Femminicidio: modello relazionale affettivo disfunzionale della coppia

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Psicologia / Psicologia Giuridica

Femminicidio: modello relazionale affettivo disfunzionale della coppia

Elena Diana, psicologa giuridica e forense, psicoterapeuta, esperta in psicodiagnostica clinica e forense, criminologa, giudice onorario c/o il Tribunale di Sorveglianza di Milano, professionista delle Rete di Psicologia in Tribunale.

L’onda mediatica che risuona passando in rassegna i più eclatanti casi di cronaca nera ci ricorda ogni giorno un fenomeno di preoccupante allarme sociale, denominato «femminicidio», che non sembra trovare nelle istituzioni una risposta risolutiva. 

Il susseguirsi repentino di fatti di sangue che vedono come protagonisti due partner invischiati in una relazione sentimentale connotata da dinamiche disfunzionali, che tipicamente ricalano i tratti della violenza di genere, restituisce il crescente numero dei casi, aggravato dall’efferatezza degli agiti, espressione di un’escalation di violenza senza precedenti, che sembra interrogare sempre di più l’opinione pubblica, in cerca di risposte sulle origini di fenomeni che esitano in casi di femminicidio. 

La risonanza emotiva suscitata da alcuni fatti in particolare, forse perché non così lontani dall’esperienza condivisa dai più, sembra aver generato una sensibilità diffusa al tema, che a sua volta incentiva il desiderio di saperne di più e di mettere in campo azioni concrete, anche in chiave preventiva.

Questo articolo nasce in risposta al bisogno di accrescere una cultura collettiva, provando a superare o, quanto meno, ad arginare stereotipi sociali e pregiudizi legati al genere, che limitano l’analisi di un fenomeno particolarmente complesso, nell’ambizioso tentativo di smantellare retaggi culturali e interpretazioni convenzionali, per orientare l’attenzione sulla dinamica relazionale morbosa che incatena due partner di una coppia, che non sorge con il fatale epilogo dell’omicidio, ma sembra radicarsi dal principio, traendo origine da lontano.

Diversi modelli teorici, che sposano filoni di pensiero ed orientamenti psicologici diversi, hanno cercato di comprendere l’origine e le cause del fenomeno della violenza di genere, ciascuno con uno sguardo proprio e con un focus specifico su fattori di rischio ed elementi di vulnerabilità, tanto per le vittime quanto per gli aggressori, e sulle condizioni che favoriscono il repentino scivolamento da un amore sano ad un legame tossico, fino all’invischiamento relazionale ed al perpetuarsi della violenza che anima una relazione di coppia. Vi è tuttavia un generale accordo nel ritenere che, nella comprensione di un fenomeno così complesso, la ricerca di un’unica causa possa ritenersi fuorviante, risultando piuttosto utile esaminare la molteplicità di fattori sociali, culturali e psicologici coinvolti. 

Il modello descritto qui di seguito richiama gli studi sui legami d’infanzia e sull’amore maturo, passando attraverso un amore tossico, contraddistinto da dinamiche relazionali patologiche radicate nel rapporto di coppia, che intrappolano la vittima in un circolo vizioso da cui non sempre trova via d’uscita, fino al tragico epilogo del femminicidio.

Le nostre relazioni adulte rappresentano l’evoluzione di stili di attaccamento che si strutturano sin dall’infanzia, nell’interazione ripetuta con le figure di accudimento primario, chiamate caregivers, e che, attraverso processi inconsci, interiorizziamo sotto forma di veri e propri pattern di comportamento definiti modelli (MOI – modelli operativi interni) che filtrano l’interpretazione della realtà, orientano – come una bussola – l’esplorazione del mondo e tracciano lo sviluppo della nostra socialità. Inoltre, regolano – come un termometro – la vicinanza emotiva all’altro, in un sistema diadico interdipendente che cerca di stabilire un equilibrio, più o meno adattivo, tra bisogni d’intimità e d’indipendenza. Attraverso processi psichici irrazionali, i MOI guidano e veicolano le nostre scelte relazionali nonché la scelta del partner. Si tratta di rappresentazioni mentali che riflettono la qualità delle interazioni ripetute tra il bambino e la figura di accudimento e raccontano la storia relazionale dell’individuo.

