Il dolore dell’esilio: la casa perduta e il disorientamento nostalgico del profugo

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Psicologia

Il dolore dell’esilio: la casa perduta e il disorientamento nostalgico del profugo

Stefania Tucci, psicologa , psicoterapeuta, divulgatrice scientifica, co-founder, membro del CTS e responsabile della divulgazione di Psicologia in Tribunale.
“Casa” è un posto dove, quando devi andarci,
Devono accoglierti.
Lo chiamerei
Qualcosa che comunque non devi meritarti
(R. Frost, La morte del prezzolato, 1955)
Essere a casa significa sentirsi integri a livello psichico, avere un posto nel mondo. Come sostengono studiosi di varie discipline, la casa è la concretizzazione dell’idea inconscia di origine, terra, fondamenta. In inglese, per esempio, la parola Home condensa più significati: casa, residenza, focolare domestico, famiglia, patria. Originariamente questo termine, infatti, non si limitava ad indicare l’abitazione personale o la dimora di una famiglia, esprimeva anche una connotazione collettiva. Allo stesso tempo, la casa non è soltanto e semplicemente il luogo fisico, ma tutto l’insieme di sentimenti ad essa associati.
A livello intrapsichico, perciò, la casa e quello che dentro di essa viviamo fin dalla nostra infanzia – come il sentimento di appartenenza, l’amore, il conflitto, la distanza e la vicinanza – sono all’origine dello strutturarsi della vita psichica, rendendo possibile il senso di coerenza e continuità del sé che contraddistingue la salute mentale. In sostanza, la casa e ciò che rappresenta per ognuno di noi è in grado di fornire quello spazio profondo, essenziale nelle nostre vite, all’interno del quale possono essere contenuti e tenuti insieme tutti gli opposti e le contraddizioni, fornendoci un fondamentale senso di sicurezza. Nel corso della nostra vita, qualche volta per ritrovarci dobbiamo andarcene, qualche altra, ritornare.
Ma cosa succede quando siamo costretti ad andarcene nostro malgrado perché la nostra casa è stata distrutta e la nostra vita spezzata da guerre e calamità?
Cosa accade nella vita delle persone quando improvvisamente sono spinte ad abbandonare la propria terra e si trovano a vivere una condizione di profugo o di rifugiato?

Lo psicologo Renos K. Papadopoulos descrive la condizione del profugo e del rifugiato con l’espressione “disorientamento nostalgico”, intendendo con ciò sottolineare tutto quello che la perdita della casa comporta. La parola nostalgia etimologicamente deriva dal termine greco nostos, “ritornare a casa”, e da algos, “dolore, pena”, andando ad indicare perciò quella ferita, quel dolore, quello star male, quella sofferenza che una persona sperimenta nel desiderio di tornare a casa. E’ così che profughi e rifugiati vivono l’assenza della casa, nel senso esteso in cui lo stiamo descrivendo, come “una lacuna che li fa sentire non contenuti, e allora si guardano intorno per colmarla, per riparare la perdita, per ricreare la membrana protettiva e contenitrice” (p. 41) che è venuta loro meno.

Come non pensare alle immagini che ci giungono ogni giorno da Gaza o dall’Ucraina, e anche dalle infinite altre guerre che incendiano il pianeta terra? A quei bambini, giovani, donne, anziani, che vagano da una parte all’altra, spinti dal terrore e dalla necessità. Come non pensare che oltre la casa e la terra, i profughi e i rifugiati hanno anche da affrontare la perdita di un mondo di relazioni che non esiste più e non potrà più tornare ad essere come l’hanno conosciuto? 
Spesso si sottovaluta nelle nostre società, trincerate nelle proprie certezze, il portato di questo “disorientamento nostalgico”. Ciononostante, nel fornire aiuto e sostegno, non dobbiamo trascurare che quelle stesse persone che vagano disorientate non hanno perso e non devono perdere il proprio senso di autoefficacia e la propria capacità di far fronte al dolore e alla ricostruzione.
Nella condizione estrema dell’esilio forzato, infatti, possono emergere risorse insospettate. La psiche, ferita ma non distrutta, può trovare nuove forme di contenimento, spesso attraverso relazioni significative, simboli familiari, nuove appartenenze. È proprio nella possibilità di ricostruire un “luogo interno” che si gioca la possibilità di non essere definitivamente spezzati. Avendo perduto tutto il proprio passato, anche un piccolo oggetto, un ricordo tenuto con sé attraverso le strade del mondo può diventare il simbolo di una continuità che consente loro di mantenere la propria integrità psichica.
Il profugo, il rifugiato, l’esule è colui che, come sosteneva Edward Said, è in  grado di vedere “il mondo sempre in una doppia prospettiva, lo sguardo rivolto a ciò che si è lasciato alle spalle e a ciò che è lì presente”.

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