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    Gravi cerebrolesioni acquisite: la valutazione del danno psichico

    Iscrizione: Abbonamento PremiumDaniela Ajovalasit Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa e neuropsicologa forense Tra le gravi cerebrolesioni acquisite (GCA) un’incidenza elevata è rappresentata dal trauma cranico (TC) che in Italia si attesta su una percentuale, secondo dati recenti, del 44.4%. Il TC è un’alterazione, temporanea o permanente, della funzione e/o della struttura cerebrale causata da una sollecitazione esterna come un impatto contro un oggetto, contro una superficie o una rapida accelerazione o decelerazione durante un incidente stradale. Le cause più comuni comprendono pertanto incidenti stradali, cadute accidentali, traumi sportivi, aggressioni o lesioni da arma da fuoco. La natura traumatica e accidentale del TC e l’ampia diffusione del fenomeno permette facilmente di comprendere come tale argomento sia di interesse per lo psicologo forense, specialmente in caso di sequele post traumatiche e di valutazione del danno neurologico, cognitivo e psichico.  Il TC, infatti, può causare sintomi fisici, cognitivi, sociali, emozionali e comportamentali estremamente vari e di severità variabile in funzione della gravità del trauma, dell’età e dello stato di salute generale del paziente. Un trauma cerebrale può determinare una commozione cerebrale (trauma cranico commotivo) e nei casi più gravi può portare al coma o alla morte della persona. Un trauma cranico è lieve in circa il 90% dei casi, mentre è grave nel restante 10% dei casi. La prognosi di un trauma cranico può variare da un recupero rapido e completo, se il colpo ricevuto è di lieve entità, ad una disabilità permanente, quando il danno cerebrale è irreversibile. Un danno cerebrale infatti non soltanto può compromettere il funzionamento cognitivo della persona, ma ha, come già detto, un impatto estremamente grave sulla vita della persona che ne è affetta e dei suoi familiari.  La letteratura inoltre riporta come anche in presenza di TC lieve o moderato si possano presentare sequele cognitive non immediatamente riscontrabili agli esami strumentali e/o alla osservazione clinica del sanitario di emergenza, ma che condizionano la vita del paziente nella fase post acuta a medio e lungo termine. Nella valutazione del TC intervengono diverse figure al fine di agire tempestivamente sulla presa in carico del paziente e ridurre così i rischi di una prognosi sfavorevole. La valutazione del TC viene eseguita mediante analisi strumentali diagnostiche (TaC, Risonanza Magnetica Nucleare e Elettroencefalogramma), valutazione neurologica e mediate valutazione neuropsicologica; quest’ultima consente di valutare in prima istanza gli esiti delle lesioni e gli effetti sul funzionamento cognitivo e successivamente determinare quale percorso di training cognitivo sia possibile mettere in campo per recuperare o migliorare le prestazioni cognitive deficitarie. Poiché le manifestazioni cliniche del TC dipendono anche dal momento in cui viene effettuata la valutazione, è estremamente importante capire in quale fase si stia effettuando la valutazione del danno cerebrale e quale percorso il soggetto ha fatto dal momento dell’incidente al momento della valutazione. Questa precisazione è importante perché, a differenza di altre lesioni, i danni cerebrali, pur essendo irreversibili, grazie ad interventi tempestivi di natura sanitaria e cognitiva possono consentire un cambiamento sostanziale del quadro e condizionare le sequele post traumatiche. La possibilità di recupero dipende inoltre dall’età del soggetto, dalla compliance ai trattamenti, dalla soggettiva plasticità neuronale e dalla compresenza di altre patologie organiche e/o psichiche.  Questa breve disamina permette di comprendere quanto la valutazione di un danno cerebrale acuto sia di grande complessità. Essa risulta ancora più complessa se si riflette sul complesso sistema di determinazione del danno psichico e biologico che di per sé rappresenta un ambito per lo psicologo forense piuttosto complesso. Pur essendo più agevole comprendere gli effetti immediati del trauma, non è così semplice comprendere quali conseguenze il TC abbia avuto a livello personale, sociale, psicologico sul medio e lungo termine, per cui è necessario una consolidata esperienza nel campo ed una stretta collaborazione con il personale medico. Come è noto, il danno psichico, considerato una delle forme di possibile danno biologico, è dato da una lesione, permanente o temporanea, dell’integrità psichica o fisica di una persona, un bene garantito dalla nostra Costituzione. Esso è un danno non patrimoniale che consegue ad una lesione fisica o psichica, che può compromettere –  in modo temporaneo o permanente – quelle che sono le attività vitali di una persona. Più il danno è complesso ed ha delle conseguenze sulla vita della persona, più la giurisprudenza considera variegato e complesso il calcolo del danno, perché intervengono anche altre tipologie di danno come quello esistenziale dal momento che in certi casi la gravità del TC induce cambiamenti stabili della personalità. Questo breve scritto ha avuto lo scopo di fornire al lettore una breve idea di quanto sia complesso l’ambito di intervento dello psicologo, meglio se neuropsicologo, forense nella valutazione del danno biologico (e pertanto psichico) di eventi gravi come quelli descritti.  Si vuole anche in questa circostanza partecipare alla “Settimana mondiale del Cervello” che ricorre proprio in questi giorni per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione e la lotta alle numerose malattie neurologiche fornendo, al contempo, informazioni sui principali progressi raggiunti dalla ricerca scientifica. Daniela Ajovalasit Psicologo Clinico, Psicoterapeuta,  Specialista in Psicologa Giuridica e Forense, psicodiagnosi e Neuropsicologia. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, sezione A, n. 15429. Iscritta all’Albo dei Consulenti Tecnici/Periti del Tribunale Ordinario di Palermo. Giudice Onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Palermo.

