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Può una madre allontanarsi dal luogo di residenza con il figlio, deprivandolo della relazione affettiva paterna? 

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Psicologia Giuridica

Può una madre allontanarsi dal luogo di residenza con il figlio, deprivandolo della relazione affettiva paterna? 

Dott.ssa Barbara Bruneo
Psicologa Giuridica Forense, Psicoterapeuta

Oggi non è infrequente che in una famiglia si palesi, per uno o l’altro dei genitori, la possibilità (spesso dettata da opportunità lavorative) di trasferirsi in un’altra città. Quando ciò succede è pacifico che,  se la coppia è unita, sia più facile che riesca a gestire congiuntamente i molti problemi pratici che la situazione comporta. Tuttavia, se è in atto una separazione, la decisione viene assai spesso demandata al Giudice in quanto il conflitto, spesso caratterizzante tali situazioni, rende difficile per i genitori – seppur in regime di affido condiviso – gestire, con senso di maturità e responsabilità, simili circostanze e assumere di comune accordo le decisioni più rispondenti ai bisogni dei figli.

Infatti se da un lato ogni cittadino ha assoluta libertà di muoversi liberamente e scegliere dove abitare al fine di realizzare le proprie aspirazioni personali, sociali e lavorative, la questione diventa assai complessa quando ci sono dei figli e occorre stabilire l’opportunità che un genitore possa attuare tale trasferimento insieme a loro (in sostanza, se essi debbano rimanere collocati o affidati a quel genitore).

A tale scopo, il Tribunale di Milano ha chiarito alcuni criteri

  1. l’esclusivo interesse morale e materiale della prole; 
  2. il diritto a mantenere con entrambi i genitori un rapporto equilibrato e continuativo;
  3. la possibilità di conservare rapporti significativi con i parenti di ciascun ramo genitoriale

alla luce dei quali valutare l’opportunità di simili provvedimenti, considerando in che modo il trasferimento possa salvaguardare e garantire le relazioni del figlio con le altre figure familiari e affettive di riferimento (zii, nonni, ecc.) che definiscono l’identità familiare del minore, preservando la memoria e riconoscibilità delle proprie origini geografiche, sociali e culturali.

Recentemente, il Tribunale di Ancona si è pronunciato sulla questione sostenendo che il genitore che ha ottenuto, in sede di separazione, il diritto a vivere assieme ai figli non può trasferirsi con loro in una città lontana per motivi di lavoro. Questo perché, soprattutto in assenza di assoluta urgenza, deve prevalere l’interesse dei minori a mantenere costante il rapporto con l’altro genitore

Una madre o un padre separati che vivono assieme ai figli non possono dunque trasferirsi in una città lontana, evitando così di fatto tutti i contatti dei minori con l’altro genitore e, ove presenti, con le famiglie allargate.

Il principio alla base della decisione è molto chiaro e garantito dalla legge: il minore per crescere in maniera sana ed equilibrata ha bisogno della presenza di entrambi i genitori. Il cosiddetto principio di bigenitorialità è a tutti gli effetti un diritto dei figli e un dovere da parte di entrambi i genitori. 

A tal riguardo il Tribunale di Ancona ha esplicitamente dichiarato che, nel caso in cui un genitore insista nel proprio tentativo di allontanare fisicamente i figli dall’ex compagno/a, dovrà essere valutata la possibilità di ricollocare i minori permanentemente nella casa dell’altro genitore. Ciò è quanto stabilito ne l’interessante ordinanza numero 3358 del 21 giugno 2017.

Casi giurisprudenziali

Una madre si era rivolta al giudice per chiedere il trasferimento in una città a 300 chilometri di distanza dal Comune dove viveva anche il padre, adducendo motivi lavorativi. In realtà il giudice, pur ammettendo che la donna potesse legittimamente inseguire la sua realizzazione personale, ha sottolineato come la ricorrente avesse ultimato la sua attività lavorativa solo poco tempo prima e avrebbe quindi potuto trovare opportunità lavorative ugualmente appetibili anche nella città di residenza. A meno che, ed è questo il nodo cruciale, l’obiettivo della donna non fosse stato quello di escludere il padre dalla crescita dei figli.

A tal proposito, la madre aveva sostenuto che l’ex compagno non si dimostrava in realtà un buon padre perché gli impegni di lavoro gli impedivano di passare molto tempo con i figli. Il Tribunale in tale circostanza è stato però di diverso avviso, ricordando che la qualità del tempo dedicato ai figli è più importante della quantità e del numero di ore settimanali nelle quali si è effettivamente presenti e che tale qualità, in questa circostanza, era dubbia proprio da parte della madre, che sarebbe stata pronta a privare i minori della presenza del padre per inseguire proprie esigenze personali.

Trasferirsi in un’altra città, a molti chilometri di distanza, dichiarando di voler trovare un altro lavoro, ma senza avere la necessità di cercare impiego al di fuori della propria residenza, può voler dire nella pratica allontanare i figli dal padre in un momento importante per la loro crescita

Nella maggior parte dei casi, per questioni pratiche, i figli prendono la residenza della madre: anche quando – per l’appunto – si ricorra all’affidamento condiviso. Nei casi di separazione, nella quasi totalità dei casi i figli vengono collocati con le madri che, dunque, hanno diritto a occupare l’abitazione familiare estromettendo l’altro coniuge, ciò in applicazione di una norma non scritta né mai codificata. Pochissime le eccezioni, che riguardano i casi in cui la madre sia oggettivamente incapace di provvedere alla prole (perché, per esempio, alcolizzata, reclusa, malata). 

Circa dieci anni fa il legislatore specificò con un’apposita modifica della legge che, in caso di separazione, l’affido sarebbe spettato a entrambi i genitori. Ma i Tribunali hanno spesso adottato la soluzione forse più semplice: collocare i figli con le madri, lasciando loro la casa familiare e ordinando ai padri di versare l’assegno di mantenimento. E questo principio ha un certo peso anche laddove sia la madre il genitore che vuole trasferirsi per ragioni lavorative.

Ma, come sottolineato dall’ordinanza del Tribunale di Ancona, la presenza del padre resta fondamentale e la madre che non si comporti secondo le regole può essere costretta a rinunciare alla convivenza con i figli. 

Affido condiviso e bigenitorialità. Com’è cambiato il ruolo del padre nella famiglia moderna

Proprio il principio di bigenitorialità è alla base dell’affidamento condiviso, che è stato introdotto nel sistema giuridico con la Legge n. 54/2006, e che dovrebbe regolare tutti i casi di affido nei quali non ci siano motivi gravi e particolari che impongano l’allontanamento di uno dei genitori. Con l’affidamento condiviso entrambi i genitori esercitano congiuntamente la responsabilità verso i figli e dunque entrambi devono partecipare a tutte le decisioni più importanti.

La bi-genitorialità, infatti, non è solo un diritto, ma anche un basilare prerequisito per un sano sviluppo psicologico. In realtà, più un figlio si sente “connesso” a entrambi i suoi genitori, più è portato a fidarsi anche degli altri e a instaurare rapporti sereni e stabili con i suoi coetanei e con gli adulti (1).

Di fatto ogni genitore ha un proprio ruolo mutuamente integrante e complementare: la madre – che incarna, culturalmente, la funzione materna – è considerata colei che è votata alla protezione e alla cura. La funzione paterna è, invece,  culturalmente rappresentata nei termini di un sostegno e di una spinta verso la scoperta del mondo, della realtà, ma anche dei limiti e dell’esplorazione nelle sue diverse sfumature. E’ votata al differenziare, al portare fuori, a guidare. 

I padri spingono, generalmente, i bambini ad esplorare e a mettere alla prova i propri limiti, mentre le interazioni con le mamme sono meno intense e ispirano più sicurezza ed equilibrio. Nello sviluppo psichico del bambino, infatti, la funzione paterna rompe il sodalizio madre-bambino, rompe il vissuto di totale e continua disponibilità della figura materna, svolge una funzione separativa, permettendo l’instaurarsi di una realistica distanza che crea i presupposti per le future identificazioni.

Il padre, inoltre, favorisce l’evoluzione dell’affettività adulta, in quanto è proprio l’amore paterno, non scontato ma condizionato, che va conquistato e quindi richiede uno sforzo che si avvicina all’amore maturo.

Tuttavia, pur essendo molto diffusa l’idea che per le madri sia naturale occuparsi dei figli, in realtà i risultati degli studi mostrano che da un punto di vista biologico i padri non sono meno sensibili delle madri ai segnali dei figli: se le circostanze lo consentono essi interagiscono, anche per mezzo dell’imitazione, proprio come le madri (2); sono ugualmente in grado di riconoscere il proprio figlio ad occhi chiusi (3); hanno dimostrato di avere la stessa delicatezza quando allattano con il biberon, prevedendo pause necessarie e tempi di recupero. Se si confronta il modo in cui bambini con attaccamento sicuro interagiscono con la madre ed il padre, non si rileva una differenza così netta (4)

La figura paterna è stata, quasi sempre, relegata in secondo piano rispetto a quella materna. Eppure, parimenti, ha un ruolo fondamentale nella crescita dei figli e, in particolare, delle figlie femmine, come sottolineato, già da tempo, dalla letteratura psicologica sul tema (5).

Come ampiamente dimostrato e argomentato in letteratura, il modo in cui i padri sono presenti nella vita dei figli ha subito una decisiva virata nel mondo occidentale. Da qualche decennio a questa parte, in Occidente, è sempre più comune che i padri si occupino di più dei figli.

Scrive a tal proposito Simona Argentieri nel suo interessante libro dal titolo Il padre materno (6)

Le profonde mutazioni della coppia e della famiglia nei nostri tempi confusi (meno figli, più divorzi, unioni instabili e atipiche…) sono spesso evocate da psicologi e sociologi con toni di cupa inquietudine. C’è però un fenomeno correlato – semplice, comune, ben visibile a tutti – che è invece (…) tenero e rassicurante: quello dei nuovi padri. Sono uomini capaci di rivoltare amabilmente nelle loro manone il neonato da cambiare, disponibili ad alternarsi con la madre al biberon o ad accorrere se il bimbo si sveglia di notte. Sensibili e gentili, sanno assolvere a tutte le funzioni di maternage con grande naturalezza, senza alcuna ostentazione ideologica (al contrario di quanto avveniva nelle passate generazioni). E soprattutto senza lo scompiglio emotivo che contraddistingueva i papà di una volta, imbarazzati anche solo a tenere in braccio un neonato e in grado di comunicare con i figli solo dopo che questi avessero imparato sport e congiuntivi. (…) Confermo a distanza di circa vent’anni, l’impressione che il fenomeno dei nuovi padri, capaci di svolgere felicemente ed efficacemente le funzioni materne – che sarebbe più preciso chiamare “funzioni di accudimento primario”  -, sia in sostanza positivo per tutti: per gli uomini, per le donne, per i figli e per le figlie.”

Quello del maternal preference, alla luce di quanto evidenziato, appare dunque una sorta di pregiudizio culturale che, laddove siamo in presenza di un genitore emotivamente competente non giustifica la scelta di un affidamento nella direzione della madre rispetto al padre.

Il principio di piena bigenitorialità e quello di parità genitoriale hanno condotto all’abbandono del criterio della “Maternal Preference” tramite le  “Gender Neutral Child Custody Laws”, ossia normative incentrate sul criterio della neutralità del genitore affidatario, potendo dunque essere sia il padre sia la madre, in base al solo preminente interesse del minore, il genitore di prevalente collocamento, non potendo essere, al contrario, il solo genere a determinare una preferenza per l’uno o l’altro ramo genitoriale.

Un’ordinanza innovativa che potrebbe fare giurisprudenza è quella emessa dalla prima sezione civile del Tribunale di Catania. Il caso trattato è quello di due coniugi ai quali il Giudice Istruttore, dott. Felice Lima, ha imposto una perizia medico-legale-attitudinale per stabilire chi tra i due fosse più idoneo a tenere con sé il bambino, decidendo poi, a perizia eseguita, di affidarlo congiuntamente a entrambi i genitori, ma di collocarlo dal padre, nonostante la piena capacità della madre ad assolvere il compito genitoriale.

Scriverà il Giudice nell’ordinanza: 

“Vi è una tendenza diffusa ad affrontare il tema del collocamento dei figli sulla base di un non confessato pregiudizio di fondo per il quale: 1) i figli piccoli “sarebbero” principalmente delle madri; 2) ai padri verrebbe solo “consentito” di esercitare i loro diritti/doveri; 3) il collocamento “naturale” dei figli dovrebbe essere presso la madre; 4) il collocamento presso il padre dovrebbe ritenersi “innaturale” ed “eccezionale” e il provvedimento che lo dispone abbisognevole di motivazioni particolari e straordinarie, mentre invece lo stato del diritto e dei principi etici generalmente condivisi nel nostro Paese è al contrario, poiché i figli sono di entrambi i genitori, che hanno uguali diritti e uguali doveri e, in mancanza di prove del contrario, entrambi sono idonei ad esercitare le loro responsabilità e a divenire collocatari dei figli”.

Le cure alloparentali. Famiglia allargata, relazioni amicali, scuola e ambiente: la loro importanza nello sviluppo sano del bambino.

La sana crescita psicologica di un minore necessita inoltre dell’apporto di altri significativi riferimenti affettivi e sociali che si possono rintracciare nell’ambiente della famiglia nucleare ed allargata (padre, fratelli, nonni, zii, cugini) nonché, non meno indispensabile, nel rapporto con i pari e con il contesto sociale (scuola, attività sportive, ricreative etc.).

Diverse ricerche segnalano l’importanza di quanto sopra indicato e sottolineano come già nella seconda infanzia (7), ma ancor più nella terza infanzia, tali elementi costituiscano dei riferimenti essenziali per una adeguata e sana crescita psicologica del bambino.

“Quella umana è una di quelle specie che alleva i suoi piccoli in maniera cooperativa per cui storicamente l’accudimento è condiviso dagli adulti che fanno parte della comunità” (8).

Dei bambini si sono sempre occupati anche adulti diversi dai genitori. La storia evolutiva degli esseri umani ha sempre registrato l’accudimento cooperativo, in altre parole, il compito della cura è sempre stato condiviso con persone diverse dalla madre. 

Biologi e primatologi definiscono le cure non materne con il termine “alloparentali”, termine che fa riferimento ai parenti stretti come i nonni, le zie e i fratelli che da sempre forniscono un contributo elevato all’allevamento dei figli, con le nonne a giocare storicamente un ruolo centrale.

Per quanto concerne i rapporti con la famiglia allargata e gli accudimenti tipicamente gestiti dai nonni, ad esempio, diversi autori ne hanno sottolineato l’importanza. Già nel 1913, Ferenczi ed Abraham, i primi psicoanalisti ad indicare l’importanza di tale questione, nei loro rispettivi articoli Il complesso del nonno (9) e Alcune osservazioni sul complesso del nonno nella psicologia delle nevrosi mettono in luce il significato che assumono per un bambino le sue relazioni reali o fantasmatiche con i nonni. La portata di tali relazioni, laddove presenti, è tale che in ambito psicoanalitico sempre di più si fa riferimento ad un vero e proprio “complesso del nonno.” 

Più recentemente la psicoanalista argentina Paulina Redler ha formulato il concetto di abuelidad (“nonnità”) per denominare la funzione dei nonni nei confronti dei nipoti e gli effetti psicologici dei legami tra di loro. Il concetto di nonnità ha a che vedere con la funzione di trasmissione della conoscenza generazionale del passato, processo necessario e fondamentale per la costruzione dell’identità. Questa funzione è oggi riconosciuta di grande importanza e inoltre non va trascurato che il rapporto nonno-nipote, in quanto legame meno disturbato dalla conflittualità edipica rispetto a quello tra genitori e figli, permette di stabilire un rapporto meno connotato da fisiologica ambivalenza. I nonni quindi funzionano come un filo conduttore che connette la generazione dei nipoti con i messaggi delle generazioni precedenti.

Giunti dall’età scolare inoltre i bambini iniziano a trovare il proprio posto all’interno di gruppi separati dai genitori e non va assolutamente trascurato, a tal proposito, il ruolo fondamentale svolto, a partire dalla seconda infanzia, dal rapporto con i pari, al punto che il livello di accettazione da parte degli altri, in tale fase, inizia a essere motivo di grande apprensione per un bambino: non essere invitato alle feste di compleanno è un’esperienza dolorosa per un bambino, come anche l’essere stati oggetto di bullismo o di evitatamento da parte dei coetanei.

