Il reato di violenza assistita, cos’è e come viene punito?

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Psicologia Giuridica

Il reato di violenza assistita, cos’è e come viene punito?

Strana combinazione di parole “violenza assistita”, eppure, da circa una decina di anni è entrata a pieno titolo tra i reati puniti per legge.
Ma cos’è la violenza assistita? Quando è configurabile questo reato? Cercheremo di comprenderlo insieme.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità la inquadra tra le forme gravi di maltrattamento. Per violenza assistita si intende una tipologia di violenza indiretta, nella quale la vittima è, suo malgrado, spettatrice di isolati o ripetuti maltrattamenti perpetrati nei confronti di una persona cara o di un animale d’affezione. La violenza assistita ha luogo principalmente nell’ambiente intrafamiliare e coinvolge soggetti in età minorile.

Il CISMAI, Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia, sostiene che si possa parlare di violenza assistita quando “i bambini sono spettatori di qualsiasi forma di maltrattamento espresso attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte e minori”.

In molti contesti familiari, i minori sono esposti e diventano testimoni di violenze o maltrattamenti, quando questi vengano messi in atto in loro presenza. In altre circostanze, possono venirne a conoscenza indirettamente, quando qualcuno, in maniera volontaria o inconsapevolmente, li informa riguardo l’accaduto. Analogamente, possono dedurlo dalla tristezza, dal terrore, dall’angoscia o dalla tensione costante che accompagna lo stato d’animo della vittima o, più semplicemente, da lividi, ferite, pianto, oggetti e vestiti rotti e strappati.

Da tanto tempo, in ambito psicologico, si sa per certo che essere testimone di violenze determina condizioni analoghe alle esperienze traumatiche. Ciononostante, questo tipo di maltrattamento subito nell’ambiente domestico da bambini e adolescenti è ancora oggi poco riconosciuto e sottovalutato.

Quando un minore è sottoposto a violenza assistita è altamente probabile che subisca anche altri tipi di maltrattamento come trascuratezza, maltrattamento fisico, abuso sessuale.

La tutela dei minori come parte offesa

Il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119, “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”, ha introdotto, attraverso l’articolo 61, n. 11 quinquies, del Codice Penale, un’aggravante per tutti i delitti dolosi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale e per il reato di maltrattamenti in famiglia, quando il fatto sia stato commesso in presenza o in danno di un minore o in danno di una donna in gravidanza. Analogamente, anche la Legge n. 69 del 2019, “disposizioni in tema di violenza domestica e di genere”, ha qualificato il minore vittima di violenza assistita quale persona offesa del reato con riferimento all’articolo 572 sempre del Codice Penale.

I numeri di un fenomeno in crescita

A mettere in atto comportamenti violenti sono i partner di donne spesso incapaci di abbandonare relazioni disfunzionali per motivi socio-culturali. Nelle famiglie nelle quali si perpetra violenza intrafamiliare la percentuale di figli che hanno assistito a episodi di violenza e maltrattamenti sulla propria madre è pari al 65,2% (fonte Istat, dati relativi al 2014). 

Il periodo che stiamo attraversando, quello della pandemia da Covid-19, come è noto, costringendo adulti e bambini a trascorrere maggior tempo dentro le mura domestiche, ha aumentato la conflittualità e la violenza intrafamiliare in quelle famiglie dove era già presente. 

Tantissimi sono i bambini e gli adolescenti vittime di questa silenziosa violenza che, pur non lasciando su di loro segni fisici evidenti, determina nella maggior parte dei casi conseguenze gravissime sulla loro crescita come ritardi nello sviluppo psicofisico, ansia, perdita di autostima, depressione, sensi di colpa, incapacità di socializzare, aggressività, autolesionismo. 

Quali sono gli effetti psicologici della violenza assistita sul bambino? 

I traumi da sviluppo stanno riscuotendo l’interesse di molti studiosi dell’ambito psicologico/psichiatrico perché, se non curati, portano a condizioni di disagio molto gravi anche nell’età adulta, come il Disturbo Post Traumatico da Stress Complesso.

Come abbiamo detto, gli effetti della violenza assistita sui minori, bambini e adolescenti, sono numerosi e preoccupanti, e si determinano a causa della paura costante vissuta dentro le mura domestiche, dei sensi di colpa sperimentati per l’impotenza, l’impossibilità di reagire e a cambiare lo stato delle cose, ma anche per sentimenti di rabbia e tristezza che alterano in negativo inesorabilmente l’esperienza di vita del bambino, prima, e dell’adulto, poi. 

I minori testimoni di violenza sono sempre in stato di allerta, aspettando e temendo costantemente che si verifichi il prossimo evento nefasto. Non avendo la possibilità di prevedere i tempi in cui la situazione maltrattante si verificherà nuovamente, non si sentono mai al sicuro, tendono a preoccuparsi per se stessi, per il genitore vittimizzato, per le sorelle e i fratelli. Vivono sentimenti di rabbia verso l’abusante ma non sono teneri neanche con il genitore abusato, colpevole, nella loro convinzione, di non essere in grado di prevenire la violenza. Inoltre, si sentono spesso responsabili degli scontri fra i genitori. Nella stragrande maggioranza dei casi, poi, sono tenuti a mantenere il segreto di famiglia, cosa che incide pesantemente sul loro equilibrio psichico. Sempre alla ricerca di attenzione, affetto, approvazione, percepiscono se stessi come isolati e vulnerabili, abbandonati fisicamente ed emotivamente. 

