Figlicidio paterno: cause, fattori psicopatologici e dinamiche familiari

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Psicologia Giuridica

Figlicidio paterno: cause, fattori psicopatologici e dinamiche familiari

Aurora Arcese,  psicologa con competenze nell’età evolutiva, frequenta un Master di II livello in Psicologia Giuridica, collabora con la redazione di Psicologia in Tribunale.

Un padre che uccide il proprio figlio mette in atto una rottura tragica della funzione paterna e del ruolo genitoriale che, in alcuni casi, affonda le proprie origini in una crisi profonda della propria identità maschile e paterna.

L’omicidio del figlio può assumere, nel vissuto del padre, un significato simbolico: la negazione di un ruolo percepito come fallimentare oppure una forma estrema di controllo in risposta a dinamiche familiari percepite come caotiche o minacciose. Tale atto non è riconducibile a un’unica causa, ma emerge come risultato di un intreccio complesso di fattori che coinvolgono la sfera individuale, sociale e familiare.

Prima di analizzare nel dettaglio le cause del figlicidio, è opportuno fare un distinguo tra casi in cui la vittima è un figlio minorenne e quelli in cui il figlio maggiorenne. Le motivazioni che spingono un padre a uccidere un figlio maggiorenne differiscono sensibilmente da quelle che riguardano i figli minorenni. Nel primo caso, si tratta spesso di padri anziani con figli affetti da gravi patologie psichiche o disabilità, che temono di non poter più occuparsi di loro in futuro o che nessuno se ne prenderà cura dopo la loro morte. Nel caso di figlicidio minorenne, invece, le cause sono generalmente riconducibili a dinamiche familiari conflittuali, spesso legate alla relazione con l’ex compagna, oppure a gravi disturbi psicopatologici del genitore stesso. 

In questo articolo, l’attenzione sarà rivolta al figlicidio del minore e in tal senso è possibile distinguere tra situazioni in cui il padre presenta una compromissione psicopatologica conclamata e casi in cui non emergono disturbi clinici, ma si riscontrano dinamiche relazionali altamente disfunzionali:

Fattori psicopatologici:

Disturbi di personalità, psicosi, depressione grave non trattata o condizioni dissociative possono alterare la percezione della realtà e del legame con il figlio, portando a interpretazioni deliranti o a vissuti persecutori. In quest’ultimo caso il gesto omicida può essere vissuto come inevitabile, giustificato da idee deliranti, allucinazioni o fantasie onnipotenti. In una struttura di personalità fragile o disorganizzata, la capacità di tollerare la frustrazione, il rifiuto o l’umiliazione risulta gravemente compromessa, e il figlio può essere percepito come fonte intollerabile di sofferenza o minaccia simbolica.

Fattori interpersonali e relazionali:

In assenza di patologie conclamate, il gesto figlicida può derivare da una crisi profonda dell’identità paterna, spesso alimentata da dinamiche familiari disfunzionali e da una trasformazione radicale dei modelli maschili e genitoriali. Separazioni conflittuali, perdita del ruolo paterno e marginalizzazione nella vita dei figli possono generare vissuti intensi di esclusione, impotenza e crollo del Sé. In questo contesto, il figlio può diventare un “oggetto interno” caricato di significati distorti: simbolo del fallimento personale, estensione della partner odiata o vittima sacrificale attraverso cui canalizzare rabbia repressa, dolore non elaborato e vendetta. La trasformazione dei ruoli genitoriali e il declino della figura paterna tradizionale, contribuiscono a un senso di disorientamento e marginalizzazione all’interno del nucleo familiare. In tal caso, la violenza può emergere come espressione di un bisogno estremo di riaffermare la propria identità e un dominio, percepito, come perduto.

In definitiva, il figlicidio può avvenire in relazione a processi emotivi e di pensiero che non sono influenzati obbligatoriamente dalla presenza di patologie o alterazioni mentali tali da determinare una compromissione evidente della capacità di intendere e di volere.

Comprendere le cause alla base dell’uccisione del figlio da parte del padre, non equivale a giustificare un crimine così grave. Piuttosto, significa interrogarsi sulle motivazioni profonde che possono spingere un padre a compiere un gesto tanto estremo, che sopprime simbolicamente e affettivamente una parte di sé, esaminando le complesse dinamiche psicologiche e sociali che ne costituiscono il contesto.

L’analisi di queste dinamiche risulta fondamentale non solo per comprendere la genesi dell’atto omicida, ma anche per individuare eventuali segnali premonitori che, se riconosciuti per tempo, possono attivare risposte preventive da parte del contesto familiare o sociale.


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