meccanismi di difesa.

Il criterio della “condicio sine qua non”

Perché il nesso tra trauma e danno psichico sia riconosciuto, l’evento traumatico deve essere necessario e determinante per l’insorgenza del disturbo.

Se il disturbo sarebbe insorto comunque per fattori endogeni, la causalità si indebolisce. Se invece l’evento ha innescato una cascata patologica senza la quale il disturbo non si sarebbe manifestato, la causalità è considerata solida.

Il contributo specialistico dello psicologo forense

A differenza del medico legale, che certifica la presenza dei sintomi, lo psicologo giuridico spiega il perché di quei sintomi.

La valutazione finale deve integrare dati qualitativi (contenuto emotivo, evitamenti, sogni intrusivi) e quantitativi (i risultati dei test), oltre a una proiezione prognostica sulla cronicizzazione del disturbo. Lo psicologo fa quindi una previsione su quanto il disturbo individuato danneggerà il soggetto anche nel futuro.

Spesso lo psicologo non lavora da solo ma in un collegio peritale e questo garantisce ulteriormente la precisione del lavoro di valutazione e refertazione. Lo psicologo può comunque dimostrare che una lesione (un danno appunto) è puramente psichica ma clinicamente e giuridicamente reale, anche in assenza di evidenze neurologiche.

Trauma complesso e vulnerabilità individuali

I casi più complessi riguardano traumi cumulativi e cronici, come abusi ripetuti o violenza domestica. In questi contesti, le vulnerabilità individuali (attaccamento insicuro, traumi infantili, bassa resilienza) modulano la gravità del danno e complicano l’attività peritale.

Le linee guida raccomandano un approccio dimensionale, con valutazione delle funzioni compromesse (vengono valutate per es. concentrazione, empatia, regolazione emotiva). La quantificazione deve essere personalizzata: lo stesso PTSD può avere significati funzionali molto diversi a seconda del ruolo professionale e del contesto di vita. Viene valutato cioè l’impatto che quel disturbo avrà sulla vita lavorativa, sociale, emotiva e relazionale della persona.

La relazione peritale: dalla teoria al risarcimento

La relazione finale che lo psicologo presenta al giudice si deve articolare in modo molto chiaro e comprenderà una descrizione documentata dell’evento; il quadro diagnostico ed eventuali comorbidità; il nesso eziologico con percentuali di danno e concause; la prognosi e la quantificazione dell’invalidità permanente; infine la valutazione del danno esistenziale.

Un esempio di conclusione sul danno può essere: “PTSD complesso da mobbing con probabilità causale del 51%, invalidità permanente del 25%, danno esistenziale quantificato in €35.000 per interruzione della carriera professionale”.

Le più recenti pronunce della Cassazione richiedono sempre maggiore scientificità e trasparenza metodologica nelle valutazioni del danno.

Per concludere possiamo dire che dimostrare il passaggio dal trauma al danno psichico richiede rigore scientifico e sensibilità clinica. Solo così la giustizia può riconoscere una dimensione spesso invisibile, ma profondamente devastante: il dolore psicologico.

Lascia qui un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *