Adolescenza e violenza agita: oltre il mito del “raptus”

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Psicologia Giuridica

Adolescenza e violenza agita: oltre il mito del “raptus”

Valentina Fruschera, esperta psicologa, psicoterapeuta, CTU per il Tribunale di Como e come CTP in ambito civile e penale. Professionista esperto della Rete di Psicologia in Tribunale.

I recenti fatti di cronaca che riportano l’aggressione di una docente da parte di un adolescente ci costringono, ancora una volta, a confrontarci con la violenza nelle sue forme più estreme. Ogni episodio sembra sorprenderci, come se fosse imprevedibile e improvviso. Nei racconti emerge spesso un misto di incredulità e rassegnazione, accompagnato dalla paura che eventi di questo tipo possano essere più vicini a noi di quanto siamo disposti ad ammettere.

Eppure, ciò che accade non è mai del tutto improvviso.

La narrazione del “raptus”, ancora oggi frequentemente utilizzata, rischia di semplificare e distorcere la comprensione di questi fenomeni. Le evidenze che emergono anche in questo caso – pensieri strutturati, progettualità esplicita, comunicazioni precedenti – indicano chiaramente come l’agito violento sia spesso il punto di arrivo di un processo più lungo e articolato. Non si tratta di un’esplosione improvvisa e incomprensibile, ma dell’esito di dinamiche psicologiche complesse, in cui trovano spazio vissuti di frustrazione, bisogni di riconoscimento non soddisfatti, fantasie distruttive e, talvolta, modalità relazionali improntate alla manipolazione e al controllo.

Particolarmente significativo, in questo caso, è il dato relativo alla presenza di pensieri ossessivi orientati all’annientamento della figura adulta, non solo rappresentata dalla docente ma estesa anche ai genitori. Le chat emerse, contenenti descrizioni dettagliate di progetti omicidi, rendono evidente una dimensione ideativa incompatibile con l’ipotesi del raptus. Si configura piuttosto un’organizzazione del pensiero centrata sulla distruttività, che merita un’attenta lettura clinica e forense.

Anche le modalità dell’aggressione assumono un valore rilevante. L’uso del coltello implica una prossimità fisica con la vittima che, come sottolineato in letteratura, rappresenta un elemento aggravante sotto il profilo psicologico: la violenza non è mediata, ma si realizza in una relazione di estrema vicinanza, che intensifica la componente relazionale e simbolica dell’atto. La reiterazione dei colpi e altri elementi emersi rafforzano l’idea di una condotta non impulsiva, ma carica di significati che vanno oltre la semplice perdita di controllo.

In queste ore, alcune letture mediatiche tendono a ricondurre il comportamento del ragazzo a stati d’ansia o a difficoltà relazionali con la docente. Una simile interpretazione rischia di banalizzare un funzionamento psicologico molto più complesso. L’ansia, di per sé, non spiega né giustifica livelli di aggressività così strutturati e finalizzati. Ridurre tutto a una dimensione emotiva generica può impedire di cogliere gli aspetti più profondi della personalità e delle dinamiche interne che hanno sostenuto l’agito.

È indubbio che l’adolescenza rappresenti una fase evolutiva delicata, caratterizzata da profonde trasformazioni identitarie. In questo periodo possono emergere fratture significative nel percorso di sviluppo, talvolta configurabili come veri e propri “scacchi evolutivi”. I mancati riconoscimenti, le difficoltà nel processo di costruzione del Sé, le esperienze di frustrazione possono tradursi in vissuti intensi e disorganizzati. In alcuni casi, tali vissuti trovano espressione in comportamenti disfunzionali e distruttivi.

Tuttavia, il quadro che si delinea in situazioni come questa suggerisce la presenza di livelli di aggressività più profondi e strutturati, che non possono essere letti esclusivamente alla luce delle difficoltà tipiche dell’età evolutiva.

Diventa allora centrale il ruolo dello sguardo adulto.

La violenza agita rappresenta spesso l’esito finale di una serie di segnali, espliciti e impliciti, che nel tempo sono stati comunicati ma non adeguatamente colti o elaborati. Tra questi segnali possiamo includere il ritiro sociale, l’assenza di conflittualità manifesta (che non coincide necessariamente con un buon adattamento), modalità inadeguate di gestione della rabbia, reazioni disfunzionali agli eventi frustranti. Anche le fantasie violente, quando espresse verbalmente o attraverso altri canali, costituiscono indicatori importanti che richiedono attenzione.

Tutti gli adulti che gravitano intorno all’adolescente – genitori, insegnanti, operatori – hanno una responsabilità cruciale: quella di intercettare precocemente questi segnali e attivare percorsi di aiuto. Dare voce al disagio significa riconoscerlo quando è ancora in una fase esprimibile e trasformabile, non quando si è già tradotto in un atto irreversibile.

Questi eventi, per quanto drammatici, non devono essere letti solo come episodi isolati, ma come richiami urgenti alla necessità di una maggiore capacità di lettura, contenimento e intervento sul disagio adolescenziale. Solo in questo modo è possibile spostare l’attenzione dall’emergenza alla prevenzione, e dalla reazione alla responsabilità condivisa.

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