La vicinanza o, viceversa, la distanza emotiva del caregiver, quindi la capacità di sintonizzarsi o meno con i bisogni emotivi del bambino, genera in quest’ultimo una risposta di attaccamento, che si concretizza nel primo caso in un senso di sicurezza nell’esplorazione del mondo, un crescente senso di autoefficacia che gratifica l’Io e fortifica l’autostima, restituendo la convinzione di essere amabili; permette di riporre fiducia nell’altro incrementando così la capacità di tollerare la separazione, quindi contiene l’angoscia di abbandono, favorendo lo sviluppo di relazioni sociali adeguate. Nel secondo caso, in risposta ad un adulto non responsivo, ambivalente o imprevedibile nelle sue condotte emotive, le evidenze scientifiche avvalorano la tesi secondo cui si struttureranno personalità insicure, che tenderanno a corazzarsi attorno ad un Falso Sé, convinte di non essere desiderabili e quindi angosciate dal rifiuto, in cerca di continue conferme d’amore ed incapaci di modulare una giusta distanza emotiva, che sia rispettosa della soggettività altrui. 

La «teoria dell’attaccamento», ideata da John Bowlby (1979), che prende a modello l’approccio etologico di Konrad Lorenz (1935) sull’imprinting e di Harry Frederick Harlow (1959) sui cuccioli di macaco, ha ispirato numerosi studi successivi che ci aiutano a comprendere come l’individuo, arrivato all’età adulta, organizza la propria vita affettiva in funzione dei passati legami di attaccamento, mettendo in luce il ruolo che le relazioni della prima infanzia possono avere nel predire il futuro successo di una relazione di coppia.

Il legame di attaccamento tra due partner adulti, quindi, rievoca l’esperienza relazionale primaria caregiver-bambino orientata alla ricerca di vicinanza fisica, alla disponibilità del partner nel rispondere ad un bisogno di intimità e di condivisione, alla ricerca di conforto, protezione e sicurezza fino al disagio provato alla separazione e quindi all’angoscia di perdita e alla minaccia percepita rispetto alla stabilità del legame di coppia.

Tuttavia, altri teorici (Engeland e Faber, 1984) sostengono che i modelli di attaccamento rispondano a significativi cambiamenti dell’ambiente ed in presenza di fattori di vulnerabilità personologici (Davila et al., 1997). Possiamo quindi immaginare che in ogni individuo, uomo o donna che sia, si annidano rappresentazioni mentali che richiamano le esperienze di attaccamento vissute in epoca infantile con le proprie figure di accudimento, e rappresentazioni che si sviluppano a partire dalle esperienze sentimentali con il partner adulto. 

Difatti la coppia, formata da due partner adulti, arriva a costruire un suo specifico funzionamento relazionale, denominato da Fisher e Crandell (2001) «attaccamento complesso» per indicare la natura duale e bidirezionale dell’attaccamento di coppia, ed è in grado di elaborare peculiari strategie di regolazione emotiva, a partire dal rispettivo bagaglio di pattern d’attaccamento – patrimonio dell’infanzia – che s’incontrano fino a convergere, influenzandosi vicendevolmente, proprio come accade in ogni sistema dinamico, anche in funzione del tipo di responsività dell’altro partner. A sua volta, il nuovo contesto di accudimento e di attaccamento, rappresentato dal legame sentimentale di coppia, determina la revisione dei modelli operativi interni propri di ciascun partner (Crowell et al., 2002). 

Gli autori descrivono vari possibili matching di attaccamento di coppia, evidenziando come lo stile «distanziante/preoccupato» sembra ricorrere più frequentemente nelle coppie unite da un legame tossico e dominato dalla violenza, in cui il partner preoccupato si sente cronicamente deprivato ed abbandonato, mentre il partner distanziante tende a respingere i bisogni di dipendenza dell’altro, conducendo ad una dinamica del tipo inseguitore-distanziante spesso fioriera di relazioni altamente conflittuali. 

Come evolve il legame d’amore?

Il «Modello evolutivo epistemologico della coppia» (E. Bader e P. Pearson, 1988) delinea le fasi evolutive che accompagnano la costruzione del rapporto di coppia a partire dagli studi sulla relazione diadica tra madre-bambino ideati da Margaret Mahler (1986), che elabora il concetto di «nascita psicologica»  ovvero un processo attraverso il quale il bambino passa dall’iniziale fusione e simbiosi con la madre alla formazione di un’identità individuale separata. 

Gli autori ritengono che affinché la coppia possa instaurare un legame solido e duraturo, i due partner in relazione devono attraversare un processo complesso che evolve passando attraverso stadi che implicano il superamento di compiti specifici e l’acquisizione di nuove abilità, e che si susseguono tra loro in senso progressivo. 

La prima fase denominata «simbiosi», che corrisponde all’innamoramento, è un periodo di tempo circoscritto in cui prevale l’idealizzazione del partner, ovvero l’esaltazione delle qualità dell’altro per favorire l’identificazione del Sé nella coppia, e getta le fondamenta del legame. Assistiamo così alla fusione di due entità che formano una nuova identità di coppia. Il partner assume una posizione centrale nella vita dell’altro, i confini tendono a sfumarsi e prevale l’isolamento dal mondo relazionale esterno alla coppia.

Nella fase successiva, detta «differenziazione», il partner inizia ad assumere sembianze più realistiche, i pregi iniziano a lasciar spazio ai difetti, i bisogni emotivi di ciascun partner premono per trovare espressione, quindi emergono le differenze ed insorgono i primi conflitti, mitigati grazie all’unione raggiunta nello stadio precedente. Nelle coppie funzionali, la differenziazione è l’occasione attraverso la quale i partner della coppia trovano strategie idonee alla valorizzazione del Sé e dell’altro, rispettandone i confini e le reciproche individualità. 

Nelle coppie disfunzionali, emergeranno tentativi manipolatori di avvicinare l’altro a Sé e di plasmare l’immagine del partner adeguandola sempre di più al proprio modello ideale. 

Nella fase della «sperimentazione» ciascun partner desidera ritrovare se stesso al di fuori dell’unione di coppia, bisogno che rievoca le esperienze relazionali del passato legate alla responsività emotiva del genitore, che a sua volta favorisce o reprime l’esplorazione del mondo. La diade inizia a separarsi riponendo al centro i rispettivi bisogni emotivi. Il successo o fallimento di questa fase, e il grado di minaccia abbandonica percepita, dipenderà da quanto brillantemente la coppia ha superato la fase della differenziazione, aprendo le porte allo stadio successivo o, viceversa, mettendo in risalto crepe e segnali di rottura e d’instabilità che favoriscono l’instaurarsi di un rapporto fondato sulla dipendenza e l’ostilità.

Nella fase del «riavvicinamento», il desiderio di emancipazione si unisce al bisogno di intimità, i due partner sono quindi chiamati ad armonizzare la propria identità con l’identità di coppia, alla ricerca di un nuovo equilibrio emotivo, che risolva il conflitto tra bisogni di intimità e di dipendenza.

Nell’ultima fase, denominata «interdipendenza», la coppia integra le differenze individuali, rispetta e valorizza l’unicità dell’altro assorbendola al sistema diadico, raggiungendo un equilibrio tra amore per sé e amore per l’altro all’insegna di un «noi» sano, rappresentativo dell’amore maturo. Tuttavia, non tutte le coppie riescono a risolvere la dinamica di rottura e riparazione del rapporto interpersonale e non tutte le coppie raggiungono una tale sintonia emotiva, lasciandosi intrappolare in dinamiche conflittuali che portano alla perdita della mutualità e della reciprocità e in cui a prevalere saranno i bisogni emotivi dell’uno che andranno a spegnere quelli dell’altro partner.

Come è possibile, quindi, che alcune relazioni caratterizzate dalla presenza di abusi e violenza non vengano interrotte? 

Come evidenziato dal modello bowlbiano, la forza dei legami non è necessariamente legata alla loro qualità: le persone vittime di abuso, infatti, si sentono, nella maggior parte dei casi, intensamente «attaccate» ai loro partner abusanti e bisognose di essi (Mitchell, 2002), nonostante li temano enormemente. 

Si parla di «love addiction o dipendenza affettiva» («New Addiction» DSM 5, 2013) per indicare una forma di attaccamento patologico in cui si perdono i connotati dell’amore sano, fondati sul senso di reciprocità, libertà e indipendenza a favore del bisogno insaziabile di essere amato, in una dimensione di fusionalità che nega l’alterità e ripara il timore dell’abbandono. Assistiamo ad una perdita dell’autostima, che in una personalità dipendente esiste unicamente in funzione dell’amore ricambiato dall’altro, e da un’insicurezza di base che ristagna in comportamenti di controllo agiti per evitare il rifiuto.