L’elenco dei disturbi, espressione del disagio vissuto, che il bambino e l’adolescente può manifestare è infinito e vanno da quelli che coinvolgono il corpo in prima istanza, soprattutto nei bambini più piccoli, a quelli cognitivi e comportamentali.

Deficit nella crescita, deficit visivi, ritardi nello sviluppo psicomotorio, mal di testa, mal di stomaco, enuresi, problemi di autostima, ritardi e anomalie sulle competenze intellettive, sviluppo disorganizzato delle capacità empatiche, deficit di attenzione, iperattività, ansia, insicurezza, vulnerabilità, senso di abbandono, impulsività, aggressività, bullismo, mancanza di fiducia, umiliazione, odio, difficoltà di concentrazione, isolamento, alienazione, perdita di autonomia del pensiero, depressione, disturbi del sonno, disordini alimentari, disturbo da stress post traumatico, abuso di alcol e sostanze stupefacenti, delinquenza giovanile, fughe da casa, autolesionismo, condotte suicidarie, difficoltà a socializzare, stringere e mantenere rapporti con coetanei e adulti.

Come si insegna la violenza da una generazione all’altra?

Crescendo in un clima di violenza, numerosi bambini, e soprattutto adolescenti e giovani uomini, si alleano inconsapevolmente con il padre violento, imparando a non avere rispetto per la vittima, sia essa la madre impotente e debole, le altre donne di famiglia, tutte le donne, in generale. 

La violenza si apprende in famiglia, in quella violenta, ovviamente, come automatismo, a causa del fatto che impariamo tutto attraverso i modelli di comportamento che sperimentiamo, per imitazione e per identificazione con colui che, in primis, ci fa paura: il padre violento!

La mancanza di rispetto per le donne si apprende, non è innata né spontanea. Il futuro uomo apprende dal proprio padre che la violenza e la prevaricazione sono virili ed efficaci. È per questo che, a loro volta, possono nel corso della loro vita maltrattare la propria compagna. 

Molte donne, dal canto loro, essendo cresciute in famiglie violente, maltrattanti e abusanti, crescono con la convinzione profonda che minacce e violenze in una relazione siano la normalità.

Il genitore che compie violenza intrafamiliare cui i figli assistono può essere condannato con la sospensione della responsabilità genitoriale?

Una recente e importante sentenza della Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, la n. 34504 del 2020, ha chiarito che il reato di maltrattamenti in famiglia ai danni dei figli è configurabile anche se solo li coinvolge indirettamente.

La violenza assistita costituisce un’aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia (ex art. 572), se chi commette abuso maltratta ripetutamente il coniuge o il convivente davanti ai figli, non quando le vessazioni sono occasionali.

Il ruolo dello psicologo forense nell’ascolto protetto del minore

Al fine di fornire ai magistrati informazioni utili al raggiungimento del loro convincimento e per evitare “falsi positivi”, il consulente tecnico psicologo deve attenersi alle linee guida nazionali e internazionali per l’ascolto protetto, la tutela dei diritti e del benessere dei testimoni minorenni, garantendo il rispetto del giusto processo e del contraddittorio tra le parti.

Si potrebbe correre il rischio, come spesso accade, di amplificare il rischio di vittimizzazione secondaria della presunta vittima, dando vita ad importanti e clamorosi errori.

Nelle aule dei tribunali, poi, può capitare che argomentazioni valide, competenti e scientificamente fondate dei consulenti, non vengano recepite dai professionisti dell’ambito legale, poiché lontane dalle loro credenze soggettive e di senso comune.

Il magistrato, maturata la propria condizione, a seguito della consulenza tecnica d’ufficio, può infatti disporre l’allontanamento del genitore abusante dalla casa di famiglia e la decadenza della responsabilità genitoriale. Può anche richiedere l’intervento dei servizi sociali o dei centri antiviolenza che si occupano ed accolgono donne e minori vittime di maltrattamenti ed abusi.

Per proteggere al meglio questi bambini vittime di violenza assistita, è essenziale intervenire tempestivamente. È importante, inoltre, che le istituzioni competenti mettano in campo misure di protezione, prendendo in carico il minore, senza attendere le lungaggini burocratiche e la conclusione degli iter processuali.

Comments (2)

  1. Stefano

    Si cita la patria potestà, non è corretto scrivere responsabilità genitoriale? Molte persone continuano ad usare il termine patria potestà, termine che, a quanto mi risulta, è particolarmente errato facendo riferimento a contesti culturali ormai superati, a fronte di una maggiore inclusività del termine responsabilità genitoriale

  2. Pierre Tordjman

    Nella maggioranza dei casi sono i padri a commettere le violenze, è una triste evidenza, ma in alcuni casi più rari sono le madri a minacciare e a commettere violenze davanti ai figli, pensando che sono la loro proprietà. È una violenza molto meno comune ma non bisogna dare per scontato che il genitore abusante sia il padre che in tanti casi non può vedere i figli e viene minacciato e respinto dai figli. Come studiato dall’Associazione italiana di psicologia giuridica.

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