A questo punto della loro crescita i bambini trascorrono in genere sempre più tempo con i coetanei, le capacità cognitive sociali si sviluppano rapidamente, diventano più riflessivi, più capaci di pensiero astratto; manifestano maggiori capacità mnemoniche e riescono a tenere in mente contemporaneamente molte idee diverse. A quest’età i bambini sono in grado di paragonarsi agli altri e di capire quale può essere il loro posto nel gruppo dei pari e diventano, a poco a poco, consapevoli delle proprie emozioni, riuscendo a descrivere i propri stati emotivi con ricchezza di particolari. Non solo, sono anche più capaci di gestire emozioni contrastanti verso la stessa persona, apprezzando probabilmente alcuni aspetti di una persona ma non altri. Iniziano inoltre a comprendere che anche gli altri provano emozioni in contraddizione tra loro (10).

Lo sviluppo dei bambini dunque non è legato soltanto all’influenza della madre, ma fondamentale, per la crescita di un bambino, è il ruolo svolto dagli altri agenti di cura: nonni, zii, amici, insegnanti oltre che dai pari, sia coetanei che fratelli. In particolare, questo è vero nella seconda e terza infanzia, dai 6 ai 12 anni di età, quando, tipicamente, emerge la propensione innata alla vita sociale e di gruppo, il tempo in cui il gruppo diventa progressivamente più importante e i coetanei un punto di riferimento.

Alla luce di tali considerazioni è importante dunque sottolineare quanto l’equilibrio e la stabilità emotiva di un bambino siano legate al rapporto con entrambi i genitori oltre che ai rapporti con il contesto della famiglia allargata, delle relazioni amicali, della scuola e dell’ambiente in cui il bambino vive.

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1. Vittorio Cigoli, 1998, Psicologia della separazione e del divorzio, Il Mulino, Bologna

2. Michael E. Lamb, 2004, The Role of the Father in Child Development, Wiley, New York

3. Bader, 1999

4. Day, Lewis, Lamb, 2005

5. Anna Oliverio Ferraris, 2015, Dai figli non si divorzia. Separarsi e rimanere buoni genitori, Bur, Rizzoli, Milano

6. Simona Argentieri, 2014, Il padre materno, Einaudi, Torino

7. L’infanzia è il periodo della vita che precede l’età adulta e si definisce come prima maturità fisica, psichica e sessuale. Viene convenzionalmente suddivisa in: prima infanzia, che va dalla nascita all’uso della parola, e comprende il periodo neonatale (primi 15 giorni di vita), il periodo dell’allattamento (dal 16° giorno al 6° mese circa: il periodo dell’allattamento può infatti avere durata diversa, su base individuale) e quello del svezzamento (dal 7° al 24° mese; anche in questo caso, tuttavia, non c’è una regola unica: lo svezzamento può in linea di massima iniziare, infatti, tra il 4° e il 9° mese); seconda infanzia, o periodo dei giochi, durante il quale il bambino passa dal gioco come singolo, in cui sperimenta da solo le proprie capacità, al gioco di gruppo, che rappresenta una prima fase di socializzazione (dal 3° al 6° anno); terza infanzia, o età scolare, detta anche periodo di latenza, durante il quale il bambino sviluppa le proprie capacità cognitive (dal 7° al 10° anno), pubertà, caratterizzata dalla comparsa di caratteri sessuali (tra i 10 e i 13 anni nella femmina; tra i 10 e i 15 anni nel maschio); adolescenza (dalla fine della pubertà sino al termine dell’accrescimento della statura, tra i 20 e i 24 anni a seconda del sesso).

8. Graham Music, Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale, emozionale, cerebrale del bambino, Borla, Roma, 2013

9. Sandor Ferenczi, 1913, “Il complesso del nonno”, in Opere. 1913-1919, vol. 2, Raffaello Cortina, Milano, 2009

10. Graham Music, Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale, emozionale, cerebrale del bambino, Borla, Roma, 2013

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