Si tratta di una forma di amore ossessivo, simbiotico, fusionale e stagnante, una condizione disadattiva caratterizzata da un desiderio imperiosi dell’altro. 

Di nuovo, la teoria dell’attaccamento evidenzia come la ricerca di vicinanza ad altri significativi nell’equilibrio emotivo di ogni essere umano sembra essere la chiave esplicativa del permanere di molte coppie in rapporti che provocano sofferenza (Castellano, Velotti & Zavattini, 2010), poiché, anche se insoddisfacente, la stabilità della relazione risponde a quelle esigenze emotive (ricerca di conforto e rassicurazione, Ainsworth, 1985; Weiss,1986) che promuovono il bisogno di mantenere il legame di attaccamento con il partner (Davila & Bradbury, 2001), chiamato a svolgere la funzione di «rifugio sicuro». La forza dei legami sembra rappresentare quel vincolo che lega indissolubilmente i due partner all’interno di una relazione dominata dalla violenza.

Immaginiamo quindi che una persona abbia sviluppato un modello d’attaccamento connotato da forti preoccupazioni concernenti l’abbandono, e dalla considerazione di sé come individuo non meritevole d’amore, e che abbia vissuto nell’imprevedibilità della risposta emotiva altrui, è plausibile che questo soggetto avverta il costante bisogno di avere accanto a sé una figura d’attaccamento, poiché la sua possibile assenza rappresenterebbe una minaccia di perdita, e quindi un attacco al valore di Sé.

Nel caso in cui l’ipotetico partner non fosse in grado di mettersi empaticamente in contatto con i suoi bisogni emotivi e rifiutasse la vicinanza emotiva desiderata, avvertendo come oppressive ed eccessive le sue richieste d’affetto, il risultato potrebbe essere la percezione di una profonda insoddisfazione e frustrazione. Ma questa persona, incapace di tollerare il vuoto, l’assenza e quindi la solitudine, potrebbe scegliere inconsapevolmente di rimanere intrappolata in questa relazione insoddisfacente, poiché comunque rappresentativa di una modalità di contatto con l’altro. Questa scelta potrebbe rimanere costante anche qualora il partner iniziasse a mettere in atto qualche forma di maltrattamento psicologico o fisico: è verosimile pensare che, sulla base della scarsa stima che ha di sé, la persona finisca per ritenere di non poter meritare altro all’interno di un legame sentimentale o addirittura colpevolizzarsi del maltrattamento subito.

Risulta evidente che le persone con attaccamento insicuro ansioso-ambivalente rispecchiano i tratti tipici degli individui con dipendenza affettiva: controllo ossessivo di sé, dell’altro e della relazione; la convinzione di non essere degni d’amore; la ricerca continua di relazioni simbiotiche con persone idealizzate; l’impellente bisogno di rassicurazioni ed accudimento da parte del partner; il terrore della separazione e della perdita; il rifiuto, vissuto come un attacco a sé, che alimenta intolleranza per la solitudine. Da qui l’emergere di manifestazioni comportamentali estreme, in risposta alla rabbia e alla frustrazione, finalizzate al controllo o ad impedire l’uscita della partner dalla relazione, intrappolandola in un circolo vizioso disfunzionale.

Per quanto riguarda le vittime d’abuso, la dipendenza e l’ansia vissute in occasione della separazione, sommate al modello negativo di Sé, caratteristiche che tipicamente contraddistinguono uno stile di attaccamento «ansioso», possono, al contrario, rendere molto difficile abbandonare le relazioni abusanti, inducendo la vittima ad una risposta ambivalente che la porta a giustificare la violenza subita e a rispondere con compiacimento alle espressioni di pentimento manifestate dall’aggressore a seguito dell’episodio violento.

Inoltre, l’esposizione cronica al dolore può causare alterazioni strutturali, funzionali e neurochimiche nel cervello, osservate anche tramite neuroimmagini, in risposta ad uno stimolo persistente. La neuroplasticità cerebrale permette di adattarsi al dolore, attraverso un processo chiamato «omeostasi patologica» ove il cervello cerca di stabilire un nuovo equilibrio – omeostasi – per far fronte ad uno stimolo negativo, paralizzandosi nel dolore pur di mantenere una coerenza interna. In psicoanalisi si parla di «anestesia emotiva», un meccanismo di difesa in cui la mente reprime o disattiva le emozioni dolorose per evitare di soffrire.

