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La famiglia ti “sistema”? Una riflessione psicologica
La famiglia ti “sistema”? Una riflessione psicologica
Augusto Di Stanislao psicologo clinico e giuridico/forense, psicoterapeuta sistemico relazionale. Già responsabile del Centro di Terapia Familiare e Relazionale della ULSS di Giulianova (TE) e docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione c/o UNIVAQ e di Clinica dell’Attaccamento c/o la Scuola di Specializzazione di Psicologia Clinica dell’UNIVAQ. Svolge attività di formazione per enti pubblici e privati, ed è autore di numerose pubblicazioni. Professionista della Rete di Psicologia in Tribunale.
«Le famiglie felici si somigliano tutte; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Questa celebre affermazione di Lev Tolstoj, tratta da Anna Karenina, offre ancora oggi una chiave di lettura efficace per comprendere la complessità delle dinamiche familiari.
Una famiglia funzionale è, innanzitutto, un sistema in cui i confini tra le generazioni sono chiari, ma allo stesso tempo flessibili. Ciò significa che i ruoli – genitori, figli, coppia – sono ben definiti in relazione alla fase evolutiva di ciascun membro, ma non rigidi al punto da impedire adattamento e crescita. In una prospettiva sistemica, è fondamentale considerare almeno tre livelli: la famiglia d’origine, la coppia genitoriale e i figli. L’equilibrio tra questi livelli consente ai membri di mantenere una propria identità, pur restando connessi, e di proiettarsi in modo sano nelle relazioni esterne.
Tuttavia, la famiglia tende spesso a riprodurre schemi educativi impliciti e a semplificare il linguaggio emotivo. Le esperienze affettive vengono talvolta ricondotte a modelli già noti, generando una sorta di “déjà vu relazionale” che limita il dialogo e ostacola l’evoluzione individuale. In questo contesto, i figli rischiano di essere percepiti come contenitori da riempire, più che come soggetti portatori di un proprio mondo interno. Il risultato è una distanza crescente tra generazioni, in cui l’età adulta non sempre coincide con una reale maturità emotiva.
Molti adulti continuano a concepire l’educazione come un insieme di strumenti “tecnici”, quasi si trattasse di riparare qualcosa. Ma le relazioni, soprattutto con gli adolescenti, non funzionano secondo logiche meccaniche. I giovani, al contrario, mostrano spesso competenze, sensibilità e capacità di adattamento superiori a quanto gli adulti siano disposti a riconoscere. Mentre famiglia e istituzioni tendono a rallentare il cambiamento, i ragazzi cercano di stare al passo con una società in trasformazione, spesso ancora ancorata a modelli culturali superati.
In alcune situazioni, la famiglia rischia di ridursi a uno spazio fisico privo di reale comunicazione emotiva. Nei casi più critici, i giovani costruiscono aspirazioni e progetti che vengono poi svalutati o ostacolati dagli adulti di riferimento. È proprio in questi contesti disfunzionali che si osserva come fragilità genitoriali – in particolare difficoltà sul piano affettivo e relazionale – possano contribuire alla costruzione di insicurezza nei figli, esponendoli a maggiori rischi evolutivi.
Un elemento particolarmente rilevante riguarda la trasformazione del ruolo genitoriale. Sempre più frequentemente si osserva una tendenza a sostituire l’autorevolezza con una pseudo-relazione amicale. Alcuni genitori rinunciano al proprio ruolo educativo nel tentativo di essere “pari” ai figli. Tuttavia, i ragazzi, anche quando non lo esprimono apertamente, hanno bisogno di adulti autorevoli, capaci di definire confini chiari e offrire punti di riferimento stabili.
Essere genitori “sani” non significa riprodurre rigidamente modelli familiari del passato, ma nemmeno abdicare alla propria funzione educativa. Significa, piuttosto, accompagnare i figli nella scoperta di sé, lasciando loro lo spazio per sperimentarsi nel mondo. La famiglia, in questa prospettiva, dovrebbe fornire strumenti – cognitivi, emotivi e relazionali – non sostituirsi all’esperienza diretta dei figli.
Una famiglia funzionale promuove autonomia, sicurezza e intraprendenza. Non teme l’esplorazione del mondo esterno, ma la sostiene, riconoscendo che la crescita passa anche attraverso l’errore e l’esperienza. I figli non sono “da addestrare”, ma da accompagnare: il ruolo genitoriale implica una responsabilità profonda nello sviluppo cognitivo, emotivo e affettivo della persona.
Questo accompagnamento richiede una presenza equilibrata: essere vicini senza invadere, osservare senza controllare, sostenere senza sostituirsi. Una famiglia consapevole costruisce una responsabilità condivisa, che coinvolge progressivamente anche i figli, rafforzandone il senso di competenza e di appartenenza.
L’educazione si configura, quindi, come un processo complesso, che richiede tempo, ascolto e disponibilità. La frenesia quotidiana e la difficoltà di conciliare i tempi individuali rappresentano oggi ostacoli significativi. A ciò si aggiunge una progressiva perdita di reti comunitarie di supporto, a fronte di una comunicazione esterna sempre più pervasiva, che rischia di impoverire l’intimità familiare.
Recuperare la funzione educativa della famiglia implica anche un ripensamento del rapporto con la comunità. Il sistema sociale dovrebbe sostenere le famiglie nel loro compito, favorendo contesti relazionali coerenti e orientati a valori condivisi. Solo attraverso una reciprocità tra famiglia e comunità è possibile rafforzare le competenze educative e promuovere uno sviluppo armonico delle nuove generazioni.
In questa prospettiva, il ruolo della famiglia resta insostituibile. Come sottolineava Antonio Rosmini, educare rappresenta un vero e proprio dovere, un servizio fondamentale alla persona. Educare significa contribuire alla realizzazione di ciò che è autenticamente umano, accompagnando ogni individuo – unico e irripetibile – nel proprio percorso di crescita.
Non è un caso che già il Censis, nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese del 2007, parlasse di “mucillagine sociale”, per descrivere una realtà frammentata, priva di coesione e di solidi riferimenti istituzionali.
La famiglia, in questo scenario, resta il primo e più importante contesto di formazione della responsabilità, della consapevolezza e delle competenze relazionali. È all’interno di questo sistema che si costruiscono le basi che orienteranno l’intero arco di vita dei figli.
In definitiva, la famiglia non deve “sistemare” i figli, ma metterli nelle condizioni di trovare la propria strada. Perché, come ricorda efficacemente una nota riflessione, la famiglia è come il bel tempo: ci si accorge davvero della sua importanza solo quando viene a mancare.



