Suicidio allargato e logica della strage familiare

Articolo Aurora1
Psicologia Giuridica

Suicidio allargato e logica della strage familiare

Aurora Arcese, psicologa specializzata in psicologia giuridica. Svolge attività di CTP in ambito civile e penale e si occupa della valutazione del danno psicologico.

Il figlicidio paterno associato al suicidio allargato rappresenta una delle manifestazioni più estreme di violenza familiare, collocandosi spesso all’interno di una dinamica complessa che intreccia elementi psicopatologici, crisi identitaria e contesto relazionale altamente conflittuale. Il cosiddetto suicidio allargato è un evento in cui il soggetto uccide altri membri della famiglia (spesso i figli e talvolta il partner) prima di togliersi la vita, annientando l’intero nucleo familiare. Alcuni studi hanno evidenziato che la strage familiare può rappresentare l’ultimo atto di una lunga storia di abuso e controllo all’interno della famiglia (Wilson, Daly e Daniele, 1995). Fattori stressanti quali, ad esempio, la perdita del lavoro, il divorzio imminente o la perdita della custodia dei propri figli, possono essere vissuti come una perdita di identità e di status e sfociare in reazioni estreme (Websdale, 2010). Pertanto la combinazione di tanti fattori che comprendono dinamiche familiari disfunzionali, disperazione socioeconomica e contesto culturale creano un quadro complesso che può culminare in uno sterminio familiare. In queste situazioni, l’omicidio è giustificato da una percezione distorta di salvezza o protezione, ma anche da un bisogno estremo di controllo sull’identità e il destino della famiglia. In tali gesti spesso si riscontrano psicopatologie come depressione grave con sintomi psicotici, oppure crisi narcisistica terminale, dove l’impossibilità di affrontare il fallimento coniugale o la perdita del ruolo genitoriale porta all’annullamento dell’intero nucleo familiare. In altri casi, il gesto è lucido, pianificato e privo di elementi deliranti: in entrambi gli scenari, il tratto comune è l’intento di annullare non solo la relazione, ma la fonte stessa della sofferenza: i figli, la compagna, la famiglia stessa. Il figlio, in questo quadro, cessa di essere soggetto separato e diviene simbolo del fallimento, oggetto su cui si proiettano angosce intollerabili, vissuti di umiliazione o desideri di vendetta. La decisione diventa quella di cancellare dalla vita tutto il nucleo familiare e poi uccidersi. Come abbiamo detto, la motivazione omicida è spesso il riflesso di un bisogno estremo di controllo: l’identità paterna, fondata su modelli tradizionali di potere e autorità, quando minacciata, può collassare in modo violento, portando con sé l’intera struttura familiare. La ricerca suggerisce anche una correlazione con la violenza domestica pregressa, indicando che in molti casi la strage familiare rappresenta l’esito tragico di una lunga storia di controllo coercitivo e abuso emotivo (Wilson, Daly e Daniele, op. cit.). 

L’omicida-suicida ha la percezione di uccidere persone cui è legato affettivamente e lo fa perché non vuole lasciarli a soffrire in un mondo sbagliato, allora decide di portarli con sé “in un posto migliore” dove finalmente potranno essere in pace. Nei casi in cui l’autore sopravvive, la presenza di ideazione suicidaria pregressa è quasi sempre documentata, a dimostrazione del fatto che la strage familiare è concepita come gesto conclusivo, l’unico ritenuto possibile per porre fine a una condizione psichica percepita come insostenibile. Inoltre, come sottolineano le ricerche più recenti (Liem e Koenraadt, 2008), l’accesso facilitato alle armi da fuoco e la mancanza di supporti emotivi e sociali giocano un ruolo cruciale nel concretizzarsi di questi esiti estremi.

È importante sottolineare che la strage familiare è prevalentemente compiuta da uomini, a dimostrazione di una più ampia dinamica legata al significato della maschilità nella cultura contemporanea. Mentre le donne, in situazioni di sofferenza estrema, tendono a rivolgere l’aggressività verso se stesse (attraverso autolesionismo, disturbi alimentari, depressione), gli uomini sono socialmente e biologicamente più inclini a esternalizzare l’aggressività (Resnick, 1970; Kauppi et al., 2008): entrambi rappresentano esiti tragici di una crisi del legame genitore-figlio, ma esprimono logiche psicologiche e simboliche profondamente differenti.

Bibliografia

Kauppi A., Kumpulainen K., Vanamo T., Merikanto J., Karkola K. (2008), “Maternal depression and filicide-case study of ten mothers”, in Archive of Women’s Mental Health, Jul,11(3):201-206. doi: 10.1007/s00737-008-0013-x. Epub 2008 Jun 28. PMID: 18587626.

Liem M., Koenraadt F. (2008), “Filicide: A comparative study of maternal versus paternal child homicide”, in Criminal Behaviour and Mental Health, 18(3), 166-176. PMID: 18618528 – DOI: 10.1002/cbm.695.

Resnick, P. J. (1970), “Murder of the newborn: a psychiatric review of neonaticide”, in American Journal of Psychiatry, 126(10), 1414-1420. https://doi.org/10.1176/ajp.126.10.1414.

Websdale, N. (2010), Familicidal Hearts: The Emotional Styles of 211 Killers, Oxford, Oxford University Press. https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780195315417.001.0001.

Wilson M. D., Daly M, Daniele A. (1995), “Familicide: The killing of spouse and children”, in  Aggressive Behavior, 21(4), 275-291. https://doi.org/10.1002/1098-2337(1995)21:4<275::AID-AB2480210404>3.0.CO;2-S

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