Quindi, l’adattamento è prettamente disfunzionale e si traduce in una percezione del dolore costante e «normalizzata», che intrappola la vittima in un meccanismo definito di «impotenza appresa» sperimentato da chi è ripetutamente esposto ad un trauma e si percepisce senza via di fuga, subendo passivamente la violenza poiché apprende che nulla potrà evitare gli abusi, conservando la credenza che non vi siano alternative alla violenza, fino ad una compromissione che può contribuire alla patogenesi dei disturbi dell’umore.

Perché la violenza si ripete?

Studi scientifici permettono di codificare un modello eziopatogenetico della love addiction, individuando, quali fattori predisponenti, pregresse esperienze traumatiche e di negligenza emotiva in epoca infantile, gli stili di attaccamento insicuro, preoccupato e timoroso, la presenza di sintomi dissociativi e una marcata disregolazione emotiva.

Vi è quindi una correlazione clinicamente significativa tra esperienze traumatiche vissute nella relazione d’attaccamento e la violenza. Lo stile di attaccamento disorganizzato, connotato da un cronico fallimento nel regolare le emozioni lungo l’intero arco di vita, espone l’individuo ad una marcata vulnerabilità alla successiva ritraumatizzazione o alla reiterazione della violenza, rendendolo pertanto incline a subire o ad agire violenza.

Il matching di coppia tra partner con un profilo personologico compatibile con un disturbo narcisistico di personalità (narcisisti covert – cluster B, DSM-5-TR) e partner con quadri clinici psicopatologici associati alla dipendenza affettiva (disturbo dipendente di personalità – cluster C; disturbo borderline di personalità e disturbo istrionico di personalità – cluster B DSM-5-TR) sembra creare un terreno fertile per l’instaurarsi di relazioni patologiche e disfunzionali, in un vortice rovinoso e distruttivo. 

Dietro la maschera di freddezza emotiva e un’immagine grandiosa di sé si nasconde una fragile autostima e una profonda insicurezza. Il narcisista è in cerca di rispecchiamento ed ammirazione e lo fa per nutrire il proprio ego e colmare un angosciante vuoto interiore. Assume un atteggiamento di controllo, facendo leva sulle insicurezze della partner, vissuta come estensione di sé, attraverso subdole strategie di manipolazione e di controllo, che inducono nella partner dipendente senso di inadeguatezza e vissuti di colpa. La minaccia abbandonica alimenta il disperato bisogno di conferme d’amore innescando un ricatto emotivo finalizzato ad estinguere l’esperienza del rifiuto, in uno scenario dove i confini tra sé e l’altro appaiono sfumati. 

La dipendente affettiva, vulnerabile emotivamente, rispecchia una personalità empatica, sensibile e con una bassa autostima, incline a trascurare i propri bisogni per soddisfare quelli dell’altro. In cerca di conferme, rassicurazioni, ed approvazioni è mossa da un eccessivo bisogno di accudimento, che la espone al rischio di assumere un atteggiamento di compiacente sottomissione. La frustrazione vissuta in occasione della separazione, sommata al modello negativo di sé, la rendono una «preda» perfetta per il narcisista, che manipola, svaluta, svuota pur di mantenere il controllo. Questa dinamica induce la vittima a riparare le fragilità del sé attraverso una risposta ambivalente che la porta a giustificare la violenza subita e ad accomodare le espressioni di pentimento manifestate dall’aggressore a seguito dell’episodio violento, senza così riuscite a riconoscere la tossicità del legame, in un clima di incertezza, instabilità emotiva ed alta conflittualità che determina una profonda frattura identitaria. 

Nella relazione di coppia è possibile distinguere diverse tipologie di comportamenti violenti, ma esiste un filo rosso che spesso accomuna queste condotte, rappresentato dal loro perpetuarsi abitualmente e reiterarsi nel tempo, e dalla loro tendenziale «invisibilità».

Uno dei modelli maggiormente accreditati per spiegare la violenza all’interno delle relazioni intime è quello messo a punto dal programma Duluth, Minnesota, usato tutt’oggi in molti centri antiviolenza per donne maltrattate e nei programmi terapeutici che utilizzano un approccio di genere alla violenza.