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    Salute mentale, l’importanza di una cultura inclusiva e non stigmatizzante

    Iscrizione: Abbonamento Premium di Daniela AjovalasitPsicologo Clinico, Psicoterapeuta, Specialista in Psicologa Giuridica e Forense, psicodiagnosi e Neuropsicologia Il 10  ottobre si celebra la Giornata internazionale della salute mentale e il 13 e il 14 proprio in Italia è in programma il Global Mental Health Summit che, come è possibile leggere dal programma, ha l’obiettivo “in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, di sviluppare l’ambizioso piano di azione tracciato a Londra nel 2018, incrementando la consapevolezza e l’impegno in tema di salute mentale sia a livello politico che nella società civile. La salute mentale è una componente essenziale della capacità di resilienza delle comunità, ed è quindi fondamentale attuare politiche nazionali che promuovano sistemi di salute mentale inclusivi, efficaci e a tutela dei diritti” Questo evento internazionale rappresenta una importante iniziativa sanitaria e politica non solo di promozione di una presa in carico sempre maggiore delle persone affette da malattia mentale, ma spinge verso un’ottica comunitaria: la malattia mentale non è un fatto che riguarda una categoria di persona, ma bensì una questione che riguarda la comunità e la popolazione tutta soprattutto per il carico assistenziale che deriva dalla cura e dalla presa in carico della persona. L’idea che la salute sia legata al contesto di vita è proposto dall’OMS ormai da decenni. La salute rappresenta un concetto ampio che non può e non deve riguardare solo elementi di natura sanitaria. D’altronde anche le esigenze sociali connesse al miglioramento delle condizioni di vita delle persone, lo stesso allungamento della vita e le cure sempre più puntuali spingono a progettare interventi nuovi politicamente e socialmente su programmazioni a lungo termine. Il programma in particolare si centra sulla trattazione di temi inerenti importanti categorie come i Bambini e adolescenti e sulle emergenze maggiori che si centrano non soltanto sulla cura ma anche sulla riabilitazione e integrazione nella società e nel mondo del lavoro. “I temi principali del Summit, concepiti all’interno di una cornice che mette in risalto l’importanza dei diritti umani e della dignità delle persone affette da disturbi mentali, sono la centralità dell’approccio comunitario alla salute mentale e il coinvolgimento dei diretti interessati e delle loro famiglie nel processo di cura e recupero psicosociale” Il summit peraltro cade nella stessa settimana in cui si festeggia la Giornata della Psicologia, evento che da anni promuove l’idea di salute e benessere mentale diffondendo una cultura nuova, informata, inclusiva e non stigmatizzante la salute mentale nelle sue diverse forme e espressioni. Queste iniziative appaiono ancora più pregnanti e rilevanti soprattutto alla luce della grave crisi sociale nel quale dopo la Pandemia il mondo versa e nella quale ci troviamo attualmente a seguito della instabile situazione politica dell’Europa per la guerra tra Russia e Ucraina. Questi eventi rappresentano gravi momenti politici e sociali e colpiscono soprattutto quelle categorie di persone fragili tra cui le persone affette da malattia mentale, gli anziani, i giovani. È necessario promuovere fortemente una cultura del benessere e della cura, dell’integrazione e del recupero lavorativo, personale e sociale di queste persone. La strada è lunga ma il percorso è già in atto!

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