Nella «ruota del potere e del controllo» viene delineata la progressione della violenza che prende avvio da forme di maltrattamento di tipo psicologico, verbale ed economico, che sono volte all’abbattimento del sé della donna, e che gettano le fondamenta per l’«accettazione» passiva ed inerme di forme più «esplicite» e «conclamate» di violenza.

Clicca per vedere la ruota del potere e del controllo

Dall’immagine della ruota si può osservare come le parole «potere» e «controllo» siano poste al centro, proprio perché tutte le azioni specifiche messe in atto dal partner abusante, indicate nei raggi della ruota, sono finalizzate a guadagnare potere e controllo sulla partner.

Da forme di intimidazione meno esplicita, si passa attraverso comportamenti vessatori, denigratori e manipolatori, con una diffusione di responsabilità che attribuisce la colpa all’esterno, proiettandola sulla vittima (violenza psicologica).

L’isolamento relazionale e quindi l’allontanamento dell’ambiente familiare, sociale e lavorativo cui la donna è costretta la rende particolarmente vulnerabile ed incline alla dipendenza dal partner abusante, anche per mezzo della violenza economica e della minaccia di perdita dei figli in risposta ad un tentativo di fuga dalla violenza. Il ricatto emotivo si fa sempre più manifesto attraverso minacce o tentativi suicidari o di tipo autolesivo.

La violenza fisica e la violenza sessuale, poste all’esterno della ruota, agite magistralmente dal partner abusante per ripristinare lo status quo (Forti, 2019), rappresentano forme di violenza tangibili e conclamate che tengono in piedi e conservano nel tempo il legame disfunzionale.

La Walker (1979) ha messo a punto un «modello ciclico»  che spiega il meccanismo di evoluzione della violenza, definendo il ciclo della violenza come «il progressivo e rovinoso vortice in cui la donna viene inghiottita dalla violenza continuativa, sistematica, e quindi ciclica, da parte del partner». La teoria del ciclo della violenza («cycle theoty of violence») parte dal presupposto che esistono più fasi che si ripetono ciclicamente nel corso di una relazione maltrattante, crescendo d’intensità ed in termini di pericolosità.

 Nella prima fase si riscontra un climax (culmine) della tensione con comportamenti ostili, generalmente verbali, agiti contro la donna, ed atteggiamenti finalizzati al controllo ossessivo e morboso della vittima. Colpevolizzare la donna vittima di violenza consente al partner maltrattante di risignificare l’abuso come una momentanea «perdita di controllo» o come reazione ad una provocazione. In questa prima fase la donna, avvertendo l’imminente pericolo, è intenta a controllare la rabbia del partner e a prevenire un inasprimento delle violenze, adottando comportamenti accomodanti e sottomessi nell’illusione di cambiare il partner violento, minimizzando difensivamente l’impatto emotivo degli agiti subiti.

Con il progredire della seconda fase, o fase dell’esplosione, prendono piede forme di violenza ancor più gravi che mettono in serio pericolo la donna ed eventualmente i suoi figli. La tensione precedentemente accumulata esplode in atti di violenza in rapida escalation. È in questo periodo che la donna mette a punto strategie difensive, scappando, chiedendo aiuto, cercando di placare l’ira del partner violento proteggendosi oppure, in taluni casi, contrattaccando. La ricerca di aiuto ed il desiderio di raccontare la violenza subita subentrano nella misura in cui la vittima inizia a temere di non riuscire ad impedire l’abuso e di non poter cambiare il partner. Fughe temporanee, denunce e richieste d’aiuto a servizi sociali, centri antiviolenza o alle Forze dell’Ordine possono, talvolta, configurarsi come un mezzo attraverso il quale lanciare un segnale d’instabilità al partner violento, nella speranza che ponga fine agli abusi (Bruno, 2003). Qualora le strategie difensive non sortissero l’effetto desiderato, la vittima rimarrà irrimediabilmente inglobata nel circuito della violenza.

Nella terza fase, definita di riconciliazione o luna di miele, alla violenza seguono intermittenti momenti di tregua. Il maltrattante osserva gli effetti negativi delle violenze, teme di perdere la donna, che considera una sua proprietà, ed è quindi intento a giustificare e a minimizzare le sue condotte violente, mostrandosi rassicurante, pur di ottenere il suo perdono, oppure deresponsabilizzandosi o legittimando la violenza come reazione incontrollata ad una frustrazione o espressione di malattia. 

La donna avverte un pericolo crescente ma la sistematica condizione di isolamento cui è costretta non le consente di trovare risposte protettive al di fuori dalla relazione, rimanendo invischiata in un legame opprimente nutrito dalla dipendenza affettiva. 

Così riavvicinati, uomo e donna attraversano un periodo di falsa riappacificazione, strumentale, decisa e voluta soltanto dall’uomo, detentore del potere, che detta i tempi della tregua ma anche quelli del terrore.

La ciclicità della violenza, interrotta da periodi di calma apparente, disorientano la donna, costringendola a dimenticare le violenze subite, innalzando il livello di tolleranza non tanto per salvaguardare se stessa, quanto per un fine secondario, ad esempio per spirito di protezione verso i figli. In risposta ad un principio di conservazione, la donna allontana da sé l’immagine dell’uomo violento bonificandola, attraverso processi cognitivi irrazionali chiamati «distorsioni cognitive» che alterano in senso difensivo la percezione della realtà per attutirne l’impatto doloroso. 

La ripetizione ciclica di questo processo erode nel tempo l’identità della partner, rendendola sempre più fragile e vulnerabile alla violenza, segregandola ad una condizione di dipendenza emotiva che rende sempre più difficile la fuoriuscita dalla violenza. 

L’esito più grave dei maltrattamenti è la morte, o direttamente causata dall’atto omicidiario, o come conseguenza delle continue violenze psicologiche, fisiche e sessuali (Krug et al., 2002).

Il Femminicidio o «Femicidio» si riferisce alle violenze che vengono perpetrate dagli uomini ai danni delle donne in quanto tali, ossia in quanto appartenenti al genere femminile. Tale fenomeno comprende tutti quei casi di omicidio in cui una donna viene uccisa per mano di un uomo per motivi legati alla sua identità di genere.

È notizia di pochi giorni fa, in occasione della «Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne» celebrata lo scorso 25 novembre 2025, l’approvazione unanime e definitiva da parte della Camera dei Deputati della proposta di legge avente ad oggetto «Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime» (DDL n. 1433), in risposta alle esigenze di tutela delle vittime di reato, in contrasto ad un fenomeno di drammatica attualità connotato da manifestazioni di prevaricazione e violenza commesse ai danni del genere femminile e per creare una fattispecie di reato che finalmente può ricevere autonoma collocazione in seno al codice penale assurgendo a reato tipizzato con l’obiettivo di riconoscere e punire la specificità della violenza di genere.

Alla luce di quanto sopra illustrato e delle recenti novità giurisprudenziali in tema di diritto penale, nell’indagine eziologica del fenomeno, risulta fondamentale vagliare una molteplicità di cause, fattori e dinamiche relazionali tra loro interdipendenti che generano ed alimentano fenomeni di violenza di genere, ma sembra tanto necessario quanto più attuale tener conto della matrice culturale entro la quale queste fattispecie di reato tendono a perpetuarsi incessantemente.

Bibliografia

Fisher J.V., Crandell L.E., (2001). I modelli di relazione nella coppia. In Clulow C. (2003), Attaccamento adulto e psicoterapia di coppia. La “base sicura” nella pratica clinica e nella ricerca, Roma: Borla.

Bader E., Pearson P. (1988). In quest of the mythical mate: a developmental approach to diagnosis and treatment in couples therapy. New York: Brunner Mazel.

Margaret Mahler, Fred Pine, Anni Bergman (1978). La nascita psicologica del bambino. Torino: Bollati Boringhieri Editore.

Velotti P., (2012), Legami che fanno soffrire. Dinamica e trattamento delle relazioni di coppia violente, Bologna: Il Mulino.

Norwood R., (2013), Donne che amano troppo, Milano: Feltrinelli Editore.

American Psychiatric Association (2013), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Edizione italiana (2014). Milano: Raffaello Cortina Editore.

Domestic Abuse Intervention Programs (DAIP): 1980, Duluth (Minnesota).

Pence E., Paymar M. (1993). Education Groups for Men Who Batter: The Duluth Model. New York City: Springer Publishing Company.

Walker L. E. (1979). The Battered Woman. New York, NY: Harper and Row. 

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